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L’idraulico, le pastasfoglie, il muschio

il7

 

[IL_7 SU…]

il7Christian Muela
, zitto-zitto, con la sua aria esotica, di chi soffiando nel suo strumento esplora i segreti che la Madre Terra gli trasmette con le sue roots, sa farsi gli affari suoi.

Ma precisiamo subito che, anche se si è fornito di un sito personale carico di informazioni sulle sue attività, da buon professionista inserito nel business di una società occidentale, la sua è un’arte sociale che, prodotta da un giovane come lui, con un’identità etnicamente ricca e col tramite irrinunciabile dell’inseparabile didjeridoo – per chi non lo sapesse, uno strumento a fiato molto antico di origine australiana, anzi aborigena, simile ad un lungo tubo di legno – realizza, dopo essersi giovato della guida di “stregoni”, ovvero maestri riconosciuti, come Alejandro Guaz-zetti, un progetto espressivo non limitato all’aspetto superficiale dell’Arte come intrattenimento, ma mirato viceversa alla Christian Muelacomunicazione di autentici e profondi valori verso una società che ognuno di noi potrà stabilire autonomamente quanto possa essere ricettiva verso questi tipi di esperienze. È anche vero che la società è composta di individui, ae allora tocca a noi parte della responsabilità: non stiamocene lì a guardare Christian suonare facendo un sorrisetto ed un applausino falsamente compiaciuto, ma cerchiamo piuttoosto di entrare in simbiosi con queste sonorità tribali, perché si sforzano di entrare in contatto con la nostra profonda natura antropologica. Muela ha ormai all’attivo ben cinque CD in cui la sua formazione, passata attraverso L’Ac-cademia di Belle Arti di Brera e l’associazione artistica Estro, di Bergamo, è giunta a fioritura in una inter-pretazione innovativa del didjeridoo, sia dal 2003 utilizzato per unire sincretisticamente “L’antico e naturale con il nuovo e l’artificiale” e consacrare l’output a processi di promozione culturale e sociale, laddove il valore culturale è dato dall’esperienza condivisa e non dalle pratiche dell’”arraffa-arraffa” e del “tutto mio, non c’è trippa per gatti”! Attivo sia come solista che insieme agli An Einen Baum, partecipa spesso a progetti multimediali in appoggio ad opere o performance di natura visuale, ed infatti è stato incontrato da noi in occasione della sua partecipazione collaterale allo spettacolo teatrale sperimentale “Punto Omega”, in scena il 4 e 5 febbraio 2011 al Cine-Teatro di Roma, vedi il nostro articolo “Il punto Omega e il mito della caverna”, e già recensito anche come solista; vediamo allora cos’è cambiato, da allora ad oggi. La novità nel suo songbook è costituita da “Frogs ballad”, che inizia con dei pseudo-rintocchi di maracas sullo zoccolo di uno gnu o tocchi di bacchetta sulla corazza d’un alligatore, con la stessa funzione di introduttivi snap con le dita per una ritmica up-beat buona per un soul trascinante, poi il didjeridoo fa sentire la sua voce, im-postandosi su una ritmica profonda più brontolante che gracidante, anche se l’incalzare si evolve in un affanno corale di rane in concerto che discutono i rischi di un’indigestione di mosche, senza che però questa cadenza rituale consigli loro di cambiare stagno, se non altro perché la possibilità di realizzare questo tipo di composizioni li convince a restare stagnanti, più che stanziali. L’emissione di vocalità aperte si alterna tuttavia a fasi in cui le sonorità si fanno più simili a sfregamenti dell’ugola sui ciottoli a pelo d’acqua, doppiati da dissertazioni del capobranco sulla compattezza del canneto, in un omaggio notturno, arrancante e sufficientemente variegato, a “Le rane” di Aristofane, in cui questi animali continuavano a gracidare in onore di Dioniso senza accorgersi che il dio era lì, traghettato attraverso la palude dell’Acheronte da Caronte. Il brano di Muela si conclude con dei richiami che sembrano lanciati da una balena emersa dal ruscello per cercare dove fosse il traghetto che producesse segnali acustici così ruminati! Gli esperti nell’uso dello strumento ci avevano informato che le composizioni di Muela hanno ancora un carattere emulativo, non sono sempre personali, ma a noi che non sappiamo distinguere lo stile di uno Smeykal o di un Jackson, ci basta apprezzare il variegato grugnito, degno di un’emissione vocale prebellica, di “Guerriero”, la sorda e gutturale invocazione di divinità che pre-scrivono segni di fango sul petto e botte da orbi. “Raving” è invece un farneticante (= raving) delirio hip-hop espresso con vocalizzi filtrati nello strumento da un ipotetico frequentatore di rave (da cui il titolo) abituato a fare gargarismi con lampadine piene di shampoo. “Dog over breathing” è l’ansimare d’un cane affaticato dall’ inseguimento di un sorcio con la zampa d’un gatto in bocca, circostanza che lo induce ad una ricerca ritmica che dovrebbe caricare la sua autostima fino a farlo sentire capace di conquistare e sgranoc-chiare, al posto del solito osso, o il telecomando di casa, o il Santo Graal! “Magia” sembra il pezzo più evocativo, dotato di una tristezza lignea e stridente che si sviluppa, sembrerebbe, a partire dai lamenti d’un santone chiuso a chiave nel bagno a sperimentare una formula per la decolorazione dei mostri di ricotta. “Indian Didj beat box” è invece un’interpretazione in chiave house di un idraulico del Bangladesh che invece di sturare, ingorga il lavandino di un bramino di Calcutta spernacchiando nei tubi per dispetto. Al di là delle nostre avventurose ed ironiche descrizioni, quella di Muela, perfezionista generoso sempre in cerca di un affinamento della sua te-cnica, e da tempo ormai disponibile come insegnante per corsi di gruppo, è una palestra di sperimentazioni ambient in connubio con l’elettronica o minimali che traccino un ponte tra musica contemporanea e sug-gestioni rituali, e ciò ne ha fatto un session man di prestigio per performers teatrali o “street” o per live set di scultori e pittori, e un affermato solista sciamano capace, con i suoi suoni rimbombanti, trascinati e fascinosi, seduto a gambe incrociate sui suoi mistici tappeti, di guarire dalla tosse convulsa!

