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A un mese dalla chiusura della BiennaleMArteLive, vengono annunciati i vincitori e le vincitrici del concorso che con le sue finali nazionali ne ha animato i primi tre giorni. Dal 3 al 5 dicembre 2019 al Planet di Roma, infatti, 450 artisti hanno dato vita a “Lo spettacolo totale”, una commistione di 17 categorie artistiche in contemporanea nella stessa location.

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Che è possibile raccontare tematiche delicate con ironia e leggerezza ma senza sminuire la drammaticità degli eventi lo hanno dimostrato in passato film come La vita è bella e Train de vie. Ma il pluricandidato agli Oscar 2020 Jojo Rabbit di Taika Waititi decide di fare uno step successivo, sfruttando al meglio una delle armi più pericolose ma potenti che possiede un narratore: il punto di vista di un bambino. Jojo è un ragazzino decenne appartenente alla gioventù hitleriana sul finire della seconda guerra mondiale.

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Bettino Craxi, padrone dell’Italia negli anni Ottanta, leader del PSI, colui che ha sfidato la super potenza americana di Reagan con l’episodio di Sigonella, in Hammamet è un uomo anziano, malato non solo fisicamente, ma anche e soprattutto di amore e rabbia verso il suo paese, contro chi gli ha voltato le spalle. Ci si aspetta di vedere un film che racconti i fatti politici, il contesto storico di un’Italia ormai lontana, ma il film altro non è che un’analisi profonda, a tratti angosciante, di una personalità tra le più complesse del quadro politico di quegli anni.

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Il Piccolo America in collaborazione con l’I.C. Regina Margherita di Trastevere, grazie al sostegno della Regione Lazio e con il patrocinio del Municipio Roma I Centro, dal 10 Gennaio al 28 Febbraio 2020 ogni venerdì alle 16.45 aprirà le porte del complesso scolastico di Trastevere alla città, sito in via Madonna dell’Orto, 2. Otto opere del cinema d’animazione giapponese del maestro Hayao Miyazaki riaccenderanno la luce del proiettore all’interno della piccola sala cinematografica restaurata grazie al progetto REMO - iniziativa finanziata dal programma nazionale “Scuola, spazio aperto alla cultura”, con il contributo del MiBACT, Direzione Generale Arte Architettura Contemporanee e Periferie urbane e in collaborazione con il MIUR.

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Dopo il successo del Montecatini International Short Film Festival in cui ha ricevuto l’ambito “Premio Innovazione Cinematografica”, Mirko Alivernini è pronto a presentare al pubblico il suo nuovo atteso progetto Nika – vite da strada. Si tratta un’opera attuale e di profondo rilievo sociale. È un lungometraggio in cui si trattano problematiche forti e dolorose, come la violenza sulle donne, il bullismo e l’alcolismo, ma in grado di produrre la forza necessaria per cambiare il proprio destino e salvarsi.

Il lungometraggio è stato girato interamente con uno smartphone; nello specifico i modelli P20 Pro e il P30 Pro della Huawei. Mirko Alivernini, da sempre innovatore, è, infatti, il primo regista italiano ad utilizzare nelle sue opere una tecnologia a doppia intelligenza artificiale. Il pregio di questi modelli di smartphone è la qualità tecnica fornita. Dotati di una doppia intelligenza artificiale, possono contare su una ottimale registrazione audio, su tre fotocamere con le prestigiose ottiche della Leica e sulla possibilità di utilizzare uno stabilizzatore; tutto ciò rende le immagini prodotte pulite e nitide anche tenendo in mano il dispositivo correndo. Questo consente di abbattere i tempi di realizzazione di ogni singola scena e quindi i tempi di lavorazione dell’intero progetto.

nika

Negli Stati Uniti molte produzioni cinematografiche stanno iniziando ad utilizzare questa nuova metodologia ma, in Italia, Mirko Alivernini e la sua casa di produzione, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà, sono i primi in assoluto a lavorare in questo modo. “Il mio intento è quello di far capire agli addetti ai lavori e al pubblico che si può fare un cinema di alta qualità non utilizzando necessariamente dei metodi tradizionali. Il cinema è stupire e creare. Questa per me è la regola” dichiara Mirko Alivernini. L’alta qualità del suo cinema gli ha consentito di ampliare il progetto: il lungometraggio, infatti, nato originariamente per le piattaforme sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche, grazie alle tante proposte giunte dagli addetti ai lavori.

Nika – vite da strada è la storia di una ragazza che vive ai margini di una borgata di periferia romana alle prese con pesanti problemi economici familiari causati da forti debiti accumulati dal padre. La protagonista conduce una vita basata su combattimenti clandestini per consentirle di vincere somme di denaro ma incombe anche la figura di un losco strozzino il quale pretende in poco tempo la restituzione di un prestito. La giovane decide di farsi allenare in una palestra da un ex campione di pugilato con l’intento e l’obiettivo di sfidare nel titolo mondiale della sua categoria la campionessa del mondo in carica. Tuttavia i regolamenti sono chiari e appare difficile che la Federazione possa accettare di far disputare un incontro ufficiale ad una atleta senza alcun titolo. Come risolvere il problema e come trovare la soluzione più idonea per i debiti familiari?

