Ma come fai tu, a crearti i lavori ad Arte?

Anche se uno o una non ha le idee chiare e non sa a che porta bussare, a fargli compagnia c’è l’impressione che ci sia giusto il tempo di sbirciare qualche giornale per la ricerca di lavoro, prima di tornare di corsa a crucciarsi.

Pare che però anche gli americani siano affranti, non ultimo per il motivo che la loro produzione manifatturiera è in regresso scandaloso, dagli anni ’50 ad oggi, a fronte di una Cina che invece si presenta ormai come la nazione con la più alta concentrazione di manifattura. Questi discorsi ci fanno piuttosto venir voglia di confettura, ma quella è un’altra cosa; resistiamo alla tentazione di farci beccare dalla zia con le dita nel vasetto della marmellata consolatoria e proseguiamo a disperarci, coscienziosamente.
Su un numero del New York Times di ottobre scorso si legge anche che uno statunitense su tre di quelli GroundLab-Open Source - Lion Tracking Collarsdisoccupati stia così a secco da oltre un anno (http://blogs.wsj.com/economics/2011/07/21/long-term-unemployment-by-state/). Sono i cronicizzati, quelli a cui i sadici dicono: “Il lavoro? Dattelo in faccia!” Infatti si va dai contratti a lungo termine alla disoccupazione a lungo raggio, e dalli a fare tavole rotonde e dibattiti in alto loco, in fondo pare che stiamo sempre allo stesso punto, una sorta di giostrina patetica! Di sicuro gli americani non se ne stanno con le mani in mano, sono pragmatici e non temono di sporcarsi le mani. Il mese prima lavorano in uno dei grattacieli di Manhattan (poverini, pensa che spirito di adattamento!) e quello dopo ad un progetto sperimentale in un laboratorio nel Queens (Hai capito!.. Certo si può fare, con un po’ di sforzo, se proprio uno non si è fis-sato col volersi solo candidare alle presidenziali!).
Sono questi i pensieri che si affollano nella nostra testa di europei, immaginando l’atmosfera che si respira all’Open Hardware Summit, ma soprattutto alla Makerfaire. Progetti impossibili e improbabili che diventano realtà e riescono a raggiungere il livello di sostenibilità economica con formule ed equilibrismi creati ad hoc. Non basta certo avere un’idea brillante, bisogna coltivarsi un team che ci lavori più per passione che per soldi (come al solito, ci abbiamo fatto il callo), mantenersi ricettivi delle esigenze di chi, bontà sua, vuol fare uso di questa idea, e soprattutto impegnarsi a farla conoscere in modo che la gente capisca e la supporti da vicino e da lontano. Sembra utopistico, ma cerchiamo di crederci, vediamo un po’.
Ad esempio, seguiamo il caso di Benedetta, italiana trapiantanta negli USA e co-fondatrice, insieme a Justin, di GroundLab. “Nel 2008 lavoravo per una società di design qui a New York. Ad un certo punto l’azienda ha iniziato a licenziare e a non assumere. Quando mi hanno lasciato a casa abbiamo deciso che era venuto il momento di far partire la nostra società visto che era già un anno che lavoravamo insieme a questo pro-getto. Ora siamo impegnati 70 ore a settimana. Non stiamo guadagnando chissà quanto, è più una scelta di vita”. Ma magari più in là diventerà qualcosa di più e meglio. La loro società si occupa di ricerca, sviluppo e prototipazione, supporta ong, gruppi di ricerca, università, organizzazioni umanitarie a trovare o creare solu-zioni nella loro attività, basandosi RepRap - Prusa Mendelprincipalmente su tecnologia open-source. Hanno illustrato il loro progetto all’Open Hardware Summit e sono presenti alla Makerfaire. Il loro stand ospita un leone di peluche che indossa uno speciale collare. Si tratta di un sistema di tracking per monitorare i leoni del Kenya in modo che riescano a convivere con i guerrieri Masai e a non danneggiare i loro pascoli. Quando un leone si sposta, il collare invia un sms ai ricercatori e uno ai Masai (!) così da evitare conflitti territoriali e ulteriori uccisioni degli ultimi 2000 leoni rimasti in vita. “Anche altre società stanno sperimentando in questa direzione do-it-yourself e open source e sono riuscite a realizzare prodotti, mentre noi siamo più che altro concentrati sui servizi, molti. I nostri clienti arrivano con un problema; se poi si trasforma in un prodotto, bene, ma spes-so è solo ri-cerca, field testing o altri servizi che loro non hanno in-house. Riusciamo a mantenerci e a mantenere il bu-siness. Speriamo continui a crescere com’è successo finora. Abbiamo quattro o cinque collaboratori full-ti-me e una cinquantina di part-time che vengono pagati ma che, soprattutto, mantengono i diritti di tutto quello che producono per noi e possono farne uso in altri progetti. Uno dei nostri obiettivi è riportare la piccola e media produzione manifatturiera a NYC e la maggior parte delle cose che produciamo ha infatti la dicitura Made in NYC“. Quando si dice: il campanilismo metropolitano! Ma ascoltiamo anche il socio di Benedetta, Justin, che è cresciuto a Detroit e ha lavorato nell’ambito della fabrication per più di dieci anni, producendo principalmente oggetti di arredo o artistici per la gente che se lo può permettere: “Molti laboratori artigianali locali si concentrano su questo tipo di clientela che richiede, per esempio, una scala di acciaio inox fatta a mano per il loro loft, o oggetti simili. Non si producono cose utili per la gente comune, ma soprattutto beni di lusso.” E subito dopo però aggiunge: “Credo che ci troviamo in una fase di cambiamento. Ci sono diversi fattori che adesso rendono possibile un business come il nostro, dove organizzazioni reali possono essere supportate nel risolvere problemi reali”. La creatività è chiamata infatti a fungere da grimaldello per scardi-nare la gabbia di una realtà decisamente opaca e ingombrante.

