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Dipingere il cinema: William Friedkin

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[CINEMA]

DSCN0284ROMA- Probabilmente nessuno lo ammetterà mai, ma se Fast And Furious ha avuto ben cinque seguiti è stato anche grazie a quest’uomo. Spesso, quando si parla di William Friedkin, si limita solo a citare il suo (immenso) apporto nei confronti del cinema horror.

Suo è, ad esempio, l’immortale film di fede e terrore L’Esorcista. Ciò che viene analizzato solo in seconda sessione, è proprio il suo amore e le sue innovazioni nei confronti delle scene di inseguimento automobilistico. Con Il braccio violento della Legge (cinque oscar nel 1971), Friedkin lanciò un’intero comparto cinematografico che nell’arco di pochi anni si sarebbe evoluto in quello che oggi chiamiamo action movie automobilistico. Scene prive di dialogo, completamente autosufficienti e perfettamente comprensibili anche senza alcuna forma di didascalizzazione.
Un concetto, quello dell’inseguimento muto, che ha potuto approfondire proprio lo scorso 23 maggio, all’Auditorium Parco della Musica, in occasione dell’iniziativa Viaggio Nel Cinema Americano, realizzata dalla Fondazione Cinema DSCN0285Per Roma. Durante l’incontro, coordinato da Antonio Monda e Mario Sesti, Friedkin ha spiegato cos’è che rende speciale l’assenza di dialoghi all’interno di determinate sequenze filmica. “Il Cinema puro– afferma- è cinema muto, ed è per questo che adoro girare scene di inseguimenti. Il cinema puro è tale proprio perché non può essere realizzato attraverso nessun altro medium comunicativo”. A motivare le sue opinioni, Friedkin, da buon entertainer di vecchia data, non resiste dallo spiegarsi attraverso aneddoti divertenti e storielle di vita vissuta. “Almeno una quarantina d’anni fa– racconta- proiettarono uno dei miei primi film in  Thailandia, dove all’epoca non potevano permettersi nè sottotitoli nè doppiaggi di sorta. Per cui, ogni dieci minuti, la proiezione doveva essere interrotta, e qualcuno doveva spiegare al pubblico cosa stava accadendo durante il film”. Friedkin, ammette, fece dell’episodio un punto fermo del suo modo di lavorare: immagini e sequenze visive comprensibili anche senza l’aiuto del dialogo. “In pratica mi promisi, pur sapendo che non mi sarei mantenuto del tutto, di non fare mai più film che in Thailandia avrebbero avuto bisogno di una interruzione esplicativa”.

Del resto l’immaginario artistico del regista è tipicamente pittorico: come non ricordare la gelida stanza della demoniaca Reagan, la cui scelta dei colori comunicava un freddo maggiore di quanto ne facesse immaginare il fiato rarefatto del giovane Damien? E durante l’incontro Friedkin non fa che confermarlo, con una serie di continue analogie artistiche. Hitchcock diventa così Rembrandt o Caravaggio, ovvero delle ricchissime miniere concettuali da cui poter attingere senza sosta, e l’illusione di profondità di uno schermo a due dimensioni assume le stesse inquietanti caratteristiche di un paesaggio surrealista. “Ciò che non viene del tutto mostrato- spiega- in genere disturba molto più di quello che ci appare con chiarezza. Lo strumento più importante del regista è proprio l’immaginazione dello spettatore”.
Ma i lavori di Friedkin non si limitano al solo impatto visivo, e non a caso le saturazioni audio de L’Esorcista gli valsero DSCN0279l’Oscar per il miglior sonoro. “All’epoca– ricorda il regista- usai le registrazioni di un esorcismo realmente avvenuto, e le aggiunsi direttamente al film. In fondo le mie prime influenze derivano dai radiodrammi in diretta, che ascoltavo assiduamente quando ero bambino. Ogni sera c’erano degli spettacoli fantastici, basati solo su voci umane, suoni e musica”.
Le registrazioni reali servivano a Friedkin per dare una maggior credibilità a una storia che lui ha da sempre reputato vera. “Durante la lavorazione del film– racconta– ho avuto modo di leggere i diari dei dottori e dei preti che si sono occupati del caso a cui ci siamo ispirati per creare L’Esorcista. Ho anche avuto modo di incontrare alcune delle persone coinvolte. E tutte le versioni dei fatti coincidevano perfettamente tra di loro, proprio come i libri del Nuovo Testamento”. La Chiesa Cattolica americana dell’epoca, prosegue il regista, riconosceva solo 3 casi di esorcismi realmente avvenuti, “e quello a cui ci eravamo ispirati era proprio uno dei tre”. “Non ho mai pensato a L’Esorcista come a un film horror– conclude Friedkin- ma come un film sul mistero della fede. Dopo tutti questi anni leggo ancora di svariati sondaggi che lo catalogano come il più grande horror di tutti i tempi. E’ qualcosa di imbarazzante”.

Giampiero Amodeo

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