Si muore solo vivendo

Vuoi lavorare nella discografia? Lascia stare!: questo il titolo di un “gustoso pamphlet”, come scrisse Giordano Sangiorgi, che uscì tre anni orsono proprio al Mei. Il libro raccontava, attraverso la raccolta di risposte delle etichette indipendenti ad una proposta di lavoro, lo stato di difficoltà con cui le etichette vivevano in quegli anni.
Allo stato attuale, dopo aver assistito all’undicesima edizione del MEI, resta ancora valida questa provocazione?
Girando tra gli stand si nota questa gran voglia di vivere di musica. Questa “con-fusione”, dalle parole di Walter Veltroni nella lettera inviata al MEI. E vivere di musica significa, non solo vivere grazie ad uno stipendio dato dalla musica, ma fare in modo che la musica sia al centro della propria vita e tutto il resto giri intorno. Questo è il miglior risultato che si può scorgere dalla crisi della discografia: la smisurata e irrazionale passione.

Se invece un imprenditore fosse entrato ai cancelli del Meeting e avesse girato un po’ in giro tra gli stand e sui palchi delle tende live, sarebbe scappato portandosi appresso pure i due denari che voleva investire. È ormai chiaro che, se la situazione è quella attuale, sarà la passione a guidare le scelte e non certo il mercato. Perché di mercato (nonostante i paroloni di cui si parla) praticamente non ce n’è. Se un disco che va bene, vende 1.000 copie e se va bene si va in pareggio allora è che chiaro che sulla musica registrata non ci sono margini. Meglio siamo sulla musica dal vivo, ma tranne che per i grandi concertoni, è difficile vivere di musica (stavolta nel senso dello stipendio).

E allora che si fa? Ci si arrende alla sconfitta? Non è certo il nostro spirito e nemmeno di chi come Sangiorgi ha messo su tutto il carrozzone del MEI. Si muore solo vivendo, e noi questa sfida siamo pronti a viverla.

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