Martedì, 28 Giugno 2011 16:52

Garofano Verde 2011

Scritto da Angelo Passero, Alice Salvagni, Francesco Salvatore Cagnazzo, Manuela Tiberi, Francesca Paolini
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[TEATRO]

garofano_verdeROMA- Compie diciotto anni, la rassegna Garofano Verde • scenari di teatro omosessuale, e questa maggiore età reca storicamente il patrimonio della fiducia e del sostegno di Roma.


In diciotto anni è stata prodotta cultura in risposta a forme di violenza e di emarginazione, favorendo la nascita di spettacoli importanti e riuscendo a integrare cultori e curiosi, spettatori coinvolti e frequentatori solo motivati dalla qualità, nel tentativo di rivedere dell’uso della parola teatrale applicato alla coscienza e alla sensibilità gay.



Altri amori

altri-amori15 corti teatrali gay per i 18 anni di Garofano Verde: le serate dal 10 al 12 Giugno al Teatro Belli di Roma sono state intitolate all’amore, chiosando che sono “altri” e specificando che provengono dalla letteratura. Bene: appunto necessario. Questo aiuta a metterti in crisi con domande di cultura generale alla Gerri Scotti, ponendoti ogni volta un punto interrogativo grande quanto la sala sulla provenienza degli sketch teatrali che si alternavano sul palco, dinanzi ad una platea che occupava tutte le seggiole a disposizione.
Rapidi, profondi, sensibili, delicati: raggiungevano (quasi) tutti la profondità dell’uomo (o donna), ripercorrendo sentimenti viziati paterni e complessi di Edipo, amori lesbo molto fisici e tormentati, amicizie che si trasformano in amori e amori che si tramutano in amicizie. E morte, fisica e mentale. Tanti bei punti toccati, tanti interessanti spunti di riflessione nel corso dei 90 minuti durante i quali i tanti attori del team hanno segnato tanti goal.
Tra un “liberamente ispirato” a Elsa Morante ed un altro “l.i.” a Lilian Lee, gli attori si avvicendano sul palco con abilità, che si alza e si abbassa nell’arco di pochi secondi. Il compito è arduo al cubo: creare per sé stessi delle emozioni in pochi minuti, rappresentarle al meglio e, soprattutto, farle rivivere allo spettatore che aspetta. E non è facile: pretenziosi, mi verrebbe da dire, i propositi della regista Francesca Staasch e del suo interessante corpo di attori e attrici, drammaturghi e commedianti. Spesso l’obiettivo si centra, creando ansia e timore per un bacio che sgorga da un terreno fertile di emozioni, o un sorriso per una situazione irreale ben architettata. Altre volte no, e rimangono parole al vento, poco sentite e anche un po’ stereotipate.

Gli stereotipi? Li ritengo giusti e necessari, utili e non sempre offensivi. Ma in una rassegna come quella di Garofano Verde, che propone scenari di teatro omosessuale e ha appena raggiunto la maggiore età, forse potevano essere messi un po’ più da parte. Omosessualità non fa rima con tragedia, né con disperazione e solitudine. Esiste un modo diverso di essere “gay” senza essere “diversi” e “infelici”. E bisognava sottolinearlo.  Altri amori poteva essere semplicemente “amori” e, inoltre, “amori” dovevano essere “amori”. In breve, un concetto che non vuole sminuire il buon risultato teatrale: qualche sorriso in più non avrebbe disturbato il pubblico. Dopotutto il concetto di “gay” ha la parola “felicità” implicita in se stesso.
Drammaturgie di Giuseppe Battiato, Anita Cherubina Bianchi, Samuele Boncompagni Andrea Ciommiento, Rosalinda Conti, Carlotta Corradi Angela Di Maso Ketty Di Porto, Michele Di Vito, Tina Guacci, Valeria Lucchetti, Stella Novari, Laura Pacelli Nadia Terranova, Franca Zucca con Dario Aita, Annalisa Cordone, Claudia Crisafio, Alessandro Epifani, Antonio Gargiulo Gabriele Linari, Gianantonio Martinoni, Alessandro Porcu, Simonetta Solder.

