Lunedì, 10 Ottobre 2011 11:13

Gli azzardi, il megafono, “la gnocca”, il pop-corn

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il7Sempre nel segno della rimescolatura delle carte, per quanto riguarda il non-criterio con cui gruppi e singoli artisti vengono qui da un paio di “puntate” raccolti e recensiti alla bell’e meglio, per colpa forse degli stessi che hanno provocato la più che malaugurata, nefasta chiusura di Wikipedia Italia, vi parliamo stavolta di quattro realtà musicali emergenti molto “spinte”!

“Music fathoms the sky” (Charles Baudelaire) è la citazione con cui Danilo Taddei timbra a mò di epigrafe il suo myspace, tanto per sfrondare il suo uditorio da quei poveri di spirito che credono che lui non sia altro che un parente povero di quel brasiliano di origini italiane, Rodrigo Taddei, che nella A.S. Roma di oggi si ritrova a volte a fare il terzino! La voce stralunata e arrochita, lentissima, in “A te”, che minaccia stonature dettate dall’estenuante ricorsa di “visioni di altri Danilo_Taddeisogni minuti come giorni nel pensiero mio di te, nuovi amori da cercare, nuove rose da appassire”, è accompagnata in acustico, da una chitarra elettrica che scandisce scampanii indolenti caratteristici di chi trascina gli scarponi su un sentiero della vita illuminato solo da un amore che non si scarica: “chi ferirò se non te, mia terra promessa”; chiudono gli stanchi vocalizzi di chi non sa neanche lasciarsi salvare, in un blues sbrodolone e caracollante in penombra. “Dark scarlet cloud” è completamente diverso, galleggia a metà di un fosco cre-puscolo su una frase di archi ampia e celtica che riposa su un ampio sfondo di velluto tastieristico nero, con una voce che sussurra un testo criptico in inglese strascicato mentre una percussione operata forse da bac-chette sull’orlo di tamburi, il piano che sprofonda nei pochi accordi, e il coro di presenze femminili stregate riempiono il brano di presenze spettrali; molto intrigante, qualcosa a metà tra Nick Cave and the Bad Seeds e la colonna sonora di Twin Peaks. “Stati d_Anima” inizia con un carezzevole quanto articolato arpeggio di chitarra classica su cui striscia un cantato ruvido e ruminato, senza parole, giusto un lamento free e malatissimo che però curiosamente si abbina, con inquietudine calcolata, all’arpeggio quasi strutturalista, in alcuni tratti, per poi devastarsi in una seconda parte noise, con dissonanze radio, una narrazione poco ras-sicurante, ed una chitarra rock che si innerva ritmicamente in un pulsare fremente “disturbato” da una mente che capta onde distorte e mozziconi di cronaca cittadina e/o personale, fino alla concusione tronca e improvvisa. “Blues” su un tono fisso di tastiera, produce altri suoni da synth, con una batteria incostante e bizzarra ed un riff ancora di tastiera, e su tutto questo storto impianto di deviazioni elettroniche, la voce, a tratti doppiata, sparge discorsi in inglese che potrebbero essere le divagazioni schizoidi del leader dei Depeche Mode se fosse sottoposto precedentemente per due settimane a “terapia” elettroshock e a una dieta esclusivamente di peperoni bruciati! Il titolo è provocatoriamente “Blues”, ma una volta conosciuto dalle prime note il personaggio, i più svegli non si fanno ingannare e mantengono il giusto distacco dagli intem-peranti azzardi sperimental-alternative di questo artista che incuriosisce con la sua proposta destabiliz-zante. Una batteria discreta, forse elettronica, ed un riff ritmico soffocato di chitarra ma tosto, creano il contesto per l’esortazione di un “soggetto” difficile, o almeno percepito come tale, a “non insistere, sai, io vivo così e non riesco ad essere un altro… ascolta quando parlo e accetta quello che a volte sembra insop-portabile…” La parte preparatoria ha qualcosa dei pezzi più ispidi di Peter Hammill solista (vedi il recente “Vainglorious boy”), salvo poi divenire più pop nel ritornello e nella descrizione del sogno/incubo in cui il protagonista si trova conchiuso, spinto ciclicamente a ripulirsi, ad essere positivo: “E nonostante tutto tento ancora di spiegami a te e dico quello che per mille volte ho detto e a braccia aperte corro verso te e cerco nei tuoi occhi il sole”; qui il tessuto, pur rimanendo experimental-wave, si apre ad un assolo di chitarra lucido, acuto, che serpeggia, aprendo squarci cristallini nel coacervo nevrotico. Vi informiamo, cercando di non scomporci più di tanto, che l’artista ha al suo attivo ben quattro CD “written, arranged, performed, produced and designed by Danilo Taddei”: “Broken”, “Wideawake”, “Spider”, “Danilo” e “Italo_america [Naked]” in cui ha raccolto le sue visioni sonore masticate col rumore ed elettronicamente fluidificate, in una formula virale che a mio parere, potrebbe ossessionare positivamente le menti più cariche di ansie e schiribizzi e farne una fedele nicchia di mercato; da “Broken”, “Alt (erated) vsn – Without breathing your love” ha una sezione ritmica rovinosamente house, segnata da deflagrazioni contenute e accartocciate, su cui un cantato deva-stato e avvolto da suoni di sintesi meccano-psichica a tratti si solleva da un universo di spigoli radioattivi in cui la voce viene strangolata da filtri e liberata solo in sogni di altri mondi.

