Prefazione dell’autore vero

[SCANDALOOOSI ]

Cari amici SCANDALOOOSI,
dopo il mio articolo “Il suo romanzo è roba grossa”, in cui inviavo ad alcuni editori a pagamento una storia sgrammaticata che veniva sistematicamente accettata per la pubblicazione, da molti è arrivata la richiesta di qualche frammento della storia stessa, per sorridere insieme. Riporto con piacere l’inizio e la sinossi di “Troppo azzurro per il cielo”, il romanzo che ho scritto sotto il falso nome di Daniele Bartolini, barista, appassionato di Jovanotti e giochi di ruolo. Spero che la curiosità si esaurisca con queste pagine, perché vi assicuro che non accade praticamente nulla e l’autore divaga senza posa da un personaggio all’altro.

di Devis Bellucci
www.devisbellucci.it
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Troppo azzurro per il cielo
A tutti gli uomini e le donne della terra.

Il mio amico si chiamava Libero. Era un nome all’antica, ma sua mamma era una donna all’antica quando gliel’aveva dato. Poi col tempo si migliora.
Libero era troppo azzurro per cielo. Che cosa vuol dire, solo Dio lo sa.
La ragazza si chiamava Fespeca. Era l’acronimo di Fede, SPEranza e CArità, perché sua nonna, nella pasticceria, l’avevano rapita i tedeschi da bambina. Si raccomandava a tutti i santi del Paradiso per tornare a casa, li richiamava alla mente in ordine alfabetico sotto il recinto del Campo di Sterminio. Così tornò a casa perché aveva avuto fede, ma quest’angoscia le segnò la mente come una riga nel burro. Sua nonna si chiamava Giulietta, proprio tipo Giulietta Masina, la moglie di Federico Fellini il regista. A quei tempi nessuno si sarebbe sognato di una Giulietta famosa: le Giuliette o erano contadine o erano principesse decadute, ma non famose, a parte la Giulietta di Romeo, ma erano passati troppi anni. Poi una volta la nonna di Fespeca se ne andò per caso al cinema all’aperto che avevano appena costruito, e nei titoli di testa vide “Giulietta Masina”. Un’emozione che non la tenevano più, sembrava il porco quando lo devono scannare il giorno dei Santi. Così, quando s’impuntò, era sclerotica, ormai, “che mia nipote la chiamiamo Fespeca per ricordare che m’hanno fatto la grazia. Non so se ve ne rendete conto?”, l’accontentarono col pretesto dell’eredità, anche se sua figlia, la mamma di Fespeca, ne aveva fatto un mezza crisi di governo e dal nervoso piangeva che non avrebbe fatto più figli, neanche a pagamento. Allora erano i primi casi degli uteri a pagamento.
In ogni modo, Fespeca si chiamò Fespeca e non venne mai a sapere della tragedia legata al suo nome e della nonna Giulietta che morì non molto dopo dalla sua nascita, in circostanze tristissime e miserabili, nell’indifferenza della famiglia che con la stessa indifferenza si beveva l’eredità una damigiana alla volta.
Fespeca aveva una passione per la filosofia, e al liceo la chiamavano Fespeca la filosofa. Era una bella ragazza allegra fin da subito, fin da quando la conobbi quel giorno che avevo perso il treno per Bologna dopo un cabò. Decisi dunque che prendevo l’autobus. Il cabò, per intenderci, è quando marini la scuola. Si dice anche cabottare la scuola. Non avevo fatto una sega la sera prima, la domenica, mi ero perso in chiacchiere con quelli della Polisportiva, chiacchiera di qua, chiacchiera di giù, per via di un gol che non c’era ma che l’arbitro s’era ostinato a dare, con conseguente tracollo del Milan, ed era venuta la mezza, e pensavo mentre parlavo che le mie tavole di disegno se la dormivano di brutto sulla scrivania, all’ombra, di fianco al PC, con le righe mezze tirate e il cono fatto a metà. Un disastro. Mi dissi: domani a scuola, col cazzo che mi vedono. Fatto sta che prendo le mie cose, al mattino, mi alzo alla stessa ora che non pensino male (non pensano mai. Figurati se pensano male), le metto in fila, e mentre mi lavo i denti dico: vado a Bologna. L’idea era andare al bar a giocare a stecca, o almeno giocarmi dieci Euro a briscola in quattro con chi c’è, ma poi è stato meglio a Bologna, che magari si trova una tiratardi da andare sulla collina del Rizzoli e dirle tre o quattro romanticherie e diventare amici, per intanto. Poi quel che capita, capita.
