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La Carne, regia di M. Ferreri

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la_carne_2CINEMA- “-Dovevo immaginarlo (mentre si taglia le vene)… Dio si vede una volta sola!…
Paolo (Sergio Castellitto) é uno sclerotico musicista da piano bar, incredibilmente ipocondriaco per giunta.

Una sera, mentre di consueto intrattiene il pubblico presente, com’é solito fare al night di un amico, incontra la burrosa Francesca (Francesca Dellera), fresca fresca d’aborto per un figlio avuto da un santone indiano di 25 anni (già guru, nonostante la giovane età). I due trascorrono la notte assieme aspettando l’alba in riva al mare, per poi condividere un’abbondante colazione. Visto che Francesca non sembra possedere fissa dimora, Paolo decide di invitarla a trascorrere qualche giorno nella sua casetta sulla spiaggia; una casetta che si trasforma di lì a breve in una sorta di reclusione amorosa forzata: forse uno degli emblemi concettuali di Ferreri più rappresentati dal regista a constatazione del significato moderno di ‘coppia’.

Se l’amor rende folli e fa compier follie, é anche certo che quella follia si possa trasformare, quando meno lo si aspetta, in follia omicida che non tenga conto di nulla, neanche del fatto che la_carnel’idealizzazione della persona amata potrebbe farla assurgere (eventualmente) alle vette più alte del nostro immaginario: (e perché no?) a Dio. E chi ci vieta di uccidere Dio una volta che il nostro Dio sia proprio lì sul punto di tradirci; abbandonarci per una futile velleità personale (se non ne fa a meno lui che é Dio di capricci, che Dio é?). Il castello eretto dal principe azzurro per la sua principessa – oggetto del famosissimo monologo di Brando in Ultimo Tango a Parigi – pretesto che il principe utilizzerà per far della vagina della sua principessa il proprio santuario protettivo, affinché egli possa difendersi (o possa solo averne l’illusione?) e farsi scudo nell’autocommiserazione della propria solitudine, torna prepotentemente nel film di Ferreri in una salsa assai meno romantica e decisamente più grottesca, priva d’allusioni.
La felicità non dura e l’essere umano si adopera disperatamente per cercar d’intrappolare ad ogni costo quel momento tanto prezioso; magari sfruttando anche le metodiche più terribili, come quello d’ingurgitare in sottili striscioline di carne la persona amata, affinché, in qualche modo, ella possa finalmente diventar parte integrante di lui, stavolta senza il tramite fallico, nel corso di un ‘semplice’ ed ennesimo accoppiamento (oggigiorno decisamente troppo riduttivo e poco al passo con i tempi).
Mead sosteneva che ‘pensare’ non fosse necessariamente un gesto naturale e comune a tutti. Forse l’ ‘amare’ dovrebbe esser oggetto della stessa riflessione.

Luca Vecchi

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