Nel cast Noemi Esposito, Giulio Dicorato, Stefania Della Rocca, Luigi Converso, Andrea Sasso e Vincent Papa.

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Molti la considerano una costola della Festa del Cinema dedicata ai ragazzi, ma in verità Alice nella Città nasce tre anni prima e, con la sua 17esima edizione, è ormai prossima alla maggiore età. Anche quest’anno il festival ha selezionato decine di film e organizzato numerosi eventi per promuovere il cinema alle nuove generazioni, opere pensate per un pubblico di ragazzi ma non per questo prive di tematiche attuali e di spessore, tra le quali spiccano ovviamente quelle legate al mondo degli adolescenti. Seppure si tratti per la maggior parte di film indipendenti, di registi giovani se non esordienti, la qualità delle opere selezionate stupisce ancora una volta, offrendo uno spettro di conoscenza del reale ampissimo. Film di nicchia e artisti giovani si mescolano a grandi star internazionali, per una kermesse  che è stata premiata dal pubblico con un incremento delle visite del ben 26%.

In chiusura del festival, sabato 26 ottobre, la giovane giuria ha assegnato i premi dopo una valutazione tutt’altro che scontata. Il premio Miglior Film è andato The Dazzled dell’esordiente Sarah Suco, un film complessa ambientazione delle comunità religiose.  Il premio Speciale della Giuria va a invece Son-Mother della regista iraniana Mahnaz Mohammadi, capace di affrontare con intensità e gusto la difficile condizione di una giovane vedova in Iran costretta ad affrontare difficoltà economiche e pregiudizi per salvare la propria famiglia. Tra tutti, però, il film che torna a casa con più riconoscimenti è Cleo di Eva Cools, che dopo avere vinto il premio di MyMovies, vince anche il premio Tim Vision e il premio DO Rising Star per l’attrice protagonista Jager Yolanda Moreau, eccezionale nell’interpretare la diciassettenne Cleo nel suo difficile percorso di elaborazione del lutto.

la famosa notte degli orsi in sicilia

Poi c’è Lorenzo Mattotti, celebre fumettista e illustratore, che a 65 anni e al suo primo lungometraggio da regista si aggiudica il premio per la Miglior Regia per il fantastico film animato tratto dal romanzo di Dino Buzzati La famosa invasione degli Orsi in Sicilia. Mattotti, oltre ad essere l’unico autore maturo in questa lista è anche l’unico uomo ad essere stato premiato, segno di una nuova generazione di cineasti in cui finalmente viene dato ampio spazio alle voci femminili. Infine da segnalare il premio Raffaella Fioretta per il cinema italiano a Buio di Emanuela Rossi, il premio per i giovani talenti a Nora Stassi per la sua interpretazione in L’Agnello di Mario Piredda e il premio RG Casting a Beatrice Grannò per il ruolo in Mi chiedo quando ti mancherò di Francesco Fei.

Si conclude così Alice nella Città 2019, una 17sima edizione da record che prepara a un futuro ricco di possibilità. Chissà cosa potrà fare Alice una volta diventata maggiorenne. Non vediamo l’ora di scoprirlo!

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C’è chi ancora si ostina a rinchiudere la proficua carriera di Renée Zellweger nella trilogia dedicata a Bridget Jones. Un successo clamoroso di pubblico e un personaggio simpaticissimo e iconico che però sminuisce il talento di un’attrice davvero speciale. Dopo il premio Oscar per il ruolo da non protagonista in Ritorno a Cold Mountain, ottenuto nel 2004 alla terza nomination consecutiva, sono seguiti 15 anni in cui la sua carriera sembrava essere stata consumata da progetti sbagliati e avventate operazioni chirurgiche.

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Le storie più le raccontiamo più diventano vere e ci rendono ciò che siamo. Scary Stories to Tell in the Dark, film tratto dalla serie di libri di Alvin Schwartz, parte da un presupposto che non possiamo ignorare, soprattutto in un periodo in cui l’equilibrio tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Seppure il nuovo film diretto dal regista norvegese André Øvredal, habitué dell’horror, sia ambientato ben 50 anni fa, il quesito non cambia, anzi genera un parallelismo estremamente attuale tra due realtà politiche inquietantemente simili. Gli Stati Uniti di Nixon e del Vietnam e quelli attuali, di Trump, della Turchia e della Corea.

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Poteva essere un disastro. Poteva, ma così non è stato. Gli adattamenti dal teatro al cinema sono spesso molto rischiosi, soprattutto quando lo si fa per la prima volta. L’esperimento portato avanti dal regista, drammaturgo e attore Gabriele Di Luca e dalla sua compagnia Carrozzeria Orfeo con il film Thanks! risulta però molto ben riuscito, seppure con diverse criticità.

