Casa di bambole ovvero bambole di casa

[TEATRO]

Casa di bambole ovvero bambole di casa del Gruppo Dire ha evidentemente saputo attivare un massiccio passaparola capace di rendere merito delle sue innegabili qualità visto che la sala del Teatro Lo Spazio – che l’ha ospitato dall’11 al 16 novembre – è stato al completo fino all’ultima replica. Tra il pubblico ci sono anche molti bambini, emozionati ed impazienti all’idea di veder prendere vita sul palcoscenico alle bambole con cui sono cresciuti e lo spettacolo – vincitore del Premio Schegge d’Autore per la miglior regia di Andrea Baracco – riesce a non deludere le loro aspettative grazie ad un’azione dinamica, accattivante e molto divertente.


Ma il poliedrico testo di Alessandro Trigona e Antonella Dell’Ariccia non tradisce nemmeno le attese di quanti, andando oltre alle colorate apparenze del mondo di plastica, abbiano la pazienza di leggere tra le righe il graffiante e struggente ritratto del “nuovo” mondo femminile.

Avvalendosi di un’interpretazione perfettamente temperata tra comicità e follia e di una raffinata colonna sonora capace di intensificarne le sfumature più nascoste, la scena lascia gradualmente filtrare un insospettabile quanto evidente sostrato sociale che diventa del tutto predominante nelle sequenze finali.
Barbie e Midge, interpretate rispettivamente da Antonella Dell’Ariccia e Arianna Gaudio, sono ostaggi di opposti stereotipi – l’immagine ed il successo per la prima, la maternità e la famiglia per la seconda – che le costringe ad attuare prototipi di vita che nessuna delle due ha potuto scegliere liberamente.
Sebbene entrambe vittime dello stesso sfruttamento, le due donne si ostinano ingenuamente ad ambire e contendersi il centro della scena, desiderando primeggiare l’una sull’altra invece di ribellarsi alla propria condizione di oggetto.
Tra loro si staglia, come un costante controcanto, la tragicomica figura di Skipper (Livia Castiglioni) adolescente confusa in cerca di modelli, che sostituisce amaramente le caramelle dell’infanzia con alcool, pasticche, fumo, videogiochi e discoteche fino a tentare il suicidio per attirare un’attenzione che non saprebbe altrimenti come meritare.
Nemmeno lei, alla fine, riesce a scampare alla condanna femminile di essere, dopotutto, solo una bambola e – in quanto tale – una merce con tanto di codice a barre dietro al collo che non crea altro fastidio se non, di tanto in tanto, un leggero prurito a cui con il tempo ci si abitua.

Pur mantenendo una levità gradevole e godibile, il sorprendente capovolgimento finale ci obbliga ad abbandonare il rassicurante mondo dei giochi per prendere atto delle reali conseguenze degli esempi che, nostro malgrado, abbiamo assimilato sin da piccole.

Se le bambole con cui abbiamo giocato da bambine fossero state buone maestre come quelle proposte da questo spettacolo oggi, forse saremmo tutte delle donne un po’ più libere.

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