Avevo perso il treno (non per modo di dire).
Presi l’autobus. Sei fortunato se perdi il treno e c’è l’autobus. Se perdi anche l’autobus c’è il taxi, ma la spesa sale. Più perdi le cose e più sale la spesa.
Sull’autobus monta su Fespeca. Incredibile. Io non pensavo che si chiamava Fespeca. Una così può chiamarsi, non so, Paola, al massimo Cameron o Kimmy, ma Fespeca mai e poi mai, anche perché io le Fespeche della mia vita me le ricordo tutte, sono al massimo una, cioè quella di cui parlo. Ho incontrato anche un’altra tipa che si chiamava in modo strano. Si chiamava Beatrice, Vale per gli amici. Vale perchè il cognome era Valentazzi. Lei voleva essere chiamata Bea, ma tutti la chiamavano Vale e Bea mai, neanche morti.
Fespeca era una ragazza carismatica da subito, ma aveva le dita tutte mangiucchiate come i tipi nervosi. Anche io mi mangio le unghie, poi ho provato a metterci lo smalto al peperoncino, scoprendo che le unghie col peperoncino sono ancora meglio.
Si è seduta di fianco a me e mi faceva capire ogni santo momento che di uno come me non sapeva che cosa farsene. Questo possono le donne. Non ti usano neanche e ti gettano lo stesso. E dire che penso di essere anche un bel ragazzo, ho tutto quel serve e sono soddisfatto di come è sistemato, non so se mi spiego. Non è per sboreggiare, ma la settimana passata ho fatto la lampada integrale e nella palestra c’era anche la Giorgia, una che problemi non ne ha. Io dopo la lampada mi sento sempre triste, sarà la sudorazione o gli ormoni, così sento che c’è la Giorgia, parliamo un po’ divisi dal muro (le donne stanno di là dal muro), poi fa un salto di qua che non c’è nessuno e io le chiedo:
«Senti Giorgia, toglimi una curiosità, non pensare male, ma tu pensi che io posso definirmi a posto? Fisicamente, intendo. Tu come mi vedi?».
Lei rideva.
«Mi faresti un favore a dirmelo senza farti dei problemi. Davvero, se pensi male lasciamo perdere».
E lei diceva: «Ma no, ma sei matto? Che cosa ti salta per la testa? È un dubbio legittimo».
E io: «Grazie. Allora ammazzami. Perché dovrebbe essere un dubbio legittimo? »
E lei: «Non volevo dire questo. Ci sta che uno ha dei dubbi. Come ti vedono da fuori è diverso da come ti vedi tu».
Allora io ho detto:
«Ok».
C’era un po’ di vento che entrava da una fessurina. Io mi sono tolto l’accappatoio e lei seria seria mi ha guardato per bene. Era immobile. Mi ha guardato venti secondi senza dire niente.
Poi:
«No, no, va bene. Stai tranquillo».
Mi sono girato di schiena.
«Sì, sì, nessun problema».
Poi mi sono messo di fianco, destra e sinistra.
«Tutto bene?» chiedevo.
«Per me tutto bene. Devi cercare di essere più sicuro di te stesso. Ti giuro che se ci fosse qualcosa che non va, adesso te lo direi».
Giorgia aveva un anno in meno di me.
«Quindi posso stare tranquillo, vero?».
«Oh, Dani, per me sì. Poi, non saprei che cosa ti aspetti che ti posso dire. Comunque se vedessi qualcosa non a posto te lo direi. Grossi difetti, almeno».
Mi sono girato un’altra volta. Le ho anche fatto vedere le mani e ho insistito sulle spalle e davanti. In particolare, mi sembra da sempre di avere una spalla più bassa dell’altra.
«Tutto regolare, Dani, davvero».
Mi sono girato un’altra volta.
«Grazie».
«Prego, figurati».
Poi sono andato direttamente verso le docce.
«Ti aspetto fuori, se non ci metti un’ora».
«Ve bene».
Questo per dire che ero un ragazzo mediamente carino, con tutto a posto e anche abbastanza affettuoso. Anche troppo, diceva mia sorella.
Al terzo semaforo in direzione Casalecchio di Reno, strada provinciale Bazzanese, Fespeca mi dice:
«Ma te non sei in classe con Libero?».
Io rispondo di sì. Gli amici di Libero erano Matteo, Alessio, Alessandro, Antonio, Giacomino, Alberto e ben poche donne e anche brutte, che non cito, e infine io, Daniele. Mi sono chiesto se sapeva che io ero Daniele, o se mi aveva scambiato per uno degli altri quattro o cinque.
Poi è salito il controllore e i topi si sono buttati fra i nostri piedi.
[…]

