Mario Brunello e Nives Meroi: due facce della stessa montagna

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[MUSICA]

brun_mer2DOLOMITI- Ricchissimo anche quest’anno il programma del festival I Suoni delle Dolomiti, la rassegna che porta da sei anni la musica in uno scenario fantastico come solo le Dolomiti sanno essere. Anche per questa edizione abbiamo seguito il concerto di uno degli artisti più rappresentativi della rassegna, Mario Brunello, violoncellista di fama internazionale sempre presente all’appuntamento con la montagna che tanto ama (e che tanto riesce a far amare).

Il 9 luglio siamo nei pressi del passo Sella in uno scenario naturale che toglie il fiato circondati dai gruppi rocciosi della Marmolada, del Sella e del Sassolungo. Lo strumento di Brunello duetta con la voce di Nives Meroi, una delle poche alpiniste donne ad aver scalato undici cime da 8.000 metri senza ossigeno e senza l’ausilio degli sherpa. Un’alpinista con uno spiccato senso narrativo che ha condiviso con il pubblico il racconto delle sue imprese insieme all’esperienza del trekking di 3 giorni appena concluso con Brunello.
La montagna, solitamente trattata dall’uomo come elemento di separazione naturale e confine geografico, viene resa dai due un elemento di unione tra le culture: abbiamo ascoltato melodie appartenenti a paesi lontani e ascoltato parole di un profondo senso di solidarietà umana. Del resto la Meroy è  nata ai piedi delle Alpi Giulie che hanno per anni rappresentato il confine con il blocco comunista e che hanno ispirato in lei il senso profondo del modo di dire “due facce della stessa medaglia”. E questo è il motivo conduttore dei suoi racconti incentrati appunto sui rovesci della medaglia.

Brunello apre con il preludio della prima suite di Bach di cui è uno dei maggiori interpreti contemporanei. Come spesso ricorda, la partitura di Bach brun_mer1può essere sovrapposta ai profili delle montagne, ritrovando in entrambi picchi, profondità o crepacci. Nella sua visione, la musica come la montagna non sono misurabili, indefinibile è la profondità dell’una come la circonferenza dell’altra, e ad ogni sguardo entrambe rivelano profili diversi e scorci inattesi. Dopo la dedica alla sua compagna di viaggio con il famoso canto friulano Stelutis Alpinis, Nives continua con il racconto della scalata al Gashebrum sull’Himalaya condotta assieme al compagno inseparabile Romano Benet, suo marito. Viviamo insieme l’incontro con questo maestoso personaggio, una delle montagne più alte del mondo, in un racconto che dona in modo cristallino il senso dell’attesa. Nives ha la capacità di ascoltare e osservare i dettagli, una caratteristica da vera scrittrice che si accompagna ad una notevole sensibilità. Ci racconta dell’avvicinamento lento alle pendici, della carovana di cammelli e degli occhi dei carovanieri, quasi dei fantasmi di tempi antichi quando l’uomo viveva in maniera consapevole la propria fragilità in rapporto al tempo. Non è uno scarno diario quello che legge con una voce quasi incerta dall’ emozione, non un semplice resoconto tecnico di un’impresa, ma la descrizione commossa e partecipe di un mondo lontano, di villaggi poveri ma dignitosi e di esseri umani che vivono un contatto intenso con le forze naturali che li circondano. E le riflessioni sulla crisi culturale introdotta dal contatto con il turismo, l’alpinismo moderno fatto di tanta risonanza mediatica ma poco cuore  – fanno tutto gli shepra ma il vip di turno firma l’impresa – e la rinuncia, perché non si deve arrivare in cima ad ogni costo.La musica che accompagna le parole spazia dalla classica di Bach a due blues raccolti nelle prigioni del Sud degli Stati Uniti, fino a dei canti tradizionali armeni, per i quali viene chiesta persino la partecipazione del pubblico con un tappeto melodico di accompagnamento al tema eseguito. Indimenticabile è l’esecuzione della Lamentatio del compositore Giovanni Sollima, che oltre al violoncello prevede il canto dell’esecutore. L’impianto ritmico  (3-3-2-2) si ritrova in tutta la musica popolare dai Balcani al Mediterraneo, un sentito omaggio alla capacità della musica di sconfinare per appartenere a tutti.

Francesca Paolini

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