Io, Gaber e la moda…

[PER QUEL CHE VALE]

Col tempo ho imparato a tirar fuori qualcosa di possibile, mentre un po’ di tempo fa mi vestivo con i pantaloni della tuta e la camicia sopra…cosa che mi ha comportato un numero sostanzioso di prese per il culo.
Ma attenzione. L’intenzione è quella di essere davvero fuori moda, non di essere contro-moda come chi, alla fine ne segue semplicemente un’altra. Perché? Moda è solo D & G? Moda è anche rasta, è anche incenso in casa, è anche bongo, ecc. ecc. E poi, anche in questo caso, Gaber ha una risposta. Ce l’ha sempre, lui, ha scritto su tutto, con quell’altro geniaccio di Luporini, trovandomi peraltro quasi sempre perfettamente d’accordo.

E a proposito della “contro-moda”, o meglio dei movimentaioli anni ’70, facilmente e superficialmente massificati, nel 1978 i due tiravano fuori un brano manifesto che comportò loro feroci contestazioni e perfino lancio di oggetti in teatro da parte degli stessi “compagni” che erano da una decina d’anni a quella parte diventati lo zoccolo duro del loro pubblico. Era la fine di un sogno per Gaber-Luporini, la degenerazione di una bella intenzione.
Uno sfogo bello e buono contro le tristezze della nostra bella sinistra, forse valido oggi come allora, basterebbe cambiare, appunto, “kimono” in “pizzica-tarantata” e qualcos’altro.
Il titolo è in tema:

QUANDO è MODA è MODA

Mi ricordo la mia meraviglia e forse l’allegria
di guardare a quei pochi che rifiutavano tutto
mi ricordo certi atteggiamenti e certe facce giuste
che si univano come un’ondata che rifiuta e che resiste.
Ora il mondo è pieno di queste facce, è veramente troppo pieno
e questo scambio di emozioni, di barbe, di baffi e di kimoni
non fa più male a nessuno.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Non so che cosa è successo a queste facce, a questa gente
se sia solo un fatto estetico o qualche cosa di più importante
se sia mio ripensamento o la mia mancanza di entusiasmo
ma mi sembrano già facce da rotocalchi o da ente del turismo.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

E visti alla distanza non siete poi tanto diversi
dai piccolo borghesi che offrono champagne e fanno i generosi
che sanno divertirsi e fanno la fortuna e la vergogna
dei litorali più sperduti e delle grandi spiagge della Sardegna.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

E anche se è diverso il vostro grado di coscienza
quando è moda è moda, non c’è nessuna differenza
tra quella del playboy più sorpassato e più reazionario
a quella sublimata di fare “la comune” o un consultorio.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza
direi che sono diverso e quasi certamente solo
direi che non riesco a sopportare le vecchie assurde istituzioni
e le vostre manie creative, le vostre innovazioni.

Io sono diverso, io cambio poco, cambio molto lentamente
non riesco a digerire i “corsi accelerati” da Lenin a l’Oriente
e anche nell’amore non riesco a conquistare la vostra leggerezza
non riesco neanche a improvvisare o fare un po’ l’omosessuale tanto per cambiare.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

E siete anche originali, basta ascoltare qualche vostra frase
piena di nuove parole, sempre più acculturate, sempre più disgustose
che per uno normale, per uno di onesti sentimenti
quando ve le sente in bocca avrebbe una gran voglia che vi saltassero i denti.

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Io per me, se c’avessi la forza e l’arroganza
direi che non è più tempo di fare mischiamenti
che è il momento di prender le distanze, che non voglio inventarmi più amori
che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.

Sono diverso e certamente solo.
Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune
ma neanche la retorica del pazzo
non ho nessuna voglia di assurde compressioni
ma nemmeno di liberarmi a cazzo
non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
nemmeno più con voi
ma non sopporto neanche la legge dilagante del “fatti i cazzi tuoi!”

