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I dolori del giovane Wertmuller

[TEATRO]

Basta! Io mi dimetto, mi dimetto da romano!’. È il grido di dolore e scoramento, quasi una dichiarazione di guerra, di un figlio che vorrebbe ritrovare nella madre tanto amata, mamma Roma, l’antico splendore che sembra perduto. Ed è il leit-motiv dello spettacolo I dolori del giovane Wertmuller, di Gianni Clementi, interpretato da Massimo Wertmuller, coadiuvato dal Polyester Quintet, in scena dall’8 al 10 gennaio scorso al Teatro Sala Umberto di Roma.


Una dichiarazione di guerra che è anche una dichiarazione d’amore per una città, Roma, che ha una lunga storia di tolleranza e leggerezza, ingenuità e sentimento, che oggi pare invece incattivita e indifferente. Ma forse non tutto è perduto, siamo ancora in tempo per recuperare quelle caratteristiche che ancora albergano da qualche parte nel cuore dei romani.
A questo almeno esorta il suo pubblico il bravissimo Massimo Wertmuller, tratteggiando tutte le caratteristiche della “romanità” in una galleria di divertenti monologhi a tema, intervallati da momenti musicali in cui si mescolano pezzi jazz e canzoni romanesche antiche e moderne.
Con il garbo del bel romanesco di una volta, ispirato a Belli e a Sordi, che non scade mai nel volgare, neanche quando disserta sulle parolacce o si barcamena tra i doppi sensi a sfondo sessuale, Wertmuller sbeffeggia, quasi dissacrante, con tanto amore e tanta nostalgia il linguaggio, gli insulti coloriti, le espressioni caratteristiche, le cattive abitudini, gli eccessi e le passioni romane, di ieri e di oggi. Ma non si limita a questo.
La sua vuole essere una rappresentazione di Roma a tutto tondo, dove non poteva mancare un riquadro dedicato al Papa, alle prese con una bianca colomba di pace, una lettura di Pasolini, che tanto ha amato i diseredati di questa città, e un momento di commozione, con il monologo di un padre che, perduto un giovane figlio appassionato romanista, lo ritrova ogni domenica nei volti dei tifosi della curva sud.
Molto interessante anche la reazione del pubblico romano (e di pubblico ce ne è stato veramente tantissimo, con posti subito esauriti per tutte le serate, tanto che lo spettacolo sarà replicato i prossimi 16 e 17 gennaio), che si diverte e ride molto nel sentir descrivere in fondo un po’ il peggio di sé, forse perché condivide quell’amore e quella nostalgia trasmessa da questo suo concittadino, che, classe ’56, ha fatto in tempo a conoscere e a sentire la mancanza di una Roma che non c’è più.

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