MOSEEK__PHOTO_SCENA_-_shots_by_Saul_Sanchez_4_CRIMEN_PRODUCTION31_777_519_90I Moseek sono un trio: Elisa, la voce solista femminile, è anche la compositrice e l’autrice dei testi, oltre che la chitarrista, mentre Fabio al basso e backing vocals, e Davide alla batteria, campionamenti e programming, si occupano di tradurre le illuminazioni della vocalist in produzioni sonore capaci di vincere contest musicali e di ottenere spazi interessanti su palchi prestigiosi, anche e non solo “aprendo” per gruppi come i “Latte e i suoi derivati”, “Polar for the Masses” e i “Bud Spencer Blues Explosion”. Questo testimonia la densità creativa della loro proposta, certificata di recente con bella disinvoltura, dal loro album di debutto, “Tableau”. Sul loro Myspace abbiamo ascoltato “Mushroom” (in realtà è presente solo la parte iniziale del brano), in cui, sospesa solo su di un drumming originale, introduttorio e scalpitante, la voce di Elisa Pucci svetta, declamatoria e sicura, in frasi di un testo in inglese la cui tonalità insinuante sembra sul punto di proiettarci in un altrove allusivo in cui le cose si divertono a sembrare qualcos’altro fino a farsi psichedelia contemporanea. Sarà forse per questo che in tanti li aspettiamo il 12 ottobre, all’Alpheus di Roma, per le finali nazionali del Marte Live Festival! “A room & a kitchen”, di cui è stato realizzato un ottimo video on stage da parte della Crimen Production, ma con una scenografia sognata da un pechinese impasticcato, con quei palloni-lanterna cinesi luminosi ed i tubicini prelevati da qualche luminaria postmodern, inizia ad agitarsi con un basso rombante che cresce le sue vibrazioni nel chiuso di una stanza con cucina attigua in cui forse si nutrono e si allevano sogni piccolo-borghesi con sorpresa. La voce, infatti, sempre carismatica, canta in un ostentato accento da slang, prima che il drumming si accenda, prologo ad un ritornello da bamboletta che rifiuta il suo ruolo da ornamento inanimato e anche il motto “due cuori e una capanna”: l’influenza degli ambienti televisivi cool e minimal a cui gli schermi accesi sul set alludono impone non di pulire i pavimenti, ma di coprirli con veli e drappi color ciclamino, come sul set! Quando il femminismo è sottinteso..! La cornice con lampadine, da specchio di camerino, inquadra la suffragetta mentre, armata di un piccolo megafono, cinguetta (ma con maturità) con tono cantilenante ma inesorabile il suo mantra libertario e allucinatorio insieme, mentre abboz-za qualche trasformismo civettuolo e coinvolge prepotentemente in ciò il suo batterista, poco prima intravisto nell’atto annoiato e maschilista di fumarsi una cicca con aria di sovrano distacco. In generale, l’incastona-mento di levigate e plastiche sonorità electro in strutture debitrici del grunge (il pensiero va ai Prodigy) de-termina lo spessore di una proposta in cui le capacità esecutive vengono irrorate dal mood espressivo cangiante di Elisa, una Alanis Morissette italiana, come ha scritto qualcuno, che infatti compone pezzi con-cepiti su misura per la propria voce, non per quella di Calderoli. L’impatto complessivo dal punto di vista sce-nico sembra connotato da una chiara identità, che fa leva sulla schiettezza pop di alcuni pezzi per attirar l’attenzione anche sulle pagine più meditative e romantiche e malinconiche (“A safe side”, “Brotherhood you can wear”), che danno sostanza, insieme agli appropriati e sobri ricami futuribili del gruppo, ad una ricerca sonora la quale immaginiamo potrebbe dotarsi perfino di più avventurose divagazioni strumentali, sulla scia di “Airs and graces”, senza trascurare gli equilibrismi transgender (musicali) di “About choices” e le tensioni e il dettaglio della frenetica marimba percussiva presenti in “No man’s land”. Si veda www.moseek.it!