Francesco Salvatore Cagnazzo


Der Puff: le gioie e i dolori dell’amore lesbico nella Germania dei primi ‘900

Negli anni ’20 Marlene cantava in duetto con Margo Lion "la canzone della migliore amica", un fox trot con molte allusioni lesbiche che diventò un successo clamoroso nei locali per donne. Al pubblico dopo l’esibizione regalavano delle violette.
Così il pubblico del Belli il 13 giugno è stato accolto per la prima di Der Puff con delle spillette viola a ricordare i tempi in cui nelle Germania della Repubblica di Weimar, donne sicure di sè e libere andavano a manifestare il loro amore e la loro libertà sessuale. Così era la nazione che poi avrebbe fatto da palcoscenico ad una manifestazione ben più clamorosa e dissacrante. A Berlino, ma non solo, nascevano decine di locali dove le donne potevano incontrarsi magari con una colonna sonora di sottofondo di tutto rispetto. La capitale germanica era considerata un “Eldorado” e l’amore libero aveva una vitalità d’avanguardia per gli inizi del secolo.
Secondo alcune ricerche storiche, i soci e le socie delle prime organizzazioni omosessuali tedesche erano in quegli anni ben 48.000 e diffusissima era la rivista lesbica "Die Freundin".
Nei cabaret dell'epoca si ascoltavano anche canzoni come "Maskulinum-Femininum" (maschile-femminile), in cui si ironizzava sulla confusione dei generi, "Das lila Lied" (La canzone viola) in cui veniva rivendicato apertamente il diritto degli omosessuali a vivere il loro amore, e "Gesetzt den Fall" (Immaginatevi se magari), anche questa su donne che preferiscono altre donne.
Grandi furono le donne che sul palco di questi locali animavano le serate, oltre alla “divina” Marlen, anche Claire Waldoff, Margo Lion, Erika Mann e Therese Giehse.

Der Puff, di Francesca Falchi, all’interno della rassegna Garofano Verde di Rodolfo Di Giammarco andata in scena al Teatro Belli di Roma, racconta le storie di queste donne, attraverso le canzoni e i momenti euforici e tragici di chi ha affrontato tutto e peggio ancora in onore dell’amore.
L’Eldorado degli anni ’20 subì un grave scossone chiamato nazismo e in poco tempo tutto cambiò.
Rita Atzeri e Francesca Falchi descrivono il bello e il brutto di un periodo, passando per il cabaret, allietando il pubblico con le canzoni dell’epoca e le storie di donne che hanno vissuto la libertà e la prigionia.

Nei campi di sterminio tedeschi arrivavano centinaia di donne lesbiche, che in quanto tali dovettero subire ogni tipo di violenza e depravazione fino alla morte.
Le due attrici hanno coinvolto il pubblico trascinandolo nelle storie di donne che amavano in ogni modo possibile e che per questo hanno dovuto patire le pene dell’inferno.
La rassegna dedicata al mondo gay e lesbo si prefigura come una delle più all’avanguardia nel panorama artistico romano, giustamente rafforzata da artisti giovani, promettenti e di valore.

Manuela Tiberi



Zoo

Nell’ambito della rassegna “Garofano Verde - Scenari di teatro omosessuale”, lo scorso 15 giugno è andato in scena al Teatro Belli, Zoo. Dall’omonimo romanzo di Isabella Santacroce, Isabella Innocenti, protagonista unica, racconta tragicamente il suo zoo familiare, fatto di piccoli e grandi drammi: dalla morte del padre ad un rapporto con la madre irrisolto e pericolosamente borderline.
La giovane si muove sul piccolo palco del teatro mettendo in scena le zone più nascoste del suo inconscio, dove voci e fantasmi si inseguono in un gioco perverso di continui rimandi al passato. E dove non c’è spazio per il perdono, come anche per l’oblio, non resta che la vendetta.
È così che la donna fa della sua neocondizione di inferma un’arma per asservire a sé la madre, costringerla a rinunciare alla propria identità ed umiliarla nel peggiore dei modi, fino ad indurla ad avere un rapporto sessuale con lei. 
Sembra di essere in una gabbia che, pian piano, inesorabilmente, avvicina le sue sbarre implacabili riducendo lo spazio vitale, rendendo asfittico anche il solo pensiero di respirare.
Lo spettacolo, di grandissima attualità,fa vivere reali momenti di angoscia agli spettatori attraverso una tensione drammatica che riesce ad essere altissima per tutta la durata della rappresentazione, il tutto arricchito da atmosfere dark e oggetti simbolici che guidano lo spettatore verso l’abisso delle due donne.