Sono diverso, sono polemico e violento
non ho nessun rispetto per la democrazia
e parlo molto male di prostitute e detenuti
da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti
di quelli che mi diranno che sono qualunquista, non me ne frega niente
non sono più compagno, né femministaiolo militante
mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate
e, finalmente, non sopporto le vostre donne liberate
con cui voi discutete democraticamente
sono diverso perché quando è merda è merda
non ha importanza la specificazione…

autisti di piazza, studenti, barbieri, santoni, artisti, operai, gramsciani
cattolici, nani, datori di luci, baristi, troie, ruffiani, paracadutisti, ufologi…

Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.
Quando è moda è moda, quando è moda è moda.

Ma per alleggerire questa puntata di “Per quel che vale”, mi piacerebbe allungarmi ancora un po’ e ancora con un Gaber meraviglioso. 1984, lo spettacolo era “Io se fossi Gaber”, stavolta un monologo che racconta la difficoltà di vestirsi come si vorrebbe.
Io per me l’ho già detto: c’ho sempre tenuto ad essere fuori moda. Quasi quasi vado a rimettermi la tuta sotto la camicia….

LA VESTIZIONE

Non so se anche a voi, ma a me la vita è diventata difficile, non tanto nelle decisioni fondamentali, che quelle non ce le ho neanche più… No, perché magari uno crede di scegliere nelle cose importantissime; invece il più delle volte la vita è frutto di circostanze casuali, non è che si decide… capita così. E allora va a finire che le uniche cose in cui si sceglie veramente sono quelle più insignificanti, quelle dove non si crede neanche di scegliere.

In fondo è chiaro che un paio di scarpe serve per camminare, una macchina per spostarsi e un orologio per sapere che ora è. Sembrerebbe che uno vale l’altro; e invece no, non me lo vengano a dire. È proprio lì che uno si afferma come persona, è lì che uno cerca di distinguersi, è l’unica speranza che gli rimane.

Intendiamoci, non c’è nessuno che ammette di farsi un problema del proprio modo di apparire: “No, io non ci bado… alla mattina non è che mi vesto… qualsiasi cosa, purché sia comoda”. Mah! Io ho un amico… scarpe inglesi, pantaloni marrone scuro, golf beige… Dico: Accidenti, come sei perfetto! “Ma figuriamoci” fa lui “prendo a caso, quello che mi viene!” Ma pensa!… e io che sono lì che mi aspetto da un giorno all’altro di vedermelo in bianco, rosso e verde; tanto lui pesca a caso…

Macché: varie tonalità del beige. Che culo che ci ha!
La gente dice che non ci bada. Si vergognano… gli uomini, tutti. Prendono a caso. Perché l’uomo non può, ha un suo rigore.. Anche allo specchio non si guarda mai. Un’occhiatina di nascosto, e via. Un po’ trasandato, spettinato… Spettinato bene, però.

Perché effettivamente l’aspetto definisce. Se uno porta la giacca e la cravatta è rassicurante. Ti viene subito in mente l’ufficio, la banca, l’IVA, le bolle di accompagnamento… È uno regolare. Se però ai piedi porta sandali afro-cubani… attenzione: può essere già un look. No, no, il look è un’altra cosa… Di questo ne parliamo poi. Sì, insomma… alcuni l’hanno trovato un modo di portare la giacca e la cravatta che è un’altra cosa: è oltre. Ma come fanno? Se me la metto io, la giacca e la cravatta, sono subito in banca. E se mi metto i sandali? Sono un impiegato di banca coi sandali afro-cubani.
E sì, vestirsi è diventato difficilissimo, impossibile… cioè io… io vorrei vestirmi normale. Ecco, il normale non c’è. La giacca non la posso mettere, va be’. Sì, magari una maglia, un paio di pantaloni, appunto, uno non ci bada… E no, c’è modo e modo di non badarci. Perché con una maglia targata Tacchini sei un Tacchini! È una mania: targhette, righe, taschine, cervi, ochette, serpentelli… Ecco, normale non c’è.