Il Circolo Vizioso della Farfalla, con una ridda di fiati esplosivi e ritmi schiaccia-uova da ska sembra inseguire i Circolo_vizioso_della_farfallacapricciosi voli elicoidali eccentrici, più che circolari, di una farfalla che può essere viziosa solo nel senso metaforico con cui compare in vece di una fanciulla fasulla che sbatte le palpebre al posto delle ali e anziché farsi abbracciare dal vento si fa sbattere a pagamento da parrucconi parlamentari, ma forse questa interpretazione non è troppo poetica, riguarda troppo da vicino “la gnocca”… In “6 parte del gioco” ascol-tiamo: “Mi presento, sono la Tentazione… Ti faccio vincer facile, ho molte conoscenze… Chiamami come e quando vuoi, in ogni sporca situazione…”; il rimando all’attualità è in effetti dietro l’angolo, anche se la verti-ginosa velocità e lo spirito sardonico hanno qui respiro universale; nel bridge centrale, dedicato alla Pace, “un’illusione nella gente, un ideale che vive nei pensieri e fuori dal reale…” il ritmo è dichiaratamente reggae, ma nella sezione concatenata, che invece viene destinato al tema della Guerra come ferale alternativa, c’è un hard rock che prende il sopravvento sotto forma di un robusto riff scalato, prima di un ripiegamento più introspettivo: “ferro, armi, corpi, bimbi mutilati… sai come la penso sulla guerra, la guerra è nella mente incerta della gente che crede che l’amore sia una perdita di tempo…” La Tentazione dichiara che “in questo mondo non c’è nulla di reale quanto me”, e il riff belligerante riprende, ma lascia il posto, con un mirabile raccordo, alla ripresa dello ska trascinante: “Sei pronto a stupire? Sei pronto a scappare? Sei parte del gioco!”, conclusione che ci coinvolge tutti, al di là di ogni qualunquismo e al di qua di questo approccio musicalmente variegato che riesce a mutar veste a seconda del contenuto. “Giri di pensieri” è un reggae scazzato e pacifico, tipico di chi adatta il taglio di capelli alla situazione mentale, ha “bisogno di forti rumori per non sentire i tuoi pianti” e confida nel potere che ha “un altro bicchiere” di sollevare lo spirito senza con-troindicazioni gravi: “Non mi ucciderà!” Neanche la presenza di una donna può fargli troppo male, pensa, ma il punto è: per impedire quelle accelerazioni schizoidi che tendono allo spasimo i suoi neuroni (“Giri di pensieri, patetiche parole, c’è confusione, sveglia!!”), ma che a noi ci sollazzano musicalmente con uno swing elettrizzante, cosa ci può essere di così benefico? Forse il dialogo tra tromba e trombone su cui sfuma il pezzo? In “Con Marja”, il basso fa un gran lavoro, mentre la chitarra elettrica smanatta la solita marcetta, e la tromba punteggia il tutto, cioè questo sonetto di sfacciata svagatezza dedicato a Marja: “Oh mia signora, sono costretto a fare l’amante!”, il coro fa “Ohi Marja”, l’assolo scatta irrefrenabile, il protagonista si augura di innamorarsi come una farfalla di lei, in modo che ogni volta che è con lei non sia solo “sempre arrapato” (però anche “contento e incantato”) ma che “tutto quello che succede ogni notte con te diventa una bella storia d’amore”, davvero. “Ciò che conta” inizia con un arpeggio quieto della chitarra elettrica, poi si aggancia il frasario della tromba, che introduce il ritmo andante ska del brano; un passaggio centrale del brano è swingato, ed è ancora la tromba a far ripartire la cadenza, mirata ad illustrare ciò che “mi fa star bene”, e infatti la musica si addensa con un assolo di chitarra elettrica ed una sezione conclusiva strutturata or-chestralmente su diversi stop&go volanti. Un progetto che non resterà mai… sfiatato nonostante tutte le rincorse a perdi…fiato tra le note svolazzanti da esso stesso emesse per far volare idealmente la gente sul palco.