ErreDiEmmeGli ErreDiEmme ci chiedono un piccolo sforzo, ovvero quello di andarli a cercare, perché il loro acronimo può ingannare, se non si scrive in forma estesa: loro infatti non sono una R.adio, hanno più di una D.imen-sione, e quello che fanno sarebbe riduttivo chiamarlo M.usica, insomma non c’entrano nulla con l’emittente radiofonica bolognese, ma si configurano piuttosto come un’entità emittente ancora più indipendente che ac-cende gli animi con un grado di propulsività energetico, basti sentire la loro “Musica in saldo”, in cui alla vocalità su di giri ed elettrizzata della vocalist corrisponde il sostegno energico di una chitarra spinge sul gas del rock puro dando sempre l’impressione di essere sul punto di erompere. D’altro canto, quando c’è da cantarle chiare a chi si crea una cortina protettiva con pastasfoglie di apparenza e coriandoli d’illusoni e crede che la musica sia una combinazione di quattro note, un gruppo di rockers non esita e sprigiona tutta la loro sapienza derivata dalla vita on the road e dalle turbolenze dell’ispirazione vera! Al contempo, notiamo un passaggio armonico che ricorda la “I go swimming” di Peter Gabriel, e questo depone bene per un gruppo che si proporrebbe di darsi anche una coloritura progressive. Il raddoppiamento della linea vocale, con la voce maschile che si aggiunge in controcanto conferisce spessore e compattezza al messaggio: “…al mercato delle belle facce stanno messi tutti quanti in fila, chi guarda e chi compra e chi passa avanti, chi sta lì per caso; e per quale motivo? La passione… non si vende!!!” L’allusione è forse alle snervanti e avvilenti trafile nelle case discografiche, ma gli ErreDiEmme sembrano voler rendere la vita difficile a chi non li ap-prezza per quello che sono, a chi vuol far compromettere il loro afflato libertario. “Prendila se ti va bene” è un loro pezzo più vecchiotto, riteniamo, eppure, superata l’introduzione grave col corollario di sirene della po-lizia e l’accordo di base che cresce con una svisata allarmante, veniamo trasportati su piste arroventate alla ricerca del varco in cui irrompere con la verità, e difatti, dopo due passaggi di strofe e ritornello, arriva l’assolo hard rock appagante e flamboyant, a cui risponde, introdotto dalla solita svisata simile ad un barrito, il ritornello a due voci, in cui i controcanti sono stavolta affidati alla vocalist, mentre il finale è una lunga liberatoria effusione del cuore e della sua vigorìa: “Prendila se ti va bene, grande come fosse il mare; grandi sogni di velluto, da guardare ore ed ore..!” ed il live prende quota, tra vapori, entusiasmo e corpose fragranze rock blues con testi all’italiana che acuiscono la comunicatività. “Nero” si costruisce su un incastro percussivo ripetuto, una marcia promettente su cui col contributo heavy della chitarra, si innesta la melodia teatrale gestita dalla vocalist, ben compenetrata nel mood del pezzo e opportunamente dotata per poter reggere il tour de force al microfono. La transizione governata da basso e poi dalle chitarre è un gustoso ed oscuro travaglio occupato anche da un massiccio angolo di batteria, prima del finale con reprise e distorsioni. “Un codardo” parte da un accenno di call and response, ma subito gli “errori di gioventù” e le “speranze abbandonate vicino al marciapiede mentre il mondo va giù” portano ad una virile rivendicazione di ciò che s’è costruito inutilmente e alla constatazione amara che non si scorgono mani tese, si continua a non essere abbandonati dalla propria fragilità, e il proprio mondo interiore, pur esasperato nella sua ricchezza come un assolo teso, lungo e spiraleggiante, non basta forse a rilanciare le ambizioni represse di un indivi-duo che solo per colpa di altri, probabilmente, finisce con l’autoetichettarsi codardo. Proposta irsuta e vigo-rosa, quella degli ErreDiEmme, che nell’attesa di sofisticare ancor più i loro arrangiamenti, intanto trascinano le folle!