Per i pantaloni è più facile. Ce n’è una gamma infinita. Il jeans tutto sommato… Però è un po’ troppo. Coi jeans… uno si vede che ha i jeans. E poi la linea, il taglio: larghi di culo, stretti di culo, bassi di vita, alti di vita, larghi di coscia, corti di gamba, stretti, tutto schiacciato, stretti, stretti, a zampa! Io ne vorrei un paio normali, giusti, che come cominciano… finiscono. Non li fanno. Troppo stravaganti. Adesso ne fanno un tipo che… ci siamo, mi convince: parte giusto, continua bene e poi… (si stringono rapidamente in fondo). A questo punto metto gli stivali e siamo a cavallo! Se vado in giro a cavallo in via Manzoni… forse mi notano. Uno come me, che vuol essere normale, non può.

Ecco, sì, per me vestirsi vuol dire sentirsi giusti, è un problema più intimo… Quando uno cerca di essere in sintonia con le cose che mette, con gli indumenti, non sa da che parte cominciare. Uno si alza… la mattina… col pigiama… Ecco, per esempio, io sono un tipo da pigiama o no? Va be’… uno si alza… è nudo… Alle donne piacciono quelli che dormono nudi. Chissà se è vero… Va be’ non importa… Dicevo, io sono lì nudo… cerco le mutande: un batuffolino! Due o tre centimetri di stoffa che con l’elastico… [gesto come a dire: diventano piccolissime]. Ecco, il problema comincia dalle mutande; bisognerebbe farci uno studio. Quelle lì piccoline sono tremende. Coprono appena appena quello che devono coprire, vengono su sempre più strette, e finiscono ai lati con un filino… che è vero, allunga la gamba, ma non capisco perché un uomo con la coscia piena di peli deve avere gli stessi problemi di Carmen Russo.

Sì, però non vorrei neanche essere uno di quelli che portano le mutande lunghe, quelle dei colonnelli. No, non sono più così; le rifanno a righine o a quadrettini, in versione americana, neanche brutte. Una volta ci avevo pensato… però si notano un po’ troppo. È come se uno si fosse preoccupato di essere elegante… con giù i pantaloni.
Ma è possibile che non si riesca a comprare un paio di slip… che non venga in mente niente… che non si possa dire: Ecco, quello lì è così. È come quelli che ci hanno quelle mutande lì.
Bisognerebbe non spogliarsi mai. Certo che smettere di fare l’amore perché uno non ha trovato la sua mutanda… non è previsto neanche dalla Chiesa Cattolica!
Maledizione! Non so più come vestirmi! Non posso mettere più niente! E pensare che invece c’è gente che può fare tutto; può mettersi le cose più assurde e va sempre bene. Tanto loro non si vestono per vestirsi… Hanno inventato il look. Praticamente è come se fosse sempre carnevale: cavallerizzi, giocatori di rugby, vedove nere, cow-boy, arancioni, finti ciechi, David Bowie!… Tu sei lì che parli con uno… magari devi firmare un contratto…lui è vestito da pirata…: che c’entra?
È normale… non è mica un pirata, ci ha il suo look… Una volta i posti dove fioriva di più il look erano i manicomi. Adesso li hanno chiusi. Sono tutti in via Manzoni.
Cosa non fa la gente per farsi notare! No, non credo che sia sempre esibizione. Credo che sia anche un bisogno intimo, legittimo… un bisogno di sentirsi almeno in qualche cosa unici. È come se avessimo la sensazione di non avere più niente che ci distingua, la paura di essere tutti uguali, in tanti… È il numero che ci spaventa.
Ma forse abbiamo creato ancora più confusione. La massa non è un fatto numerico. Si può essere milioni e milioni, anche simili, e non essere massa, rimanere persone… Credo che sia possibile. E magari può esserci una persona sola che invece è massa.
Non è il numero. È la testa.

Lascia un commento

Viale Pico delle Mirandola, 15
00142 - Roma
P.IVA 11924061002

redazione@martemagazine.it
tel. 0686760565

Utility

Contenuti

martemagazine.it © Associazione Culturale Procult - 2007  - Registrazione tribunale di Roma n. 19/2022 del 10 febbraio 2022