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Il Paese Dimartino

Esce oggi il nuovo lavoro di Antonio Dimartino per Picicca DischiUn paese ci vuole”, arricchito dalle collaborazioni di Francesco Bianconi dei Baustelle, che con Dimartino ha scritto e interpretato Una storia del mare, e di Cristina Donà, che canta in I calendari

L’idea prende forma su un autobus di Oxaca, in Messico, un anno fa. Dimartino guarda fuori dal finestrino e osserva immagini che gli ricordano la sua Sicilia, nonostante le 14 ore di distanza. Da qui l’idea di raccontare il Paese: “Non soltanto ogni giorno muoiono dei paesi perché lasciati deserti dalla politica e dalla burocrazia – spiega il cantautore –  muoiono anche delle abitudini umane messe in un sacco dalla modernità”. Undici tracce in cui le parole di Cesare Pavese sono prese in prestito per dare il titolo all’album e lasciano intuire fin da subito il filo rosso che unisce l’intera opera: “Il paese inteso non solo come luogo geografico, ma soprattutto come condizione umana in estinzione – spiega Dimartino – quello che ti porti dentro ovunque tu vada, il paese necessario a conservare i ricordi”.

MArteMagazine lo ha intervistato alla vigilia della pubblicazione.

“Un paese ci vuole” qualcuno l’ha già definito “un viaggio che inizia con l’arrivo della primavera e si chiude con settembre, la fine dell’estate”. Un album dal “paese” come “i paesi”, anche loro questi si rianimano dalla primavera alla fine dell’estate non pensi?

Sì, moltissimi paesi dormono durante l’inverno e si risvegliano alla fine della primavera o già dalle vacanze di Pasqua. Poi a fine settembre tornano alle loro abitudini, si contano quelli che sono rimasti e quelli che sono andati via. Oppure, se va bene, si vedono persone nuove nella comunità.

Il brano “Le montagne” racchiude tutte le tematiche del disco con all’interno la celebre frase di Cesare Pavese contenuta in La Luna e i falò:

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Noi, eterni migranti del sud Italia, potremmo essere considerati dei reduci? Con le radici ben saldate al passato, considerati come “traditori” da chi è rimasto ed emigrati permanenti delle metropoli.

Siamo dei reduci ancora con la guerra dentro, ce la portiamo dietro proprio come ci portiamo dietro il paese quando passiamo del tempo in una città.

Gli umani sono fatti per vivere la normalità con i propri simili, la quotidianità, la condivisione di cose sia belle che brutte. Tali prerogative sono quasi assenti dalle città, mentre nei piccoli centri resiste ancora qualche atomo di verità. Purtroppo i paesi si svuotano a favore di immensi quartieri dormitorio nei dintorni delle metropoli. Perché siamo diventati così superficiali?

Non so darti una risposta sociologica alla questione. Di certo c’è che la fuga forsennata verso le città negli anni sessanta ha prodotto soltanto una fiammata iniziale lasciando a noi in eredità paesi silenziosi e abbandonati. 

Quali sarebbero le possibili soluzioni per tornare a vivere in paese? Come possiamo rimarginare le ferite dell’anima causate dal progresso?

Di certo deve cambiare la politica, i sindaci devono imparare a fare il loro mestiere. Un sindaco dovrebbe essere un visionario, dovrebbe vedere oltre.

L’ascolto dell’album restituisce la speranza che possa ancora esistere la poesia nella musica italiana. Una pagina di cultura affrescata da sentimenti e intelligenza ma; riesci a vivere di poesia?

Finora sì, ma non è facile.

Come sono nate le collaborazioni con Cristina Donà e Francesco Bianconi dei Baustelle?

Con Bianconi ci siamo conosciuti e due ore dopo avevamo già scritto una canzone, con Cristina ci eravamo incontrati a Teramo poi quando ho scritto I calendari le mandai un’email lei ascoltò il pezzo e accettò. 

Il paese era bello perché ci si incontrava ogni giorno nelle piazze o nei bar. Negli ultimi anni assistiamo alla desertificazione delle strade, tutti chiusi in casa a discutere tra di loro tramite social network. Come giudichi questa alienazione?

Non sono un disfattista dei social, penso solo che andrebbero usati meglio e meno di quanto li usiamo. Immagina se la home di facebook fosse veramente una piazza, dove ognuno aspetta il suo turno per dire la sua. Immagina se i mi piace fossero realmente delle persone che vengono fisicamente da te a dirti “mi piace quello che hai detto in piazza”, sarebbe un sogno.

Faresti crescere tuo figlio in una grande città?

Dipende dalla città. Crescere in un paese ha i suoi vantaggi soprattutto per i bambini. Quando ero piccolo stavo in strada fino a tardi a giocare, non avevo paura, mi sentivo protetto nel mio paese, poi mia madre mi chiamava per la cena.

 

Saverio Caruso

 

 

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