Sabato, 31 Marzo 2012 14:14

Colleziona il WWWorld – La poetica dell’accumulo

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[ARTI VISIVE]

1 - Catalogue coverBERGAMO- No, state pure tranquilli, e non vi esaltate; questo articolo non è una celebrazione di voi che stipate dentro casa DVD, CD e libri che poi non ascoltate o leggete mai perché troppo presi dalla burocrazia; e neanche ci rivolgiamo a voi che riempite ogni mensola e nicchia dell’appartamento di oggettini, playmobil, o giocattolini di plastica colorata perché vi consentono chissà come l’ancoraggio agli anni ’80.



No, quest’articolo è dedicato a chi fa l’artista sul serio, tiene sempre gli occhi e la mente aperta, e che di fronte ai nuovi media e alla natura enciclopedica di Internet, non trova una risposta differente dalla parodia dell’accumulo (quasi) indifferenziato di materiale e dalla sua maniacale catalogazione a tempo perso e straperso, come fosse 2 - Kari Altmann - Hellblau installazione 2010un’intelligenza artificiale finalizzata alla computazione del possibile e dell’impossibile. Una cosa è certa, infatti: nella nostra quotidianità sempre più invasa da spicchi avverati di quella che un tempo era fantascienza risulta evidente la crescita esponenziale di immagini fisse e in movimento, di ogni tipo, che in tanti producono e poi lasciano in giro come figli indesiderati. Ma riusciremo a mantenere un confine, sia pur non impermeabile tra la vita di tutti i giorni con la sua gretta opacità, e la fluida e lucida realtà digitale composta da sterminati archivi frazionati in archivi enormi come gorghi risucchianti? Qual è l’estetica con cui i nativi digitali affrontano questo stato di cose? La mostra Collect the WWWorld. The Artist as archivist in the Internet age”, a cura di Domenico Quaranta, cerca di fornire delle risposte a queste domande, apparentemente oziose, ma da cui dipende già oggi, invece, il nostro statuto di realtà in un mondo sempre più composto da simulacri baudrillardiani che occhieggiano freddi attraverso “vetrine” di diversi tipi. L’evento, organizzato a Brescia dal 24 settembre al 15 ottobre 2011 dal Link Center for the Arts of the Information Age, è stato accompagnato da un nutrito calendario di eventi collaterali. Nella presentazione della mostra si esplicitava che la manifestazione intendeva dimostrare come la generazione di Internet stia rilanciando delle pratiche artistiche già risalenti all’arte concettuale degli anni ’60 e poi sviluppatesi nei decenni successivi in forme legate alla appropriazione e alla postproduzione, vale a dire a quelle strategie che vedono l’artista esplorare, raccogliere, archiviare, manipolare e infine riutilizzare grandi quantità di materiuale visivo prelevato “discrezionalmente” dalla cultura popolare e dal mondo della comunicazione: un bel calderone, a cui attingere, non c’è che dire, praticamente infinito. Questa è solo l’idea di base; l’intuizione originaria è duplice: da un lato la consapevolezza del ruolo per certi versi preoccupante che ha assunto anche per persone in apparenza mediamente razionali il bisogno di memorizzare o meglio accumulare più o meno metodicamente, maniacalmente e coscientemente enormi quantità di dati sui nostri computer, dotati, forse ,delle enormi memorie che hanno, proprio per non impallarsi, magari! Ovviamente l’archiviazione ed il senso della sua sorprendente dimensione, non si spiega solo nella spasmodicità dell’ossessione, ma anche con la natura di ciò che si va raccogliendo. Dall’altro lato troviamo l’esternalizzazione della memoria, cioè la tendenza inesorabile ad affidare a banche dati esterne anche i 3 - Constant Dullaart - No Sunshine - 2009-11ricordi ed i pensieri più effimeri , tipo la lista della spesa stilata dalla suocera disabile o i disegni fatti su una pagina dell’agenda mentre eravamo al telefono con la cu-ginetta sexy. Ciò, ci ammoniscono, costituisce un pericolo non tanto in relazione alla privacy (forse perché, se si teme il plagio o l’uso indebito, un uomo di mondo oggi potrebbe dire: chi la fa, l’aspetti, e anche forse il contrario: chi se l’aspetta, la faccia per primo!), ma piuttosto perché l’architettura di questi archivi virtuali non è neutra e ridispone i nostri dati (permettendone il recupero) in “algide strutture a griglia che ingabbiano le nostre memorie” forse rischiando di miscelare, frammentati, i ricordi della cresima del fratellino e quelli del proprio primo filmino porno casalingo, chissà! E dunque chi ancora può opporsi a questa digitalizzazione eterodiretta delle nostre “memories” sono i cosiddetti “professional surfers”, utenti con particolari skills e purposes che ridistribuiscono e riorganizzano i contenuti della rete secondo le proprie inclinazioni ed i propri gusti, artistici e bizzarri al punto giusto.

