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Le palpatine, la colla, il cortile, i fenicotteri

il7
[IL_7 SU…]

il7Se il Conte è impegnato a comporre musica, è nell’ordine sociale delle cose che faccia valere il privilegio di non dover pensare ad altro, e quindi spetta ai suoi maggiordomi servirlo di tutto punto con basso, chitarra, tastiere e batteria, salvo poi inciampare sulla pedaliera e versargli sulla vestaglia di seta dei suoni color vinaccia, presi dalla balera in cui la governante la sera va a spendere la sua doppia vita tra piadine roma-gnole e adescamenti con palpatine.

Eh sì, perché il progetto di Biagio Conte & I Maggiordomi propone in guanti bianchi dei solchi sonori che ci si aspetta che abbiano la compostezza del prodotto di classe, oppure che, come il più noto Paolo Conte, trasudino il calore un po’ ruspante dei night club d’antan raccogliendo quegli umori vintage che sono la quintessenza della canzone jazzata italiana. Invece loro dissimulano certe Biagio_Conte__i_maggiordomiinfluenze in un rock un po’ più modernista, e sfoderando in “Nato Nero” un’ironia da fabula rasa, perché il testo del leader e vocalist, con semplicità linguistica da Lucignolo, pone il dito su un certo malcostume, ed il gruppo asseconda questa vena allestendo un pop-rock puntuale nella coloritura emotiva della situazione: il basso corposo che mostra l’andazzo cupo e pesante, e la tastiera che riflette le vibrazioni inquiete del bam-bino che sa di essere “Nato Nero”, ed è condizionato a vedersi brutto e a vedere i parenti e con-scenti che lo valutano (“Quant’è piccino, quant’è bruttino”) come una paternalistica Giuria di Selezione. Il ritmo e il contrappunto da marcetta composta per il Corriere dei Piccoli trova altri bei spunti synth e un apprezzabile assolo di chitarra, in una formula orecchiabile ma non banale, applicata con buona tecnica e un giusto, ma misurato fastidio verso le boiate razziali: “Non ricordo se sono nato nero o incazzato nero!” E l’affanno della madre, che giura e spergiura di non aver tradito il marito con un tunisino, o con un marocchino (o forse con entrambi contemporaneamente), va registrato come tragicommedia e consegnato all’avvocato divorzista. “Fatti sentire Leo” inizia come una ballata blues malinconica condotta dalla voce chiara, senza infingimenti, e dalla chitarra solista abile e sensibile nel tessere atmosfere ma anche nel dare vigore alla struttura, lì dove dichiara a dure note di aver cancellato nome e numero di Leo dall’agenda, forse dopo un suo tentativo di pulirsi le orecchie con un lembo della camicia dell’amico, chissà! “Che ridere mi fa” è all’inizio molto rock, ma con un riff a molla che dà la cadenza alla narrazione su un Benedetto che in realtà era “maledetto” perché costruiva ville per una signora “bella alta e mora, con lo sguardo divora, senza fissa dimora”, e faceva il contabile aggiungendo zeri finché poteva; con l’intervento della tastiera, il pezzo si fa psichedelico e poi circense, in uno scoppiettio di suoni onomatopeici da parte del cantante-mattatore, e di finte trombe felli-niane conclusive, che alludono probabilmente alla trasformazione della villa in un bordello politico con i divani a incasso che promette un grand’incasso, alla faccia del PIL nazionale! E giù risate… (“Che fa, una canzone in più?”) “Fin quando?” è una sorta di taranta ispirata ai colori e ai sapori del sole ma che si chiede se serva a qualcosa fare il sognatore intonando canzoni. Il contrappunto tastieristico conferisce magìa al tes-suto timbrico, e la briosità del canto affoga nel vitalismo l’incertezza e fa girare testa e piedi in una trance sudista mediata dalla metacomunicazione del poeta, che, salernitano, ha trovato in tre romani e un siciliano il più valido ed accurato sostegno ad un songwriting che ha qualche tratto nobile della canzone d’autore e la strumentazione illuminata di un rock popolare ma non troppo, tanto da essere stati ospiti del programma televisivo “Piazza Garibaldi”, a Napoli.

