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Il canto dell’amore tra musica e parole

maestosi_e_barra
[TEATRO]

maestosi_e_barraROMA- L’amore è poesia. La poesia è musica. La musica è arte. Tre differenti espressioni che confluiscono nell’unico sentimento eterno, il motore che move il sole e l’altre stelle. E quando magicamente si uniscono riescono a creare un’autentica magia, figlia di quello stesso uomo violento e usurpatore che prova a redimersi dal male.

Il canto dell’amore, Homo Homini Deus (John Locke), andato in scena nel piccolo incantevole teatro Stanze Segrete di Roma e presentato dall’associazione culturale Narciso e Eco, racchiude questa magica alchimia, resa al pubblico attraverso l’imponente recitazione di Walter Maestosi, qui in tripla veste di autore, interprete e regista, la suadente voce di Daniela Barra e la miscellanea sonora creata ad hoc dal pianista compositore Giovanni Monti. Sullo sfondo i disegni di luce di Vincenzo Raponi e i suggestivi dipinti di Danilo Maestosi a fare da sapiente cornice. E poi un omaggio al grande Domenico Modugno che con le sue canzoni ha cantato l’amore all’Italia.
Il canto dell’amore è qualcosa di universale che allontana tutto: rimangono solo spazio, stelle e voce. E la poesia può fare da tramite perché in fondo, come diceva il poeta americano Carl Sandburg, «è l’aprirsi e il chiudersi di una porta, che consente a coloro i quali guardano attraverso di fantasticare su quello che intravedono per un attimo».

L’amore in tutte le sue forme e i suoi cinque temi. Si parte da quello primordiale dei genitori per i figli: i dolorosi versi di “Gridasti: soffoco” di Giuseppe Ungaretti seguiti e allietati da una soave e dolcissima ninna nanna a placare la tristezza delle parole che l’hanno preceduta.
E si cambia prospettiva, l’amore di un figlio per sua madre, quel figlio è Gabriele D’Annunzio, l’opera “Consolazione”:«Perché ti neghi con lo sguardo stanco? La madre fa quel che il buon figlio vuole. Bisogna che tu prenda un po’ di sole, un po’ di sole su quel viso bianco». E via con le celebri note di “Mamma son tanto felice, perché ritorno da te …”.
E poi l’amore rosso vivo come la passione, quello in senso stretto del rapporto di coppia. Un mito a rievocarne il significato, Paolo e Francesca nel V Canto della Divina Commedia, un prestito immortale da Dante Alighieri per testimoniare l’amore che arde e divora due amanti disposti a farsi trascinare dalla sua forza dirompente. È «Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona».
Dall’amore giovane e istintivo a quello maturo e consapevole di Eugenio Montale per sua moglie, la cui morte lo priva di se stesso:«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. E ora che non ci sei più è il vuoto ad ogni gradino».
E questa volta Modugno cede il posto ad un altro poeta della musica nostrana, Gino Paoli con le sue perle “Che cosa c’è” e “Il cielo in una stanza”.
Il terzo tema è l’amore per la terra, per le nostre radici: casa. È il “Lamento per il Sud” di Salvatore Quasimodo perché «l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria» e le note intense e malinconiche sono quelle di “Amara terra mia” ancora di Modugno.
Si finisce con l’ultima forma d’amore, quella più difficile e più rara: l’amore dell’uomo per l’uomo. La fratellanza e la pace in parole spicciole che serbano un messaggio più grande: basta alle guerre. «Sia maledetto l’uomo che non è per l’uomo» amava ripetere Davide Maria Turoldo.

Un vero e proprio cimitero della memoria quindi, dove alcuni tra i grandi poeti italiani interrompono l’eterno riposo per decantare i loro celebri versi che diventeranno note. «L’idea alla base dello spettacolo – spiega Maestosi – è che se noi cominciassimo a coniugare più spesso il verbo amare contro le guerre, la corsa al successo personale e all’esagerata esaltazione della nostra immagine, forse riusciremmo finalmente a sentirci fratelli». Tutti insieme sotto “il blu dipinto di blu”.

Teresa Gentile

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