Nel palco principale all’aperto della fiera inizia invece la presentazione di Josef Prusa, ventunenne della repubblica ceca. Il Live Stage della Makerfaire è piuttosto nutrito di spettatori che aspettano di ascoltare il giovane sviluppatore di una stampante 3d open-source, RepRap. Parliamo della Prusa Mendel, [4] variante più popolare perchè semplice da assemblare e mantenere e più facile da replicare (ossia è più agevole stampare i pezzi che ti permettono di costruirne una copia esatta, autonomamente). Josef, al termine della sua performance, rivela: “Non lavoro a tempo pieno sul progetto RepRap, sono ancora uno studente di eco-nomia, anche se sarebbe di sicuro possibile poterlo fare; ma non voglio lanciarmi nel business troppo rapida-mente. Ho visto cos’è successo ad altre aziende, tutto si trasforma in una questione di soldi e il divertimento svanisce. Prendo ispirazione dal team di Arduino. Loro stanno riuscendo a concentrarsi nel creare nuove cose e innovare piuttosto che focalizzarsi sulla Esempio di lavoro Tinkercap creato da utente“money thing”. Quello dell’open hardware è un contesto in cui è possibile creare nuovi modelli di business reali. Per ora mi accontento di lavorare ai workshop, entrare in contatto sia con chi ha creato la RepRap, sia con la community di utenti. Mi piace lavorare con la gente e guadagnare qualche soldo in questo modo, ed è grazie ai workshop che sono volato qui a New York”.

Nonostante queste reali possibilità, Josef racconta come la reazione della gente rispetto all’apertura dei codici sia ancora di sbalordimento e paura e la frase tipica che si sente dire è: “Ah non l’hai brevettato? Ma come fai a farci dei soldi? E’ impossibile!”. Eppure non si preoccupa: incoscienza o capacità di programmare il proprio futuro a lungo raggio? Cosa ne penserebbe Brunetta?