Presentazione – Troppo azzurro per il cielo

Questa è una storia senza rigore, e come tutte le storie senza rigore può sembrare caotica. Ma la vita non è forse senza rigore? Soprattutto la vita di certi giovani. Tutti noi iniziamo a un certo punto la fase caotica e nessuno ci salta più fuori. Non c’è modo di liberarsene. Poi alcuni fanno finta di niente, e sono i vincenti, i seri, quelli “con la puzza sotto il naso”, altri la manifestano senza vergognarsi e ci calcano sopra, e sono i fricchettoni, altri vivono una vita normalmente caotica, e sono i protagonisti del mio romanzo. I protagonisti di questa storia sono, in ordine di apparizione:
• Io, la voce narrante, ma non con riferimenti alla realtà. Io in realtà sono barista e ho 28 anni, mentre nella storia ne ho sedici e vado a scuola al liceo.
• Libero, il protagonista, “Troppo azzurro per il cielo”, il perchè, solo Dio lo sa (ma poi nell’insieme si capirà via dicendo, almeno spero! n.d.r.)
• Fespeca, la tipa alternativa, la filosofa. Nella vita di ogni uomo c’è una tipa alternativa, una filosofa, che ti entra nei pensieri e non te la cavi più, neanche a pagare. Poi magari la conosci e scopri che è piena di soldi ed era meglio prima che non la conoscevi.
• Giorgia, la mia amica (nel senso: l’amica di Daniele Bartolini, nella finzione. È subito nel primo paragrafo che vi mando)
• Matteo
• Alessio
• Alessandro, Antonio, Giacomino, Alberto, che hanno un ruolo limitato, essendo amici che vanno e vengono. Sono descritti glissando un po’ di più sui particolari.
• Nadia, la sorella di Fespeca
• Altri meno importanti

La storia inizia come una storia normale, di uno che marina la scuola (cabotta) come abbiamo fatto tutti e prende l’autobus per andare a Bologna. L’ha già fatto mille volte, non c’è niente di strano. Questo personaggio sono io, Daniele (nella finzione), uno che è convinto di essere “a posto”, di avere tutto quello che ci vuole. Non brillo, ma sono “a posto”. Sull’autobus Daniele incontra Fespeca, una ragazza con un nome molto strano che diventa subito protagonista, e fanno il viaggio insieme fino al capoluogo d’Emilia Romagna. I lettori potrebbero pensare che quest’incontro cambi la vita di Daniele, lo pensano tutti i lettori di solito, e invece qui no, anche perchè Fespeca parla più che altro a Daniele di Libero, un suo amico. E il problema è proprio questo. Certe volte ci impuntiamo che un incontro ci deve cambiare la vita, e questo non succede, e allora ci arrabbiamo, ci impuntiamo sul fatto notte e giorno, e intanto l’incontro è passato, e proprio tutta questa rabbia, che genera caos, ci cambia la vita.

Nota: questa storia è un’opera di pura fantasia. Ogni riferimento a persone, fatti o cose reali presenti o accadute nel passato è puramente casuale.

L’autore: Daniele Bartolini

Sono nato a Modena nel 1979. Ho studiato all’Istituto Tecnico Industriale “E. Fermi” a Modena. Dopo il diploma ho preferito scegliere di lavorare in bar coi miei. Adesso il bar è quasi mio. Sono appassionato di giochi di ruolo e di musica. Amo molto i Queen, Elisa, Fiorella Mannoia e Jeff Buckley. Non sono sposato.

Sogno: il mio sogno è conoscere Lorenzo “Jovanotti” Cherubini e scrivere per lui il una canzone d’amore. Solo le parole, la musica “sarà meglio che la mette lui”! (n.d.r.)

Questo romanzo è il primo che scrivo. L’ho scritto tutto in bar, di notte, quando la serranda è chiusa. In quel momento il bar con la musica di Jovanotti e l’odore del bancone è molto meglio di qualsiasi casa mia.

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