Pierpaolo_AielloPierpaolo Aiello ha percorso miglia e miglia da quel 1991 che lo vide partecipare allo Zecchino d’Oro con la canzone “Ninna nanna del chicco di caffè”, e da allora avrà riscritto diverse versioni del brano, con arran-giamenti beffardi alla Frank Zappa o con martellanti progressioni metal, tanto per mostrare la disinvoltura da lui successivamente acquisita con diversi tipi di sonorità, eppure il cuore pulsante della sua passione è an-cora in quell’entusiasmo bambino, a parte il fatto che ora se lo crea da solo, il suo Zecchino d’Oro, mettendo in scaletta brani che vanno dal funky all’hard rock, al blues, ma composti tutti da lui, in modo che possa sempre tener d’occhio i testi evitando che non siano adatti ai maggiorenni! “Antipodi” veste infatti parole già avviluppate in “nubi rosse sporche d’inferno” e “tristi ricordi” con una struttura sonora hard, irta di scariche della chitarra ritmica con svisate distorte ma controllate e di frasi della lead guitar che svettano come un ego che barcolla ma non molla e si stacca dalle dita la fastidiosa colla del passato. Nel bridge si articola un abile arpeggio che sembra indurre ai mugolii meditativi di chi non vorrebbe “fingere di essere felice”, mentre l’as-solo conclusivo è l’eccellente coronamento di un periodo di sofferte autoaffermazioni. “Musa” poggia sul to-sto sostegno ritmico heavy, ma ha il suo carattere evocativo nella voce che “cerca di descriverti” e nell’ ipno-tica punteggiatura a scampanio della chitarra solistica che prelude al ritornello aperto, esaltato dall’intensità cruda e un po’ allucinata di una personalità rifulgente, tanto da essere così definita nel silenzioso passaggio centrale: “giovane artista maledetta, tu sei la mia dea, la mia dea perfetta!” “I.V.G.” (Interruzione Volontaria di Gravidanza) si presenta invece come una ballata intarsiata da arpeggi preziosi della chitarra acustica e contrappuntata da effetti spugnosi, un po’ funky, dell’elettrica, per un risultato altamente comunicativo, che anche e soprattutto con la voce altamente partecipe cattura l’empatia di tutti i bambini che son potuti cre-scere: “Ti piaceva sentirmi muovere dentro di me, e mi proteggevi, a volte mi parlavi… Non ho neanche un nome, e tu non mi potrai chiamare… quando sarai sola ti sentirai sola… avrei voluto toccare il mondo un momento”. “Vittima incosciente” è un pezzo acustico, quasi un canto libero intonato ad un amico sparito la cui vita l’ha strappato al mondo all’improvviso trasportandolo in un luogo in cui ci si chiede se possa ancora scherzare e mostrare la sua voglia di vivere, mentre Aiello invece mostra in maniera palmare la sua voglia di mettere la sua tecnica chitarristica, maturata in diversi anni di studi, al servizio di sacche dell’anima piene di pietà. “Adultera” invece è il dolente quadro di una paralisi emotiva, un momento di stallo sull’orlo della disperazione, la quieta ma sgomenta acquisizione di dati pestiferi, la triste presa d’atto musicale di uno stato delle cose di cui non è più neanche facile parlare, bisogna sempre aspettare il momento giusto, mentre invece ogni minuto passato a soffocare il furore dà fatica, e quando gli estranei si allontanano, ormai l’ama-rezza è divenuta solo una bella canzone in cui voce dell’intimità e ricca chitarra problematica si stringono in una presa solidale.

I Lads who lunch sono “giovanotti che pranzano”, come i comuni mortali, ma che soprattutto Lads_Who_Lunchvivono una realtà sognata, non come le povere bestie, bonarie in attesa del macello, che loro mostrano all’inizio del loro video “Souls & Cows”, un documentario musicale sulle loro scorribande francesi, (lo trovate su http://www. rockit.it/ladswholunch) lungo un tour di grande soddisfazione non solo per loro ma anche per i selezionati pubblici europei che hanno avuto il gusto di non perdersi le trasognate ma incisive circonvoluzioni soniche del quartetto italiano. Restiamo convinti che costoro macinano emozioni come in un truogolo pieno di zam-poni di rinoceronte triste, ma lo fanno lasciando a bollire anche i nostri pensieri, che colgono il riferimento ineludibile ai RadioHead, ma proseguono oltre, soffermandosi sulla polvere (“Dust”) che il quartetto romano d’adozione spazzola via dai nostri cuori incancreniti dagli stessi compianti che popolano il loro spartito raffi-nato, e screziato sia da distorsioni non banali che da saliscendi emotivi di respiro internazionale. Ed infatti il batterista è transalpino, noblesse oblige!, mentre i testi sono modellati espressamente per il mercati anglo-foni. La formazione si è venuta costituendo sull’onda delle circostanze quasi fortuite che tengono a bat-tesimo gli eventi magici (si veda il rimescolamento delle competenze che ha portato i quattro ad imparare nuovi strumenti e cambiare qualche ruolo per evitare incontrollabili ampiamenti dell’organico) e si è poi svi-luppata in consonanza con quelle composizioni che avvolgono i fermenti cangianti delle strutture attorno ad una voce potente e brillante che tiene d’occhio il modello dei Muse. “Pusdiac”, vedeva nel 2008-9 l’alter-nanza tra un piano sensibile, elegiaco, e chitarre serpeggianti tra malinconie durevoli; il brano ha ancora diversi momenti che si susseguono in una struttura dolente utile a trovare spazi per un vocalizzo il cui lamento scivola verso un finale sfuggente, ma adesso, riascoltandone una versione forse rinnovata sul myspace, l’impressione è quella di un conglobamento della strumentazione in una bolla sonora ipnotica di profilo electro-rock di sicura presa sulla gioventù più evoluta. “Try to hide” si sviluppa dall’impulso spettrale d’una tastiera atrofizzata in un angolo d’un cortile gallese, sbattuta dal vento della brughiera, ma per la risolutezza della voce sembra un inno, la denuncia ossessiva, vigorosa e indie-pop di una condizione dettata forse da un’alienazione post-floydiana. “I wait and you sleep” scava nelle ombre quiete e vi trova a tratti segnali ripetuti di allucinanza creativa per un risveglio adrenalinico in cui una coppia supera con una corsa folle, a piedi, nella notte, le proprie smanie giovanili da precariato senza rimedio. In “Hope” sia la frase che il suono che fanno da contrappunto sotto alla voce amplificata sono ribollenti di umori, le idee germogliano da una tundra arruffata e una chitarra solista le attorciglia attorno al proprio manico. “Wake up” è una ballata desertificante, finché non iniziano ad arrangiarcisi dentro piccole note introspettive, perse in un disperato viluppo di sensazioni di cui l’ascoltatore è portato ad appropriarsi con urgenza, come se potessero essere le ultime occasioni prima di un’Apocalisse svalvolante in cui si respireranno solo gli umori sbagliati e letali invece di (“Instead of”) l’aria secca di mattini senza ma. Ed invece è a questi che si torna, in chiusura del brano, quasi a volerci convincere che, dopo immensi giri (dis)armonici, l’energia conservata da chi resta Uomo o Donna fino in fondo vale a riscattare perfino l’esistenza più sbocconcellata. Sì, magari! “Dust?” è forse la risposta, che si solleva, come l’abbozzo originale d’un brano “polveroso”, dalle antenne dei grilli notturni e in chiave acustica, raggrinzita attorno a chitarre incerte arpeggianti un passato timore, si rivolge alle stelle e si lascia scappare un commosso battito di ciglia.