Camminando tra gli stand dell’area Craft mi imbatto in Owyn Rock, responsabile del Textile Arts Center già presente qualche giorno prima a Yield, la mostra di design di capi a scarto-zero. Eccola ora qui, impegnata a mostrare come si tingono i tessuti con colori naturali. Mi fermo a parlarle per saperne di più della sua esperienza a New York, dato che chi si occupa di design è spesso restìo a mostrarsi troppo entu-siasta del DIY e di tutto ciò che riguarda la scena dei “maker”: “In realtà abbiamo organizzato Yield proprio per colmare il divario che c’è tra designers e makers”, ci spiega Owyn. Nel mondo della moda hanno bisogno di questo ritorno al fare perchè le cose vadano avanti, e la gente che acquista dal canto suo ha bi-sogno di sapere come sono fatte le cose. Se vuoi creare vestiti e venderli non sottocosto in un periodo di cri-si come quella che stiamo attraversando, devi fargli capire il come e il perchè. Siamo un centro per le arti tessili, non vogliamo essere identificati in modo specifico con uno dei due ambiti, dato che il nostro scopo è fare formazione a chi ne ha bisogno. Incontriamo spesso studenti che escono dalle migliori scuole di moda e di design e che tuttavia non possiedono le conoscenze base. Per esempio, sono designers per la stampa e non hanno mai fatto una serigrafia. Iniziano a lavorare direttamente con il computer, creando prodotti senza capire il processo di produzione che potrebbe aiutarli a progettare meglio. Si puo’ diventare più innovativi se si capisce come le cose sono fatte realmente”. Insomma, come al solito sono compresenti spinte divergenti: ci si chiede di sviluppare conoscenze informatiche per prepararci ad un mondo di mezzi cyborg, e dall’altra ci conviene saper muovere le mani per riparare la coppa dell’olio o preparare le pappardelle fatte in casa. Altro che iperspecializzazione, dobbiamo essere multitask schizofrenici! Il centro ha sede a Brooklyn e hanno appena aperto un secondo spazio a Manhattan. Offrono corsi serali e durante i weekend (12 ore di corso in un mese costa circa 200$ più l’utilizzo gratuito degli Open Studio per fare pratica), rivolti a chi sta già lavo-rando e ha bisogno di rinnovare/approfondire le proprie conoscenze; i loro istruttori sono principalmente free-lance che lavorano come designer, insegnano anche in altre istituzioni, hanno la propria linea di prodotti e fanno anche consulenza ad aziende più grandi. Girano, non se ne stanno fermi, perché, vivaddìo, hanno un mestiere da far fruttare. Owyn Rock pensa sia proprio questo il modello, la differenziazione: “Se vuoi avere una professione creativa devi diventare creativo anche nel modo in cui fai business”.

TinkercadAltro approccio è poi quello di Bare Conductive, una piccola start-up londinese per lo sviluppo di materiali conduttivi. Questo autunno hanno lanciato i loro primi due prodotti a base di tempera per condurre segnali elettrici sulle superfici su cui viene stesa, compresa la pelle del corpo! Noi stiamo a posto così, grazie, col nervoso che ci ritroviamo siamo già abbastanza “elettrici”! Isabel, una delle quattro socie, racconta che tutto è nato dalle ricerche degli ultimi anni di università al Royal College of Art: “Questo era il nostro progetto di tesi; ci è venuta l’idea di una tempera conduttiva partendo dall’idea di rendere accessibile a tutti la possibilità di creare circuiti, sia bambini che adulti. Dopo aver terminato la tesi, siamo stati contattati da Sony che ci ha proposto di usare la nostra tempera per un progetto di video in cui un gruppo di danzatori interagivano”. Ottimo, ci viene da commentare, entusiasti. E lei prosegue: “Accettammo di farlo e da lì capimmo che c’era un potenziale mercato per la nostra idea. L’azienda è stata fondata con un piccolo finanziamento privato e dopo due anni di lavoro abbiamo lanciato i primi due prodotti”. Da paura! Altro che “No future”!, esclamiamo non senza una punta di dubbiosa ironia. Ma d’altra parte, molte logiche si stanno evolvendo, non si può essere certi di quali fesserie ci ritroveremo a fare tra dieci anni! Si veda http://www.youtube.com/watch?v=4S JCxN7xxxI. Ad una domanda su quanto abbia contato la possibilità di ritrovarsi in un contesto in cui si offriva libertà di sperimentazione, e quanto la crisi economica abbia influito sul loro percorso, lei argomenta: “All’ epoca frequentavamo un corso dove il nostro focus era la sperimentazione e si basava più sul processo che non sul prodotto finale. Non ci hanno richiesto di dire quale sarebbe stato il risultato, eravamo liberi di spe-rimentare e fino all’ultimo non avremmo saputo se quell’idea si sarebbe trasformata in qualcosa oppure no. Senza que-sto tipo di contesto non credo saremmo giunti ad un’idea del genere e credo che gli hackerspace e i makerspaces, in questo senso, abbiano un valore incredibile perchè rendono disponibili a molte persone gli strumenti per sperimentare, condividere idee e conoscenza. Quando ci siamo laureati era il 2009, econo-micamente un periodo terribile per cercare lavoro. Credo che se fosse stato un momento più favorevole pro-babilmente avremmo tutti trovato un lavoro fisso e ognuno sarebbe andato per la propria strada. Ma visto che non c’erano molte opzioni, ci siamo fissati sul nostro progetto. In un certo senso è stato meglio che non avessimo avuto opportunità lavorative perchè ci ha obbligato a cercare un valore in quello che avevamo cre-ato.”