The_HeatwavesThe Heatwaves prendono il nome, nella torrida estate del 2006 in cui la voglia di fare, non si sa come, sconfiggeva l’afasìa, da una canzone degli Who, “Heatwave”, perché Pete Townshend, forse con uno dei suoi celebri balzi, s’era affacciato nelle visioni di uno dei componenti del gruppo, gruppo che sin d’allora si proponeva di portare il Verbo del fomento e della caciara davanti ai palcoscenici di tutto l’Occidente alienato! Le loro influenze vanno dai Clash ai Sonics, dagli Butthole Surfers agli Shellac, circostanza che li spinge, piuttosto coerentemente, devo ammetterlo, ad esprimersi con un minestrone centrifugato di stili: il punk, il surf, lo ska e la new wave, rendendoli indistinguibili, e lasciando intendere con una certa chiarezza che le scorribande mentali tra questi generi non sono altro che il corrispettivo musicale di un’irrequietezza in-guaribile che li accomuna al loro pubblico, il quale peraltro si estende anche oltremanica, dove hanno suonato a Camden Town e nel Cambridgeshire, condividendo il palco con i Buzzcocks e i Blood Red Shoes, per poter meglio misurare il loro ribellismo con lo scazzo sottoproletario in chiave brit grit. Dopo degli assestamenti nella formazione, ora pare si siano messi comodi, in attesa che prossimamente una casa discografica decida di produrre e distribuire presso una ideale platea di scalmanati i loro pezzi… Che comprendono “Heart control”, un brano in cui il cantato cantilenato e svagato, ma con consapevolezza, sciorina le sue sensazioni e gli scenari in cui si muove, su un sostrato di percussioni scatolari e con una tiritera surf trionfale affidata alle note forzosamente allegrotte di una chitarra elettrica in realtà nervosa e insoddisfatta ma che per una volta intona questo inno ad una generazione che sa come, quando e perché essere antagonista. La seconda metà del pezzo, dopo un rallentamento un po’ più meditativo, è ancora più decisa, in un crescendo di ritmo e di euforia, compreso l’assolo convincente, che contraddice volutamente quell’autocontrollo del cuore che persone più attempate raccomandano. “Happy with a secret” inizia con un tic-toc ritmico ottenuto con le stanghette degli occhiali di un nerd su un tom della batteria, poi il ritmo si irrobustisce, ovviamente, ma l’enfasi resta buffa, appena un po’ allarmante nel finale, soprattutto però carat-terizzata da quelle note acute, nel titillamento chitarristico, che indicano l’attitudine patologica, secondo i conservatori, a non prendersi sul serio, ma a cantarle chiare e acide con l’aria di chi gioca pure con gli indici di disoccupazione, mettendoglieli in un occhio a chi dicono loro! “Love Limbo” sembra un pezzo garage-punk, ma ha il ritmo zig-zag secco di uno ska e la sezione strumentale che sembra wave, direi, per la sua strizzata d’occhio al post-rock, a meno che le mie tempie non stiano per scoppiettare come pop-corn! La voce del vocalist infatti mentre scrivo ascoltando i pezzi sul loro myspace mi sta felicemente esasperando, perché non bada ai gorgheggi che neanche la Ricciarelli tenta più, ma pompa un’energia da sconsiderato che non sa dosare i propri sentimenti (“Can’t dose my feelings”) e li butta là con una sensibilità sbracona e fottutamente rock’n’roll (“I love you, I hope You don’t mind”) che qualche tipetta sciolta saprà apprezzare, specie se attratta dal garage… non necessariamente inteso come posticino tranquillo per pomiciare!

il7 – Marco Settembre

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