Che cosa grottesca!

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il7Considerare accettabile l’indecenza di espressioni volutamente sbracate non è impossibile, ma almeno innaturale per le menti lineari orientate verso i modelli canonici del bello, del chiaro e del giusto. Parliamo dell’astrusità del grottesco come categoria estetica, un genere “degenere” o forse, in un prossimo futuro, un “trattamento” che si dovrà riservare, per legge, ai più disparati testi, dal comico al tragico, esaltandone gli aspetti goffi e bizzarri, proprio per restare fedeli allo spirito delle epoche sfatte che ci attendono. 

Non di rado capita proprio al sottoscritto di riscontrare in ciò che scrive una sproporzione tra sostenutezza della forma e risibilità del contenuto, caratteristica questa tra le più fondanti per il genere. Può essermi di consolazione ricordare che il grottesco, già presente in età classica (Pul-ci, Folengo), è riuscito forse a calci nel sedere ad essere sussunto come categoria del gusto in epoca romantica, quando la bruttezza buffonesca, secondo V. Hugo simbolo dell’animalità che resta nell’uomo, fu riconosciuta come elemento artistico, opposto sì per definizione al sublime, che dell’uomo costituisce la parte divina, ma ad esso complementare. A questo proposito il torto dei romantici fu di aver ampliato fin troppo la definizione, secondo alcuni, col rischio di includervi, come è successo nell’opera di T. Gautier “I grotteschi”, scrittori semplicemente irregolari o ec-centrici e autori del Seicento che per il loro gusto barocco risultavano anticipatori di tendenze “spontaneistiche” romantiche.

Il termine originariamente fu coniato, al femminile plurale, per indicare le decorazioni parietali rin-venute per la prima volta nei sotterranei (grotte) della Domus Aurea di Nerone, rimessi in luce alla fine del XV secolo. Le grottesche rappresentavano forme vegetali bizzarre, curiose figure umane e animali fantastici, riprodotti spesso con tinte vivaci. Dopo analoghi ritrovamenti nelle terme di Tito, Giovanni da Udine usò questi motivi per affrescare le Logge Vaticane, ma furono adottati anche da fiamminghi, tedeschi e in Francia, nel palazzo di Fontainebleau, per poi passare nell’ arredamento del Settecento, che brulicava di queste creazioni, apparentemente ad onta del ra-zionalismo imperante. In realtà le Wunderkammer erano piene di stranezze di natura di cui i no-bili si facevano spedire esempi dalle più remote colonie dell’Impero per dimostrare attraverso di esse, la vastità dei loro possedimenti e l’esclusività dei loro tesori.

Quest’ultima considerazione ci porta a riflettere sul sostrato ideologico di questa categoria este-tica: còlto da subitanea celebrità, sulla pagina o in un’effigie, il volto imbelle della figura deforme non riuscirà facilmente ad esibire dignità artistica, ed avendone la sfacciata pretesa, ricadrà appunto nel grottesco, inteso come esasperazione caricaturale del comico. Se il brutto dipende concettualmente dal bello, la caricatura grottesca trapassa in comicità proprio in qualità di riflesso distorto di una matrice positiva, esagera attraverso sproporzioni che la rende ad un tempo de-gradata ed usurpatrice di un posto in un panorama di stile. Personaggi incontinenti, inclini alla trivialità, sono campioni di grossolanità e chiassonerìa, come Gargantua e Pantagruele. E Michail Bachtin, proprio in uno studio su Rabelais, teorizzava che il “corpo grottesco” celebra il ciclo nascita-morte col suo vitalismo legato ai bisogni primari, ma anche con la causticità prodotta dal riferimento al decadimento e alla consunzione.
Ed una personcina adusa a fruire di cultura esiterà a ritrovarsi in uno schema cognitivo (quale ogni genere è) che fa largo uso di licenze anche corporali. Si giunge così alla risata dissociata, quando quasi ci si vergogna di sorridere seguendo Luttazzi o la Littizzetto che non esitano a sbrindellare con strappi satirici il mezzo televisivo al fine di sbertucciare gli impuniti, svillaneg-giandoli con locuzioni irrispettose nel nome di una giustizia popolaresca barbara e sommaria. Sarà forse il caso di raccomandare, per una tassonomia degli stili contrari al buon gusto, l’ “Estetica del brutto” di Rosenkranz, datata 1853 e più volte ripubblicata anche in epoca moderna, nonché “L’età neobarocca” di O. Calabrese. Ricordandosi che il giudizio estetico è sempre imper-fetto, figurarsi quando si ricerca la qualità nello splatter.

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