Sorpassare l’horror vacui

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il7Con ogni probabilità il filosofo Paul Virilio non intendeva fare l’uccello del malaugurio quando nel suo saggio “Estetica della sparizione” riferiva che il detentore del record di velocità del 1965 si domandava perché mai l’uomo aspiri “a queste terrificanti velocità, introducendosi in un veicolo su ruote che ha in sé il potere di trasportarlo verso la gloria, ma anche di dilaniarlo”. Non a caso, la ricerca dei record terrestri di velocità pura viene condotta in pianure desertiche, quasi a render conto della frase di Bacone: “Nulla è più vasto del vuoto”… Privata dell’ esperienza delle discontinuità spaziali e della relazione col tempo vissuto, la nostra anima, che avrebbe qualcosa in comune col motore, sperimenta il vuoto inebriante della tecnofilia coniugata con la velocità, connubio che “facendo collidere due lusinghe, procura una commozione mortale”.
Abituati da tempo a considerare normali queste avventure, ne trascuriamo l’aspetto enigmatico: l’inconsistenza di una violenza che al rallenty sembra dolce come una sequenza di amorose carezze.
L’anacoresi della velocità veicolare segnava fin dalle prime ferrovie la fine di certa sensibilità borghese, lirica ed esotica, verso il viaggio, e l’affermarsi di un piacere che gia D’Annunzio ed altri sostenevano che “consente di non pensare a nulla, non provare nulla, di raggiungere l’indifferenza”. I bombardamenti dell’ultima guerra ci hanno tra l’altro dato modo di osservare esplosioni “artistiche” in un silenzio totale; stante l’innaturalità sottaciuta di questi eventi, il fragore dello scoppio (il suo sonoro) veniva udito solo quando schegge, polvere e fumo stavano già ricadendo o disperdendosi, tanto era sconvolto l’ordine della percezione. Ma anche ad osservarli inesplosi, gli ordigni di guerra rivelano l’indecifrabilità paradossale della loro colpevole e minacciosa levigatezza plastica, queste forme si rapportano infatti a velocità eccessive che sembrano appartenere ad un altro mondo.
La sparizione non è altro che l’espulsione dall’universo comune, un’”anestesia delle conoscenze” che equivale alla loro assenza, ad istantanee immersioni in mondi paralleli. “Con la rapidità del congegno tecnologico non è più venduta l’avventura del viaggio, ma la sorpresa dell’imprevisto; è questa che venivano a cercare le migliaia di motociclisti sul circuito pirata…” Possibilità, questa, che ritaglia per i piloti un ruolo da protagonisti alla ricerca necessaria di un nuovo record lungo la pista d’un immaginario senza fine, mentre il cinema sempre più “da corsa” cerca di far concorrenza all’industria automobilistica in virtù del suo legame primigenio con la luce, l’istante ed il treno (di fotogrammi).
La velocità è ricerca del non-visto degli attimi persi, come un battito d’occhi, uno svenimento, un orgasmo. A proposito: Marinetti, tutto preso dalla fatalità dell’oggetto tecnico, sparava: “il calore di un pezzo di ferro è per noi oramai più appassionante del sorriso o delle lacrime di una donna”; nell’era contemporanea, sedotta dalla prospettiva post-organica, le protesi tecniche sembrano suggerire uno scenario simile a quello prospettato nel film “Crash” di Cronenberg, capace di mandare in sollucchero i più estremi cultori del binomio donne-motori: coiti “ignoranti” ma “automatici” che conciliano disarmonicamente biologia e meccanica, cosce e cruscotti, cercando un appagamento interrotto nel sapore metallico di un destino feticistico eventualmente ratificato dal brivido di lamiere contorte.
In un futuro già visto, sicuri della sparizione del paesaggio e dell’affidamento delle sorti belliche nelle mani di èlite dandy ed oziose che risolvono velocemente e col minimo sforzo i conflitti a suon di razzi pazzi, i più ascetici vorranno seguire l’esempio del facoltoso Howard Hughes (produttore cinematografico e magnate alla Citizen Kane, impersonato da DiCaprio nel film “The aviator”) che amava farsi vettore di luce, recludersi in una cellula volante, fuori dal tempo; costoro si sigilleranno in astronavi monoposto lanciate ben oltre la velocità dei ghepardi, delegando a strumentazioni tecniche sempre più incistate nel corpo il controllo di un movimento che basti a se stesso, giustificando in nome dell’assoluto l’astensione totale da qualsiasi atto e l’esorcizzazione dell’horror vacui.
Boh!

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