Come si diceva, dunque, il preesistente profilo dell’artista come artista e collezionista riprende vigore. Possiamo ricordare la casa-scultura, opus infinitum di Kurt Schwitters, il Merzbau, che includeva tra l’altro, come reliquie, oggetti appartenuti ad amici; o le collezioni in scatola, veri “campi di possibilità” simbolico-surrealisti, di Joseph Cornell, pioniere dell’assemblaggio (anche di found-footage), ma nella mostra di Brescia il contesto specifico con cui le opere si confrontano è la diffusione massiva del re-mix e della riappro-priazione di contenuti presenti sul web, comportamenti alla portata di mouse per qualsiasi adolescente ge-niale o semplicemente inquieto che sia. Il curatore scrive: “
Gli artisti di questa mostra vivono nel presente [...]; all'alba di un'epoca che sta completamente ridisegnando i rapporti tra avanguardia e cultura di massa, professionismo e amatorialità". I 26 artisti provenienti da tutto il mondo hanno appunto appreso tecniche pe-culiari proprio spostandosi tra le maglie della rete fino a farsi definire da Josephine Bosma “profateurs”, cioè “amatori”-professionisti di un certo tipo di risorse, ed anche approfittatori delle libertà concesse ai navigatori esperti.
Immagini e video on line, catalogati da diversi motori di ricerca, strappate forzosamente ai loro contesti, diventano i colori con cui gli autori realizzano le loro opere ricontestualizzando i materiali di partenza e c
4 - Hans-Peter Feldmann - Agonyreando significati diversi e inediti. Un po’ come Jon Rafman, mettendo insieme immagini durante i suoi lunghi viaggi virtuali lungo le strade di Google Street View: le immagini vengono decontestualizzate da quel processo automatizzato che le incorpora in uno strumento di ricerca, vengono collezionate dall’artista e poi riproposte come immagini emblematiche, esperienze insolite, singolari.

Invece Hans Peter Feldmann ripropone una griglia di presentazione neanche troppo dissimile da quella di Google Images Search, per presentare immagini collezionate dal sito Beautiful Agony, consacrato alla bel-lezza… dell’orgasmo umano. Un database sfogliabile quindi… con una certa soddisfazione.

Il focus non è però esclusivamente puntato sulla ricontestualizzazione, ma anche sulla volontà che il proces-so di memorizzazione non venga ignorato, e così Evan Roth espone i dati memorizzati dal browser durante la propria navigazione con Personal Internet Cache Archive, permettendo a tutti gli spettatori di farci gli affari suoi esaminando le sue rotte. Aleksandra Domanović dal canto suo utilizza le immagini di Getty Images e dei criteri della loro catalogazione, per ricostruire il film Annie Hall in Anhedonia (forse il nome rivisto del ce-lebre film di Woody Allen “Anni Hall”, che infatti aveva come titolo provvisorio “Anhedonia”, il termine che indica l’incapacità di provare piacere. Titolo che fu rifiutato dalla United Artists perché considerato non com-merciabile, malgrado un’agenzia di pubblicità iniziò ad usarlo su dei tabloid in slogans come "Anhedonia Strikes Cleveland").
Questi pochi accenni valgono ad illustrare solo una piccola parte della mostra. Oliver Laric osserva, nel catalogo:
"Mi piacciono le interpretazioni e le esperienze mediate: libri che parlano di libri, cataloghi di mo-stre, interpretazioni 5 -Collect Basel posterdi film. Alcune delle mie opere d'arte e dei miei film preferiti non li ho visti: mi sono solo stati descritti”. Se anche voi non temete che qualche tipo di filtraggio possa menomare l’intensità della vostra esperienza di apprendimento, non limitatevi a quello che avete appena letto ma andatevi a cercare i diversi materiali on line, dal catalogo al video della performance di Jodi, evento conclusivo della mostra; li trovate all’indiorizzo http://www.linkartcenter.eu/. E non dite che noi custodiamo gelosamente le nostre acquisizioni! Se invece pensate che per giudicare dovete prendere visione diretta e autonoma di ogni cosa senza subire l’influenza (presunta) di niente e di nessuno, potete sempre aspettare di vedere la mostra dal vivo in qualche altro luogo d’Europa, dato che pare sia una mostra itinerante. E anche in questo caso vogliamo essere ge-nerosi, e vi informiamo che Il Link Center for the Arts of the Information Age di Domenico Quaranta –  che peraltro si pone come un ambizioso quanto necessario tentatiivo di rispondere all’assenza quasi totale di istituzioni capaci di incaricarsi di sviluppare e promuovere tra gli artisti, gli operatori del settore ed il pubblico, una adeguata cultura tecnologica – è orgoglioso di annunciare che Collect the WWWorld. The Artist as Archi-vist in the Internet Age, la mostra appunto prodotta dal Link Center e presentata per la prima volta allo Spazio Contemporanea, Brescia dal 24 settembre al 15 ottobre 2011, verrà riproposta presso la House of Electronic Arts Basel dal 9 marzo 2012 al 20 maggio 2012. Il Link Center organizzerà visite guidate con partenza dall’Italia. Per maggiori informazioni contattare: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Chi rischia di essere ingeneroso è chi cerca di minimizzare; un curatore indipendente ha osservato: “Capita spesso che vecchi concetti, materiali testuali e ipertestuali, (nuovi e vecchi), si ricilano e si rincorrano fra di loro e creano un effetto caleidoscopico, (senza una produzione di senso) che rischia di soddisfare più il mercato dell’arte, che la conoscenza e l’interpretazione della realtà”. Ed un altro commento è stato di questo tenore: “I copioni italiani sono tanti, milioni di milioni – che bravi ‘sti cervelloni!” La nostra posizione è più aperta ed (egoisticamente) sfumata: purchè non vengano copiate le nostre produzioni, si proceda pure con la libera rielaborazione, perché in fondo queste giovani identità mutanti da qualche parte devono pure sbat-tere il cervello!

 

il7 – Marco Settembre
Letto 2512 volte Ultima modifica il Venerdì, 06 Aprile 2012 17:36
il7