Gli Almanoir pare non dispongano di un myspace, ma in compenso sono su Facebook, dispongono di una buona Almanoirquota di talento e, quando lo mettono sul piatto, e capita spesso, dispongono con disinvoltura dei no-stri cervelli e dei nostri cuori sotto sterzo. Parlo al plurale perché una formula avanzata come quella del quar-tetto romano non lascia certo insensibili chi dalla musica cerca emozioni declinate in spigolature sofisticate e fuori da classificazioni facilone. Va da sé che certi propositi possono esser messi in atto solo se si è in pos-sesso di adeguate qualità tecniche ed emotive, e qui ci siamo. Formati nel 2010 per iniziativa della cantau-trice pianista Maristella Croppo, che aveva una delicata urgenza di dare ancora più corpo alle sue com-posizioni fascinose, gli Almanoir hanno risposto a questo input amalgamandosi in una identità collettiva in cui il valore dei singoli componenti rifulge come imprescindibile ma senza prevaricare sul raffinato intarsio messo a sistema. E così, condividendo tutti una passione probabilmente indicibile per l’essenza sfuggente dell’espressione musicale intesa come manifestazione davvero compiuta, ne consegue la gemmazione di perle come “Solo polvere”, eseguita tra l’altro all’Auditorium di Roma, in cui la diafana bellezza del reticolo di luci lunari tracciate dalla tecnica pianistica della Croppo offre un tremulo e partecipe sostegno alle parole con cui lei dà fiato alla sua “muta sorpresa”, mentre la piccola orchestra delinea la matericità sagomata e spet-trale dello sfondo dimostrando che nel post-rock o nel progressive contemporaneo alla Radiohead, la sottile inquietudine di un romanticismo spezzato simile a certe pagine di Tori Amos può a buon diritto coniugarsi con l’accenno di malloppi convulsi dell’anima che si torcono a bella posta su colonne a tortiglione. “Danza sola” si diparte anch’essa da accordi di piano stavolta segnati da una certa rigidità fatale, ed è un attimo: il ritmo prende l’avvìo, un formicolìo chitarristico si impossessa dell’atmosfera facendone un guazzabuglio sot-tilmente virale che assume curvature orientaleggianti mentre la vocalist trasmette le sue visioni, espunte da territori non dissodati in cui piante malariche occupano i pensieri che però, col suo vocalizzo libero, trovano spazi vuoti nel rimestare dei viticci maligni. Il tono elegiaco con cui viene suggerita, con un tocco di psiche-delìa, la struttura cadente d’un rimpianto fragoroso, tra i piatti e la cadenza discendente, si pone come il ripiegamento funzionale prima della ripresa di una strofa che è ingiusto chiamare tale, persa tra questi bar-bagli fluorescenti floydiani. La vocalità della Croppo è intoccabile e tanto dolente quanto spontanea, il basso molleggia tensostrutture soggiacenti cave, il drumming è variegato ed avvolgente, la chitarra solista si arrovella in tenaci spirillioni o pattern incavati, come se fossero gli apoftegmi di un tragediografo eccentrico. E nel finale la codificazione innervata per incanto si cheta, lasciando la cantautrice in compagnia degli ultimi accordi e di un’unica nota distorta di chitarra, che preme, ostinatamente convulsa, sul vuoto pneumatico che s’approssima. “Maryann” è una ballad inizialmente in camera di decompressione, con la vocalist stavolta alle prese con la chitarra acustica ed il gruppo che stende intorno alla sua interpretazione un alveolo di cristalli in attesa di un sole recalcitrante, che spargono arpeggi in diverse tornate di inquieto lirismo, finchè l’onda elettrica non sale dai bastioni e risciacqua via il muschio che s’era avvelenato per la sosta prolungata delle angustie nelle fortificazioni del cuore. Ora va tutto bene, la scogliera, frangendo i flutti, ha ripulito l’orizzonte, e l’Almanoir vede più chiaro… fino al prossimo avvitamento.

il7 – Marco Settembre

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