Addio all’aroma di caffè

[LE PROUDERIE]

…“io solo ristretto”, “ma è imbevibile”, “ah…guarda…quello turco è il migliore”, “io, se non è bollente non lo bevo” “non potrei vivere senza il caffè”, “ci metti il latte? Ma così lo rovini…”, “Secondo me il migliore è l’Illy”, “lo prendo amaro, come la vita…”, “possono togliermi tutto, ma il caffè, quello no!”,“…e anche un bicchiere d’acqua, per favore”, “comunque, l’espresso del bar è tutta un’altra cosa”, “ah…quello fatto con la mia moka è insuperabile”, “un deca, grazie”, “in tazza grande, gentilmente”, “me lo faccia lungo, per cortesia”…


Mi sveglio di soprassalto. Madido di sudore. Rubizzo in volto. Tremante. In preda al mio incubo peggiore. Alla mia nemesi. La visione del caffè e di tutta la fenomenologia ad esso connessa. Di quegli speciosi e capziosi riti che fanno da corollario alla somministrazione di questa bevanda ‘sì naif. Ansimo, ho il fiatone. Allungo il braccio alla mia destra, alla ricerca di lei. Sento solo le lenzuola. Fredde. Mi giro bruscamente, ma il letto è vuoto. Allora volgo lo sguardo nella penombra, verso l’entrata della camera e la vedo. Di fronte a me, appoggiata con la spalla alla porta, il piede sinistro infilato nella ciabatta, quello destro, scalzo, accavallato all’altro, mentre sorseggia bramosa, a due mani, una tazza di caffè fumante, soffiando con cupidigia per raffreddarne la temperatura. Mi alzo, e senza dire una parola me ne vado. Per sempre.

 

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