La caduta degli Dei

[TEATRO]

Sembra uno spettacolo senza pretese quello che la Compagnia Tetrahedrum propone al Teatro Sette di Roma per la IX Rassegna Giovani “Ettore Petrolini”. O meglio, con la pretesa esclusiva di regalare al pubblico un pomeriggio piacevole e di strappare una risata dopo l’altra sfruttando tutte le armi che il palcoscenico mette a loro disposizione. Il risultato, bisogna riconoscerlo, non tradisce le attese perché la sala, quasi al completo, partecipa con evidente ilarità alle stravaganze della pletora divina, anche perdonando alla formazione una recitazione a tratti eccessivamente macchiettistica.

Tutt’altro che approssimativa, invece, appare la cura riservata ai costumi, realizzati personalmente dalla stessa Michela Cangi – autrice, regista ed interprete convincente nel ruolo di Afrodite – con pregiati tessuti provenienti direttamente da Damasco, scelti in accordo con i materiali impalpabili con cui le scenografie di Antony Rosa hanno tradotto le atmosfere eteree dell’Olimpo.

Il palcoscenico si anima così di personaggi di grande impatto, tratti dalla mitologia classica ma sviluppati oltre i limiti del carattere tradizionale, per incarnare aspetti viziosi e corrotti di un’umanità tutt’altro che celestiale. Sono proprio i quattro stereotipi della femminilità, estremizzati nelle fattezze di Afrodite, Diana, Era ed Atena – rispettivamente Michela Cangi, Ilaria Giambini, Barbara Russo e Alessandra Maccotta – a contendersi il pomo della discordia, di fronte a Zeus, Bacco – Fabrizio Ripesi e “Legna”– e ad un Cupido volutamente poco “maschile” – interpretato da uno sfrontato Dario Latini.

I tre sovrumani spettatori si fanno veramente tali nel momento in cui infrangono la frontiera della quarta parete e scendono dal palco per nascondersi tra il pubblico a spiare e commentare la gara di seduzione ingaggiata dalle dee. A fare le spese della sfida, da cui tuttavia trarrà inaspettato vantaggio, è un Paride “tronista” – Francesco Stella – più innamorato di sé stesso che degli eroici e romantici ideali a cui la letteratura lo vincola.

Tra numeri musicali, improbabili zuffe ed espressioni colorite l’episodio mitologico si trasfigura in una sequenza di situazioni inedite che manifestano l’aspirazione di non prendere il sopravvento sulla riflessione “filosofica” a cui il testo intende dar voce.

Che ci riesca o meno, la Compagnia Tetrahedrum dichiara sinceramente l’esigenza di “dire qualcosa di personale” senza ricorrere al copione di un’opera nota ma investendo esclusivamente sulle proprie forze per meritare l’approvazione del pubblico che, proprio per questo, ne accetta con indulgenza le imperfezioni e si lascia coinvolgere dal piacere del fare teatro che chi è in scena comunica.

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