Smania_UagliunsGli Smania Uagliuns hanno il loro bel daffare a gestire la loro smania, chè quando si è uagliuns non basta mai fare il mano lesta (sulla chitarra) o avere la chiacchiera pronta (sul microfono); l’urgenza di togliersi di dosso la muffa del mortorio del proprio quartiere può essere bilanciata solo da un pubblico che brulica sotto al palco e prende per buone tutte le note e scappa con loro verso universi scazzati incontrollabili. Da Agromonte (Potenza), Roma e Modena prende il via questa caccia rap all””Autorità (Mah!)” che ad ogni esibizione squaglia per finta sudditanza una tastiera e mezza, mentre i due rapper riferiscono episodi delle loro vite irrequiete che evidentemente non riescono ad accettare che devono sottomettersi a papponi in auto blu che parlano bene e poi razzolano in mezzo al fieno di una stalla poco pulita moralmente. E’ elektro funk, ma questo non li rende certo meno perseguibili, per i loro testi non allineati, agli occhi di individui che san-zionano sempre chi reagisce al Sistema arrogante e non chi manganella a tradimento. Ecco, questi sono giovani che, gratificati da un talento corrosivo, dovrebbero essere rilassati, magari lobotomizzati al Mulino Bianco, ma non con tutti questi “Trpp’cazz’pa’capa”: non a caso, le percussioni sono da garage scombusso-lato, con tamburi fatti di scatole di Bio Presto, le voci blaterano buffe denunce, tanto le cose come stanno lo sanno pure a Brooklyn, e la tastiera girandola sui propri tasti funkeggiando un free jazz involgarito da una subcultura di cui la comunità black della Basilicata andrebbe fiera anche in mezzo anche davanti ad un plotone di banchieri torinesi. I testi sono spietati, ridicolizzano a chiacchiere chi ci tartassa con le sue facce finte, e riesc-no a far sembrare simpatico, tra fischi da suspance post-western, quei “Rural Gangster” che fingono di trafficare alcool e polveri più o meno sottili e tagliate, ma in realtà soprattutto sfoggiano denti d’oro incastonati per impressionare i “fenicotteri”, “spingendo al limite il trattore, stracarico di troie, vecchie, racchie”; ecco come si tratta bene chi è costretto, per sbarcare il lunario campagnolo, a maneggiare denaro riciclato, ovvero “ricavato dal letame trattato”. Vale anche per noi di Marte Live: il business del prossimo futuro, è il traffico dei “pomodori mutogeni”, non certo la musica scombiccherata ed esageratamente “sva-nita” nell’hip hop di chi con la scusa dell’ironia vuole incartare le tastiere Korg con un programming sudista che ci riporta ai briganti della questione meridionale e agli “Estraniati” della Lega Nord. “Cioè, hai capito come siamo fatti, no? Non scherzare con noi!” (www.myspace.com/uagliuncasmania).

Il_7 – Marco Settembre 

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