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La voce, il casco, il radiatore e gli spigoli

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In “Voce” dei Kobayashi un’ariosa ma grave litania strofinata sull’opale d’una chitarra solista lustrata a lucido sembra mettersi dalla parte di quella voce che ce le cantava anche se sembrava parlasse usando parole d’amore: “ascoltala, è perversa, ed entra nei tuoi sogni“. Che si doveva fare, si doveva fuggire, o avremmo dovuto pensarci ancor prima di conoscerla?

Il brano presenta una voce intorpidita capace di sollevarsi in un rabbioso auto-rimprovero, ed Kobayashiuna partitura di chitarre che sembra farsi un vanto della morbida veste di pericolo di cui si ammanta, e questo ci cattura in un mulinello di vizio da cui sbucano fuori affusolate gambe di donna fasciate in fuseaux neri. Pezzo atmosferico e ben costruito. “Film d’autore” è la rarefatta epifania poggiata su ritmi funky e lagune progressive che sposta i significati accumulandoli lì dove mancano generando una disillusione spettacolare delle attese mal riposte: “Non ha risposta per la domanda delle domande. Che farai da grande?” Il protagonista della canzone cercherà di spaziare nel tempo mettendo le dita sugli accordi e trovando testi non banali da pronunciare senza farsi del male. “Gabbia” è chiusa stretta come ganasce attorno ad una parvenza di una esistenza, un brano duro che cerca di allungarsi in qualche direzione per uscire ma “Vivo in una cella vuota dalla quale non si può più uscire” perchè ormai appunto la cella è vuota e di chi c’era d’entro è rimasto solo l’eco. Coagulo avviluppato attorno ad un manico di chitarra che turbina manigoldo producendo ansie sonore ben tese. “Via di fuga” sembra offrire una possibilità acrobatica, con tanto di effetto riverbero, di trovare una musica che evada dalle trappole del rock italiano: “Devo stare più calmo o mi farò scoprire”. Ormai li abbiamo scoperti: i Kobayashi hanno la loro voce; originale.

AntipodiGli Antipodi non pasticciano con campanelline di plastica o fisarmoniche di stoppa, ma ese-guono un rock’n’roll diretto che si espande dai diffusori come un assalto affettuoso, a base di calci sferrati con le pantofole dopo essersi accertati che abbiate il casco antiurto dotato di buone cuffie. Di sicuro hanno un approccio umanistico, anzi umanissimo, eppure tra di loro c’è un ele-mento sintetico (il computer) che conferisce ai loro pezzi trascinanti “qualche tratto di sperimen-tazione” che gli permette di soggiogare anche il pubblico schiavo delle diavolerie elettroniche e e dei suoni a sorpresa che giungono da un altrove. Ascoltando pezzi come “La tua vibrazione”, sembra che quell’altrove alieno gli antipodi l’abbiano già conquistato a braccia nude, un po’ come hanno costruito il loro studio mattone dopo mattone, computer DAW dopo sequencer, mettendoci dentro “fuoco nelle vene”, anche se “non ci sono regole”. E così il rock classico di “Penso di te” si arrota attorno a parole che creano identificazione nelle persone vere: “ma va bene, va bene così, conquistami l’anima; non starò sempre qui ad aspettare”, ed il rodeo chitarristico non si ferma neanche quando la parte vocale, ruvida quanto basta, si distende in un ritornello da gente libera. La ballata “Piove” è scritta con la punta di un cerino sul tacco degli stivali: “Se pensi a quel che è stato e a quello che non sarà mai ti chiedi se qualcosa abbia un senso senza accorgertene mai”, ma l’assolo di chitarra e l’apertura di synth sollevano il discorso verso una poesia randagia che dà calore anche a quello che ancora non è amore ma è almeno una vasta tranche di libertà: “dài, vieni qua…”

I Zeugma (termine greco antico che indica una figura retorica che fa dipendere da un soloZeugmaverbo termini che richiederebbero ciascuno un verbo proprio più specifico) usano il rock per collegare con maestrìa retorica elementi musicali da cui ci si aspetterebbe uno sviluppo specifico, come se con un’ellissi volessero inscrivere una bolla sonora ed un motore a scoppio. Non a casa, il loro lungo esercizio nel “garage” coi pistoni in movimento ha loro permesso di marciare speditamente nei Live senza far tossicchiare il radiatore ma anzi partecipando con buoni risultati a diversi con-corsi. “Aria” è un cristallo in cui lo sfavillìo di una vibrazione di luce non è solo affidato all’assolo di chitarra, ma si mantiene anche durante le strofe rese vibranti da una voce femminile che interpreta con sensibile passionalità anche le tonalità più basse. In “Ectoparassita” il basso scava cunicoli al ritmo di acari schizoidi mentre la chitarra basa il suo discorso su fantasié di mondi sepolti che emergono alla luce sollevando polvere d’oro. In “Tilt” la strofa ha un respiro da piccolo soprano, e trova un’apertura illusoria verso altri spazi, però “i pensieri si accavallano, resto immobile” e quando il segnale audio si segmenta in un rallentamento preoccupante, è “solo” il preludio sospeso ed ipnotico ad un TILT in cui la chitarra si sguinzaglia in drammatici anelli di sclerosi elettrochimicamente modulata.

Eskimo-TrioEskimo Trio portano il loro jazz core ad inerpicarsi sulle pendici del metal, con un digrignare di catarsi anti-fobiche che non è dato rilevare in nessun’altra band almeno finchè non trovano ripensamenti minimali all’interno dello stesso brano, come a far presumere che il furore segmentante può originarsi da una fastidiosa asimmetrìa di ripetute piccole provocazioni malvage per poi passare ad una apparentemente elegante ricomposizione delle nevrosi in strutture pati-nate e lounge, ma sono attimi persi in una presentazione di sè che è inderogabilmente sfac-cettata, poliedricamente spappolata in spunti virtuosistici: come in “Nevanka”, ma anche “Abac Bach” non è rintracciabile su piste meno strippate di una congestione sperimentale francamente iniqua per le menti tarlate dal genio di Nilla Pizzi. Gli strumentisti sembrano seguire il filo di un’improvvisazione ineffabile che volutamente e ripetutamente si impiglia in magistrali spigoli da cui si diparte verso direzioni impreviste, come se tutto fosse governato da un Calderoli sotto tortura con anfetamine e legato ad un immenso yo-yo sull’orlo di un pre-cipizio! Sarà forse lui a spiegarsi così: “Tossisco sulla tartina”? Certi salotti romani, si sa, con le tartine sono un po’… così. Pirotecnici e musicalmente paragnosti!

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