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Gli occhi di Piero

[TEATRO]

«Piero Bruno è un ragazzo che ha sempre 17 anni».
Queste parole taglienti come la lama di un coltello in una ferita che non si è ancora rimarginata fanno da filo conduttore a tutta la rappresentazione teatrale Gli occhi di Piero – storia di Piero Bruno, un ragazzo degli anni ’70, di Massimiliano Coccia e Fabrizio Giannini, per la regia di Marco Simeoli. A raccontare la vicenda è un poliedrico Fabrizio Giannini che si sdoppia per interpretare un padre e un figlio, entrambi portieri di un palazzo in via Ludovico Muratori, zona tristemente legata all’omocidio.

I due personaggi, perciò, rappresentano i detentori di quella drammatica pagina della storia italiana che altrimenti rischierebbe di rimanere sconosciuta ai più : era il novembre del 1975 quando durante un corteo per il riconoscimento della Repubblica Popolare dell’Angola, venne ucciso dalle forze dell’ordine Piero Bruno, giovane studente dell’ITIS G. Armellini di Roma e militante di Lotta Continua. Il primo sparo lo sorprese in fuga e il secondo lo colpì addosso nonostante fosse già per terra.

Quella che viene rappresentata, quindi, è la storia di Piero, ma è anche la storia dell’Italia durante gli anni di piombo ed è la storia personale del portiere Alfredo che non ha dimenticato.
Ed è proprio questo personaggio ad intavolare una chiacchierata con il suo pubblico, aprendo le porte del palazzo di via Muratori per mostrarci la sua quotidianità e allo stesso tempo aprendo delle finestre che si affacciano sui travagliati anni ’70: dalle scanzonate domeniche ai lidi balneari agli eventi più eclatanti, quali la strage del Circeo e la morte di Pasolini.
Alfonso da bravo portiere, intrattiene i suoi ospiti, senza annoiare. Non si sente la mancanza di altri personaggi perché la scena è tutto un andirivieni di voci che si incrociano: i condomini, lo sdoppiamento nei diversi personaggi, la voce di Mariuccia, ovvero l’affidabile radio, compagna delle lunghe giornate di lavoro. La prospettiva da cui la storia viene narrata è quella dei giorni nostri: si guarda a ritroso a quella vicenda che sebbene lontana sembra ripetersi anche nell’attualità. Non a caso nasce il parallelismo con i fatti di Genova e l’uccisione del giovane Carlo Giuliani. Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro di Massimiliano Coccia si avvale di contributi video dell’epoca, di una colonna sonora originale creata da Lorenzo Marsili e Luigi Pulcinelli e del contributo di molte canzoni degli anni ’70. A far da padroni, Rino Gaetano e Francesco De Gregori.

La graziosa e familiare sala Artaud del Teatro dell’Orologio fa egregiamente da cornice ad una rappresentazione ben riuscita. La narrazione è piacevole, a tratti esilarante, grazie ad un mix ben calibrato di ironia e slang sornionamente romano. A poco a poco, però, il sorriso iniziale lascia il posto alla rabbia di chi ha visto gli occhi speranzosi di un ragazzo spegnersi sotto i colpi dell’idiozia umana.
La tensione cresce, fomentata dal racconto di quell’assurda sparatoria, fino ad arrivare all’efficace e straziante interpretazione della Ninna Nanna di Trilussa: «….nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna; che se scanna e che s’ammazza a vantaggio de la razza o a vantaggio d’una fede per un Dio che nun se vede,ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro …».
Il grande e meritato successo di pubblico e di critica ha decretato la proroga dello spettacolo fino al 1 febbraio.

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