Lo voleva (giustamente) Strehler

Sono passati più di trent’anni da quando Maurizio Micheli portò in scena, per la prima volta, Mi voleva Strehler: era il 15 novembre del 1978 quando i pochi spettatori del piccolo Teatro Gerolamo (oggi chiuso) assistettero al debutto di questo monologo scritto dal comico con Umberto Simonetta. Da allora lo spettacolo ha collezionato più di mille repliche diventando un vero e proprio cult. Repliche destinate ad aumentare visto che fino al 28 febbraio è programmato al Teatro Franco Parenti di Milano.

Immagino che a questo punto i lettori saranno curiosi di sapere di cosa parli di preciso Maurizio Micheli in questo monologo in due atti.
Protagonista assoluto è un attore di cabaret, Fabio Aldoresi, costretto ad esibirsi davanti ad un pubblico rozzo di un localaccio milanese per sbarcare il lunario. Appena però si ritira in camerino sogna la svolta: l’occasione della vita è infatti giunta, visto che il giorno dopo è stato convocato per un’ audizione al Piccolo, davanti ad uno dei suoi fondatori, Giorgio Strehler.
Inizia così ad arrovellarsi su come presentarsi al regista, ipotizzando vari possibili abiti da indossare, tra cui il mitico maglioncino di lana nero a collo alto, uno dei capi preferiti dal regista triestino. La riflessione verrà bruscamente interrotta dal ritorno sul palcoscenico, ritorno che lo renderà ancora più determinato a superare il provino programmato per il giorno seguente.
A casa poi inizia a pensare a cosa proporre all’audizione: Aldoresi cerca di immaginare, di provare, di prepararsi al fatidico giorno, finendo per esplorare la sua vita privata e professionale, lavorando di fantasia e rivisitando (in modo ironico e dissacrante) i miti dei suoi tempi: si aprono così le porte ad uno spaccato del teatro a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Assistiamo alla scoperta del cosiddetto teatro alternativo e di quello politico, al racconto de “la prise de l’Odéon” (un teatro parigino occupato dagli studenti universitari nel 1968, n.d.r.) , all’incontro-scontro con il mimo. Sullo sfondo i movimenti studenteschi, il maggio parigino, che vede per puro caso il Nostro in prima fila, e la Milano degli anni settanta ricca di fermenti culturali.

Ma quanto di autobiografico c’è in questo testo? E’ lo stesso Micheli a rispondere “C’è molto di autobiografico. Anche io infatti come il protagonista sono nato a Livorno, poi sono cresciuto a Bari ed infine mi sono trasferito a Milano e quindi molte cose sono vere. Altre cose invece ovviamente sono di fantasia. Questo è uno spettacolo che ha fatto più di mille repliche fatte da me, poi è stata rappresentata in Francia da un attore transalpino, in Austria e persino in Australia, ovviamente adattato alle loro realtà. La storia di un attore infatti se viene adattata alla propria realtà funziona sempre”.
E anche stavolta ha funzionato. Il merito di tale successo è sicuramente da dividere in parti uguali tra il testo costruito molto bene, per ritmo ed inventiva, e l’interprete assoluto, Maurizio Micheli.

Ammetto che prima dell’inizio dello spettacolo nutrivo dei forti dubbi sulla sua capacità di far ridere, (ricordandolo soprattutto per film come Rimini Rimini e Saint Tropez Saint Tropez), ma dopo la prima mezz’ora mi ero già ricreduto: Micheli infatti dimostra di essere un attore eclettico, passando fra dialetti, canzoni, personaggi, momenti di storia del teatro, con tale disinvoltura e precisione da lasciare stupiti e ammirati, ma soprattutto riuscendo sempre a strappare la risata al pubblico in sala fino all’epilogo finale. Sorprende inoltre per la sua comicità intelligente e garbata, che non presta mai il fianco alla battuta greve o al tormentone, cosa abbastanza usuale oggi nei comici “televisivi”.
Ma le risate non sono tutto in questo spettacolo, ci sono anche i ricordi legati ad un periodo storico così ricco di fermenti e di idee da far impallidire la cosiddetta web-generation.
Ricordi che non hanno però il sapore dell’ apologia o della denigrazione tout court del ’68 e dintorni, ma sono raccontati con un arguto occhio critico, evidenziando luci e ombre di quel periodo.
In conclusione, sicuramente uno spettacolo che merita il costo del biglietto, da vedere, magari con qualcuno che quel momento storico l’ha vissuto in prima persona, giusto per capire meglio i tanti riferimenti che potrebbero sfuggire a causa della giovane età.

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