La trilogia composta da Thanks for Vaselina (2013),Animali da bar (2015) e Cous Cous Klan (2017)  è stata una delle più apprezzate e valide proposte teatrali degli ultimi tempi, con tour che girano l’Italia senza sosta. Un mix sapiente di comicità, elegante volgarità e spietata analisi sociale che la compagnia nata ormai dieci anni fa ha saputo replicare con sempre maggiore consapevolezza.

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Il lettore mi perdoni l’uso della prima persona per questa recensione, ma chi scrive non può far finta di non essere nato e cresciuto a Palermo mentre prova a raccontare le emozioni offerte dal suo concittadino Franco Maresco nello splendido documentario La mafia non è più quella di una volta. Vincitore del Premio speciale della giuria a Venezia 76, il film di Maresco è piombato come un fulmine a ciel sereno sul pubblico, sui critici e sui giurati della Biennale, rivelandosi come una delle opere più rilevanti di tutta la Mostra.

Seppure in perfetta continuità con i lavori passati (da solo o in duo con il sodale Daniele Ciprì), e in particolare con il precedente Belluscone – Una storia siciliana (Premio della giuria nella sezione orizzonti e Miglior Documentario ai David), di cui rappresenta di fatto una sorta di seguito morale, questo ultimo documentario è un passo ulteriore nella sua filmografia, che brilla per coerenza, lucidità di visione e messa in scena. Evidentemente, il grande successo di Belluscone, nonostante le molte problematiche nella produzione, ha dato una maggiore consapevolezza artistica a Maresco. Sicuro dell’efficacia sia della materia trattata che della modalità con cui raccontarla, il regista si è buttato con determinazione su questo nuovo progetto, alzando l’asticella sotto tutti i punti di vista.

La mafia non è più quella di una volta ci riporta nel 2017, alla celebrazione del 25ennale delle stragi di Falcone e Borsellino. L’intero film ruota intorno alla contrapposizione di due realtà, rappresentate da due personaggi antitetici: la celebre fotografa d’inchiesta Letizia Battaglia e l’organizzatore di eventi di piazza Ciccio Mira, già protagonista di Belluscone. Intorno a queste due figure ruotano due diversi eventi di celebrazione: quello che tutti conosciamo, con le navi della legalità, le parate e la visita delle istituzioni; e un evento nascosto, un concerto di neomelodici di cui personalmente non avevo mai sentito parlare perché dedicato principalmente agli abitanti dello ZEN, quartiere popolare palermitano celebre per l’alto tasso di criminalità.

letizia battaglia

Ed è proprio nelle sequenze dedicate agli abitanti dello ZEN che l’anima più pura di questo film viene fuori. Emerge, infatti, uno spaccato di anti-legalità che impressiona per quanto sia ancora legato a modalità omertose di avversione aprioristica verso la res publica. Mentre infatti la mitica Letizia Battaglia incarna quella Palermo che ha vissuto e sofferto le stragi degli anni ’80 e ’90, e che ora guarda al passato come a un tragico ma inevitabile passaggio nella crescita della nostra società, Ciccio Mira guarda al passato con nostalgia, quella stessa nostalgia che si evince dalla frase che poi è diventata il titolo del film: “La mafia non è più quella di una volta”. Non è più potente come lo era in passato, non è più influente, intoccabile, ma è comunque presente, nelle strade della Sicilia e nella mente dei palermitani dei quartieri popolari.

Ciccio Mira si merita dunque il bianco e nero con cui Maresco lo ritrae per tutto il film (a volte scolorendo solo lui in post produzione): è un personaggio fuori dal tempo, ancorato al passato, e che vive il presente con colpevole e distaccata incoerenza, totalmente incapace di rendersi conto della totale insensatezza delle sue azioni: come cercare nel Presidente Mattarella, suo conoscente di gioventù, la grazia per un parente in carcere, oppure organizzare un concerto a favore di Falcone e Borsellino in una piazza dove è ancora vietato mostrare alcun segno di avversione alla mafia. I suoi artistucoli da piazza ne sono la controparte più grottesca. Privi di talento, privi di coscienza sociale e individuale, questi cantanti neomelodici vivono inseguendo un ideale di popolarità vuota, ancora più drammatica perché affonda le radici in una povertà senza vie di uscita.

Al termine della proiezione, a prescindere dalla complessità meravigliosa e dalla perfezione cinematografica insita in ogni singola scena, mi sono sentito incredulo e stravolto per essere entrato a contatto con una realtà che per decenni ho solo sfiorato senza mai capirla veramente. Al rinato rispetto verso Franco Maresco, Letizia Battaglia, Pino Maniaci e verso chi fa della lotta alla mafia il suo pane quotidiano, ho sommato una consapevolezza nuova, tragica, che mi farà vedere la mia città con occhi nuovi. D’ora in poi, quando sentirò tremare le finestre della mia casa di Palermo (che si trova a poche centinaia di metri dallo ZEN) a causa di una macchina che passa con la musica neomelodica a palla, non potrò più ridacchiare e far finta di niente. Maresco, con questo film, ha privato noi palermitani della possibilità di ignorare gli aspetti più nascosti della nostra città e, di conseguenza, di noi stessi.

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