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Libri come una passione

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 [LETTERATURA]


imagesROMA- I lettori romani non si domandano più: libri come? Per il secondo anno il punto interrogativo sui mestieri dell’editoria è stato cancellato dal ricco contenitore Libri come, la festa del libro e della lettura che si è ben ambientato all’Auditorium Parco della Musica.


Dal 3 al 10 Aprile questa seconda edizione ha visto alternarsi autori conosciuti ed emergenti, conferenze, mostre a tema e laboratori per le scuole che hanno incontrato un pubblico numeroso. C’è da sperare in un incremento del numero dei lettori, almeno qui a Roma, senza essere tacciati di inguaribili ottimisti forse.  D’altronde la nostra città si sta ormai proponendo come uno dei poli dell’editoria accanto a Bologna, Torino e Mantova che già ospitano da tempo i festival più importanti di Italia. In questo caso l’evento è molto più orientato al punto di vista dell’utilizzatore finale della carta stampata e rilegata, visto anche che si tratta di una festa e non tanto di un festival con le star a fare da protagonisti unici.
Lasciando da parte il contesto, scendiamo nel vivo delle numerose conversazioni d’autore proposte, durante le quali gli scrittori hanno illuminato ognuno un aspetto particolare del loro mestiere, raccontando il come di ogni tema.

Claudio Magris, l’autore triestino di Danubio, apre le danze con il primo incontro in una sala Claudio_MagrisPetrassi piena come ad un concerto. Uomo dalla conversazione amabilissima, Magris racconta come scrive i suoi libri partendo dal suo essere lettore e dal ricordo di come lo è diventato da giovanissimo. Le sue prime letture sono  state Tolstoj e Proust, certo non potevamo aspettarci un inizio in tono minore: un lettore prodigio.
Confida che quando inizia non sa dove il libro lo condurrà e afferma chiaramente che le storie non hanno padrone ed esistono prescindendo dall’autore perché le porta la vita stessa, citando un maestro come Svevo (triestino anche lui) con la frase “La realtà è originale”. In quest’ottica si definisce un copista della realtà più che un inventore e l’avvicinamento al reale non si esaurisce nemmeno con un capolavoro.
Curioso e inaspettato il suo giudizio sulle biblioteche, che se per molti bibliofili sono dei luoghi culto, per Magris invece ispirano un qualche disagio. Egli ama infatti scrivere immerso nella vita, sentendone la discreta presenza di sfondo come accade nel suo amato e quasi leggendario caffè di Trieste dove è possibile avvistarlo intento al suo lavoro. Bello osservare il mondo e ridimensionare il delirio d’onnipotenza che a volte possiede l’autore: intorno infatti la gente se ne infischia e tutto prende le giuste dimensioni. Umiltà e cordialità sono i sapori che lascia in sala durante gli applausi di commiato.

imagesCASUE68KLa seconda giornata si chiude con Ascanio Celestini. L’attore, scrittore, autore ci da modo di apprezzare anche le sue doti di antropologo, anche se lui ovviamente si ridimensiona senza osare definirsi tale. Ci svela come nascono i suoi racconti, attraverso una modalità che ha molto dell’antropologia perché inizia con registrazioni anche molto lunghe di storie raccontate da personaggi che hanno avuto esperienze particolarmente significative: operai, internati dei manicomi, chi ha vissuto la guerra. Di tante parole spesso viene colto un nucleo narrativo particolarmente ben delineato o significante, magari solo accennato o anche un fatto in quel contesto marginale, ma che Ascanio poi sviluppa come tema centrale del suo racconto. In questo passaggio un grande peso assume l’aspetto orale, che è noto essere il tratto distintivo del suo stile. Una vera lezione di scrittura e Celestini prende per due ore circa le sembianze di un prof. Certamente alternativo.

Non si poteva mancare poi alla conferenza che Antonio Tabucchi ha tenuto sul rapporto tra tempo e scrittura dal titolo Controtempo: come la scrittura sente il tempo. La caratteristica di fondo di ogni grande romanzo è essenzialmente lo sfasamento che lo scrittore soffre rispetto al tempo, al suo tempo in particolare. Così si passa in rassegna la storia del ‘900, il secolo che ha decretato la fine di quello che era l’idillio tra autore, tempo del racconto e tempo della realtà. in questo affascinante excursus sono due gli autori che più di tutti Tabucchi vede impersonare lo sfasamento: Gadda e Pasolini. Questo aveva capito prima del tempo le storture prodotte dalla modernità sulla società italiana inconsapevole, l’altro invece non riusciva a trovare il senso del  suo presente. Entrambi erano avvinghiati in una malinconia e in un disagio per l’incapacità di sentire il proprio tempo, ma è solo da questo attrito che per il nostro autore nasce la vera letteratura. Con questi esempi non può certo essere contraddetto. L’intervento di Tabucchi seppur dal sapore accademico è un brillante e appassionato racconto anch’esso che merita tutti gli applausi possibili.

Tra gli autori è stato presente anche l’incredibile equlibrista del senso: Alessandro Bergonzoni. imagesCASLPOR8La sua prorompente autorialità si è prodotta in un lungo discorso sulla parola e sulla scrittura in cui accostamenti astrusi generano nuovi sensi in un gioco a rincorrersi esponenziale. Non mi sento autore, mi sento più autorizzato che autore: sono autorizzato dalla parola. Ed è solo l‘inizio. Una raffica di frasi si intrecciano con parole vecchie ma che si fanno nuove di zecca. La scrittura è un animale che non ti lascia mai. La scrittura è un gran che … è aritmetica anarchica in cui due più due fa quello che vuoi. Come lui stesso afferma Le parole hanno un legame oscuro anche per loro, e di conseguenza la scrittura è l’arcano di Noè. Splendida e amara anche l’invettiva contro la tv che si è macchiata del delitto di aver svuotato le parole e con esse le menti, naturalmente.
Lo scrittore deve chiedersi oggi dov’era quando lasciava che tutto questo accadesse.
C’è bisogno di eventi come questo, non tanto o non solo per avvicinare più potenziali lettori all’industria del libro, ma perché i nostri cervelli devono essere ossigenati per poter meglio ospitare il dubbio, un fungo che la lettura sa far nascere come forse nessun’altra forma d’arte all’ombra protettiva della ragione.

Francesca Paolini

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