Arte ambientale e arte ecologica: un’identità parziale

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[ARTI VISIVE] 

398px-ARTE_SELLA_-_la_cattedrale_vegetale_28di_Giuliano_Mauri29_2002Rintracciare gli esordi del rapporto tra arte e ambiente è impresa ardua. L’arte si è trovata a dialogare, a scendere a patti, a interpellare la natura in ogni momento della storia umana, a cominciare dai graffiti rupestri e dalle piramidi egizie, per continuare con gli impacchettamenti di Christo.

Ma la dinamica tra uomo e ambiente, e quindi tra arte e ambiente, è divenuta scottante e attuale sotto forma di riflessione cosciente specialmente nell’ultimo secolo, soprattutto a seguito della rapida modificazione (o non sarebbe forse meglio definirlo deterioramento?) del rapporto tra umanità e natura, caratterizzato dall’approccio tecnologico, dalla cementificazione e dallo sfruttamento intensivo della terra e delle sue risorse. L’esigenza di ridefinire il contatto con l’ambiente e di recuperare in modo critico un rapporto con il paesaggio emerge prepotentemente sin dagli anni ’60, quando si diffonde quel movimento internazionale che prende il nome di land art, earth art o arte ecologica. Ma cosa si intende esattamente per arte ecologica? Come e con quale intento gli artisti sono intervenuti e hanno interagito con un paesaggio fortemente antropizzato e costantemente impoverito?

La land art nasce sull’onda dell’arte concettuale, un tipo di espressione che mira ad essere non oggettuale, a staccarsi polemicamente dalla mercificazione delle opere ponendo il valore non tanto nell’ artefatto finito, quanto nell’idea, nell’iniziativa, nel progetto, a volte senza fini estetici. Gli interventi proposti dai più famosi land artisti, basti pensare a Christo, a De Maria, a Richard Long, a Robert Smithson o ad Oppenheim, si qualificano come azioni giocate dall’uomo sulla natura, operazioni che vanno nel senso della scoperta e della sperimentazione di un rapporto completamente da ridefinire e ricostruire. Gli ombrelli colorati aperti da Christo in California, i fulmini intrappolati da De Maria sembrano proprio operazioni che vogliono indagare le possibilità di interazione e di intervento dell’uomo sulla natura, ma esse si traducono spesso in gesti eclatanti, in azioni di contrasto e di straniamento, portati avanti con l’impiego di materiali innaturali ed eterogenei e sembrano non preoccuparsi della critica al degrado  ambientale.  

Sorge spontaneo domandarsi quanto vi sia di ecologico nelle gabbie plastificate erette da Christo, ed è chiaro che non sempre l’arte ambientale scaturita dal movimento concettuale usa mezzi ecologici. Molti artisti, invece, si sono dedicati alla riscoperta dell’elemento e del materiale naturale per le loro creazioni, è il caso di Richard Long, che integra nei suoi lavori anche una dimensione temporale e di “scorrimento” legata al cammino, della sensazionale spiral getty di Smithson, ma anche di molta dell’arte povera italiana, basti citare le interazioni tra artificiale e naturale, tra spontaneo e costruito, attuate da Penone.

Alcuni artisti hanno preferito, invece, la sperimentazione diretta e il coinvolgimento personale beuys_coyoteper favorire una riflessione più profonda sull’ambiente, giungendo a proporre performance ed happening che possono apparire scandalose. È il caso di Keith Arnatt, che mette in atto una personale sperimentazione del rapporto con la natura scavandosi una fossa nel terreno ed autoseppellendosi. Famosa è anche l’esposizione di 14 cavalli vivi proposta da Kounellis nel 1969 nella galleria l’Attico di Roma: l’installazione vivente, fortemente criticata dagli animalisti, vuole sperimentare direttamente la relazione tra natura e cultura, mettere lo spettatore di fronte ad uno spaccato reale della natura, con i suoi odori e rumori, anche se decontestualizzato e intrappolato.

Ancora più in là si spinge colui che più di ogni altro può essere considerato uno dei più significativi ispiratori dell’arte ambientale, anzi, della performance ambientale: Joseph Beuys. Nel 1974 l’artista tedesco, in una delle sue più famose actions, si chiude per alcuni giorni nella galleria newyorkese Renè Block e convive con un coyote, difendendosi solo tramite un bastone ed una coperta, realizzando così un vero esperimento di convivenza tra uomo e natura, una reale piece di arte ambientale. Tutta l’opera del maestro è improntata alla difesa dell’uomo, dei valori umani e della natura, tramite l’arte e la creatività, giungendo ad una formulazione personalissima di ecologia. Essa emerge in modo plateale anche nell’intervento pensato per Documenta di Kassel del 1982. Beuys progetta infatti di piantare 7000 querce nella piazza della città, operazione ecologica ma non solo: “Io penso sia così, che il piantare di queste querce non sia solamente un atto della necessità ecologica, cioè una relazione puramente materiale-ecologica, bensì tramite esso deve risultare un concetto di ecologia ampliato.(…) La piantagione di 7000 querce rappresenta solo un inizio simbolico, in un’azione come questa ci si riferisce alla trasformazione della vita di tutta la società e dell’intero spazio ecologico“. La posizione di Beuys è chiara, e lampante è anche il ruolo fondamentale dato all’arte in questo processo, un’arte che torna ad avere una dimensione politica e sociale, a lungo dimenticata o tralasciata dagli eccessi visivi della cultura pop e dal mondo del consumismo.

Il filone dell’arte ambientale che gioca sull’utilizzo di materiali naturali e biodegradabili si sviluppa in modo ricco e fecondo nel panorama dell’arte degli ultimi anni: è possibile apprezzare un artista come Giuliano Mauri, che crea strutture immense e sbalorditive con il ricorso a rami intrecciati, come la cattedrale costruita in Valsugana in occasione di Artesella o la voliera per uccelli innalzata nel parco di Monza: opere colossali e suggestive, perfettamente integrate nella natura e destinate a sfaldarsi e a scomparire con il trascorrere del tempo.

Artesella si pone da questo punto di vista come una delle rassegne più puntuali in Italia: nata nel 1986, essa è una sorta di enorme esposizione all’aperto, un percorso che si snoda lungo la Val di Sella, disseminato di opere d’arte costruite con elementi naturali, costantemente in via di aggiornamento. L’iniziativa trentina ha valore come esempio di interazione pacifica tra arte-artificio e contesto naturale e ci regala con costanza opere di notevole valore artistico e di perfetta compatibilità ambientale.
Una perfetta compatibilità ambientale e anche concettuale: forse abbiamo un gran bisogno di un’arte coraggiosa che sappia stare fuori dalle trame del mercato e che ci riporti ad una dimensione umana, certamente critica, ma più costruttiva nel rapporto tra arte e natura.

ambiente, arti visive, Marta Teruzzi, martelive, martemagazine, News

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