Poco più in là, sotto uno dei tendoni più grandi della fiera, un’altra start-up si sta facendo strada e, questa volta, nel panorama di prodotti e servizi che facilitano la prototipazione rapida: Tinkercad è la piattaforma online di modellazione 3d per artisti e “maker”. Mikko, uno dei fondatori, rivela subito come anche loro fos-sero inizialmente dei “maker”, proprio come i frequentatori della Makerfaire. Dopo aver acquistato una delle prime stampanti 3d Makerbot si sono accorti che c’era un vuoto da colmare perchè i software 3d profes-sionali in circolazione erano troppo complessi e non riucivano a produrre file che comunicassero facilmente con le stampanti 3d. “Il mio collega lavorava in Google”, racconta Mikko, “ma dopo il primo figlio ha deciso di rientrare in Finlandia. Io nel frattempo stavo cambiando lavoro e quindi abbiamo deciso di creare questa start-up con un piccolo fondo privato. Stiamo lavorando da due anni per capire chi sono i nostri utenti prin-cipali, quello che vogliono e quali caratteristiche del prodotto dobbiamo supportare per stimolarli a lavorare di più col 3d”. Perfetto, penso io: “Sono in gioco da due anni e ancora devono capire chi sono i loro utenti principali. Ma non era al circo che ci si buttava senza la rete? Scherzo, eh? Quasi tutti in Tinkercad (https: //tinkercad.com/home/) hanno fatto esperienza in web services e anche nell’industria del gaming online e da questi ambiti prendono ispirazione per creare un sistema che li renda sostenibili: “La nostra idea si basa da un lato sulle royalties verso i servizi di stampa 3d, dall’altra nell’offrire gratuitamente il software e lo spazio per mantenere i file, lasciando la possibilità a chiunque di scaricarli e di conseguenza far pagare un contributo mensile a chi invece vuole tenere le proprie modellazioni in un’area privata, Bare Conductive - Bare Skinsino ad arrivare all’acquisto di piccoli oggetti virtuali in 3d, un po’ come fa la gente in Farmville”. Certo, un bel soprammobile in 3D a ben pensarci, a chi non fa gola? Magari un vassoio per la frutta ergonomico con qualità di progettazione di livello architettonico, sì, mi “farebbe comodo”!

È proprio un mix di attività, di esperienze maturate altrove, che si riconfigurano alla luce di alcune necessità e di una generale vocazione al pensiero innovativo, per creare la giusta formula. Dall’individuazione di un bisogno, alla creazione di un prodotto o servizio, alla sua diffusione, vendita e anche modifica, magari grazie al feedback di una community di appassionati un po’ pazzi, sino alla creazione di workshop di base o addirittura avanzati, per chi può permettersi di ingaggiare un adeguato corpo docente. Tutto questo rende possibile la sostenibilità di molti progetti basati anche sull’hardware aperto. Quello che li unisce, e che emerge dalle loro parole, è sì l’entusiasmo per i loro progetti, ma soprattutto l’aver raggiunto il risultato con-creto di mantenersi “hungry & foolish” come raccomandava Steve Jobs, lavorando a tempo pieno a qualcosa che li appassiona veramente. Ma dico “veramente”! E di cui spesso può beneficiarne l’intera comunità di “maker”, che magari, visto com’è stano ‘sto mondo, non aspettavano altro!

il7 – Marco Settembre

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