Primo Maggio: il precariato dell’arte

[ARTI VISIVE]

Primo Maggio, festa dei lavoratori di tutto il mondo: una celebrazione nobile che unisce contemporaneamente operai ed imprenditori, insegnanti e contadini, artigiani e commercianti il cui comune denominatore è la fatica. Il sudore per qualcosa che il Capitalismo chiama prodotto e che l’uomo chiama frutto delle sue mani e della sua mente. Qualcosa di simile a ciò che crea l’artista quando impressionato dal fumo nero delle fabbriche, incantato dal canto instancabile delle mondine o abbagliato dal sole che tramonta dietro le spalle del contadino, si accinge a dare vita, forma e colore a questi esseri che dedicano gran parte della giornata all’attività lavorativa.

Tutta l’arte sembra davvero essersi interessata nel corso della sua storia all’attività umana, così pittori, scrittori, scultori, architetti hanno reso omaggio a questa categoria di persone attraverso opere non sempre famosissime.
Van Gogh ha dedicato a questo tema ben quattro dipinti: “Donne che portano sacchi di carbone”, “Tessitore al telaio”, “Seminatori al tramonto” nonché il “Ritratto del postino Roulin”. Franz Kafka è passato alla storia per il suo celebre impiegato di provincia Gregor Samsa. Per non parlare poi dell’architettura sorta durante il periodo fascista legata al ruolo che avevano i lavoratori durante il ventennio nero. Insomma Arte e Lavoro che vanno di pari passo soprattutto se l’arte diventa espressione o promozione di capovolgimenti sociali.

Proprio in virtù del rapporto fecondo tra arte e lavoro ecco che in una delle ultime celebrazioni avvenute in onore del Primo Maggio è stato scoperto e dato alla luce del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano un bassorilievo creato da Vincenzo Vela, raffigurante le persone morte e ferite durante la costruzione del traforo del San Gottardo. L’opera, dedicata ai morti e feriti sul lavoro, acquista ancora più importanza se si considera l’impegno dell’artista nel cercare di far trasparire le dure condizioni di lavoro che troppo spesso annullano l’esistenza umana.

E’ ancora l’arte a far da padrona nell’attuale dibattito sulla rimozione della teca dell’Ara Pacis fatta costruire dall’architetto Richard Meier poiché detestata dal nuovo sindaco capitolino e dai suoi perché rende la città di Roma troppo “internazionale” a detta del critico d’arte più famoso d’Italia.
Fino a che punto la politica può interferire con l’arte soprattutto se si mette in discussione la creazione di un artista che ha operato nel tentativo di salvaguardare un tesoro dell’arte passata come l’Ara Pacis dalle polveri sottili e dalle condizioni climatiche?
L’arte può essere criticata, ma nessuno credo abbia il diritto di privarci o negarci il lavoro di un artista. E nemmeno il diritto al lavoro sicuro. Soprattutto in un paese il cui principio fondatore della Costituzione dice che “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” e non sulla distruzione di questo.

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