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Essere Craxi: la fragilità del potere e dell’uomo in Hammamet di Gianni Amelio

Bettino Craxi, padrone dell’Italia negli anni Ottanta, leader del PSI, colui che ha sfidato la super potenza americana di Reagan con l’episodio di Sigonella, in Hammamet è un uomo anziano, malato non solo fisicamente, ma anche e soprattutto di amore e rabbia verso il suo paese, contro chi gli ha voltato le spalle. Ci si aspetta di vedere un film che racconti i fatti politici, il contesto storico di un’Italia ormai lontana, ma il film altro non è che un’analisi profonda, a tratti angosciante, di una personalità tra le più complesse del quadro politico di quegli anni.

Il film di Gianni Amelio, uscito nelle sale il 9 Gennaio, a dieci giorni dal ventennale della morte di Craxi, è il crepuscolo del leader del Psi, nei suoi ultimi mesi di esilio-latitanza ad Hammamet, nella villa tunisina. Inseguito da due condanne dalla magistratura, è accudito principalmente dalla moglie e dalla figlia. Proprio nel rapporto con la figlia (cui viene dato il nome di Anita, come la moglie di Garibaldi) si trova il punto iniziale per comprendere l’intento del film.

Siamo infatti davanti a un confronto tra padri e figli, tema caro al regista che non a caso è presente nei suoi altri film. Il primo con Anita, che lo accudisce fino all’ultimo, con cui ha un legame forte, indissolubile, nonostante i modi bruschi e il carattere prepotente inasprito dalla malattia e dall’esilio. Un Re Lear nel suo rapporto con la figlia, che combatte strenuamente per riabilitarlo, senza successo. Il secondo con Fausto, figlio di un suo vecchio compagno di partito morto suicida, che penetra di notte nella sua villa avvicinandosi al sovrano ormai decaduto, con cui crea uno strano rapporto, vestendo quasi i panni dell’antagonista. La presenza di Fausto rallenta un po’ tutto il racconto, soprattutto nel finale, forse troppo romanzato, ma sicuramente permette al personaggio Craxi di aprirsi a più sfaccettature psicologiche e caratteriali. Idealmente la presenza di Fausto può aiutare a comprendere la tragica situazione in qui verteva l’Italia in quel preciso momento, situazione di cui non si parla mai nel film, se non attraverso una televisione nel salotto sempre accesa: persone morte suicide, altre ancora in galera, un partito distrutto la cui eredità politica andrà in mano a un giovane Silvio Berlusconi (colpa che i socialisti non perdoneranno mai a Craxi) e una gioventù che già vedeva sgretolarsi la possibilità di un futuro certo, tradita negli ideali da una classe politica già corrotta. Ma come dice il Craxi di Hammamet: la democrazia ha un costo.

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Senza dubbio la metamorfosi emotiva di Pierfrancesco Favino ha dello straordinario, l’attore, infatti, restituisce un perfetto e decadente Bettino Craxi, nelle movenze, nella voce, nei gesti. Un’interpretazione shakespeariana che fa di Favino una perla del cinema italiano contemporaneo.

In sostanza Hammamet è la parabola non di un vincitore ma di un perdente, di un eroe tragico che guarda alla storia sconfitto ma orgoglioso, una metafora sul potere e sul tramonto di un’epoca, come nelle intenzioni del regista. È da elogiare la regia di Gianni Amelio che decide di concentrarsi sugli ultimi mesi di vita del leader del Psi. Una commistione di realtà e fantasia, in cui i toni del noir si alternano a quelli onirici e grotteschi. Non c’è mistificazione, ma solo l’urgenza di indagare la dimensione più umana e privata di una delle pagine più controverse della nostra storia, come solo il cinema può fare.

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