Angelo Passero



Tutto Nostro

Tuttonostro_1Due donne sedute nella sala d’aspetto di uno studio ginecologico che scambiano qualche frase di circostanza per ammazzare il tempo dell’attesa e Tutto Nostro (di A. Di Marco, V. Reginelli, C. Renzetti, per la regia di A. Di Marco e C. Renzetti) ha inizio. Ed è così che prende avvio uno spettacolo che porta in scena con estrema semplicità e ironia una specie di danza ritmata e alternata a coppie che il 16 giugno ha animato il palcoscenico del Teatro Belli nell’ambito della rassegna Garofano Verde. Scenari di teatro omosessuale (alla sua diciottesima edizione) dedicata per l’appunto a tematiche che riguardano da vicino il mondo omosessuale.
I sei attori in scena (Alberta Andreotti, Alessandro Di Marco, Michela Fabrizi, Giovanna Muschietti, Claudio Renzetti, Claudio Strinati), rappresentano le vicende di tre coppie di conviventi che abitano nello stesso condominio.
Tutte quante sono in una fase critica, stanno attraversando un momento di crisi per questioni nello specifico diverse, ma tutte legate a uno stesso problema: la difficoltà di concepire un figlio insieme. Due delle coppie in questione sono composte da persone dello stesso sesso, mentre la terza da un uomo e una donna. Per la coppia di lesbiche avere un figlio rappresenta un motivo di rottura, perché non sono entrambe a volerlo; per i due ragazzi omosessuali che vivono al piano di sopra, un figlio è in arrivo grazie all’utero di un’amica, ma significa una gioia immensa solo per chi dei due è il padre biologico, mentre è ragione di preoccupazione e nervosismo per il compagno che, oltre all’ansia dovuta alla responsabilità di cui da lì a poco saranno investiti, si sente completamente escluso dal progetto.
Per la coppia eterosessuale le cose non vanno diversamente: la scoperta di essere sterile manda completamente in tilt l’uomo, che di fronte alla volontà della sua compagna di provare ad avere un bambino in ogni caso, si sente tirato fuori, messo da parte, e non trova migliore reazione che quella di opporsi con tutte le sue forze al desiderio della compagna, rifacendosi ad argomentazioni di natura genetica per cui la possibilità di adottare un bambino o di lasciarla partorire ricorrendo alla fecondazione assistita non possono in nessun modo rappresentare un’alternativa alla sua frustrazione e sofferenza di non poter somigliare fisicamente al bambino.

Il ritmo dello spettacolo è incalzante. I dialoghi, le liti, i riavvicinamenti tra le coppie si avvicendano sul palcoscenico in un unico lungo quadro: gli attori restano per gran parte del tempo in scena contemporaneamente, passandosi la palla a colpi di frasi interrotte e interrogativi sospesi che ripresi dalla bocca di un altro si inseriscono di colpo nella vicenda di un altro dei nuclei familiari protagonisti.
Sullo sfondo una tela retta da un cavalletto dove a turno gli attori attaccano delle figurine di cartone dallo stile e dai colori infantili che man mano che l’opera volge al termine compongono un insieme sereno, come sembrano essere le vite dei protagonisti passato qualche tempo: fatta eccezione per la coppia di donne, le altre due sono felici. Felici di essere una famiglia e di avere un bambino tutto loro. “Tutto nostro, questo è l’importante”, come afferma finalmente soddisfatto l’uomo della coppia eterosessuale.
Un messaggio che può sembrare banale, ma che in realtà non risulta scontato in una società in cui ancora è necessario lottare duramente, perché si accettino altri tipi di concepimento e in cui la comunità omosessuale è costretta a combattere anche solo perché le coppie possano essere riconosciute da un’unione di fatto.
Rassegne del genere è bene che ci siano, ma la dicono lunga su quanta strada ci si ancora da fare, perché i diritti siano gli stessi davvero per tutti.

Alice Salvagni




A Single Man

Per la rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale il 20 e il 21 Giugno è andato in scena il reading A Single Man, dal romanzo di Christopher Isherwood. Non si potrebbe trovare verbo migliore, nonostante lo spettacolo fosse presentato come “lettura”. Valentino Villa, curatore dell’adattamento scenico, è stato in grado di creare un reading recitato usando acutamente la voce narrante del romanzo, attraverso gli attori anche quando non sono previsti dialoghi e una scenografia, solitamente assente durante una lettura.
L’incipit in terza persona che descrive il momento del risveglio del protagonista George (Marco Angelilli) è recitato da uno degli altri attori (Pasquale de Filippo) mentre il primo giace addormentato.
Così inizia la storia di un vecchio professore di letteratura che cerca di sopravvivere alla morte del compagno Jimmy.  Il romanzo (1964) è stato uno dei primi a descrivere in modo sincero e aperto l’amore omosessuale e soprattutto il sentimento delicatissimo provato da chi ha perso per sempre un compagno di vita. La parola passa dalla voce narrante ai personaggi nei momenti dialogati.

George, figura solitaria e dimessa, racconta il suo rapporto in brevi accenni e ricordi di come ad esempio fosse considerato un mostro dai vicini per la sua “perversione” o “malattia”. Giudicato o compatito, insomma, e mai accettato nemmeno dalla famiglia del povero Jimmy, che non aveva mai compreso perché il figlio avesse scelto di condividere l’appartamento con quell’uomo. L’ambiente del college non è da meno poi, con tutti i non detti e le allusioni su quel professore un po’ strano, sempre sulle sue. Diverso.
Nella vita di George c’è l’amica Charlotte (Anna Gualdo) divorziata e da sempre innamorata di lui, se non fosse per…
Il loro rapporto è una continua ricerca di lei ed un concedersi paziente di lui, che trova con Charlie forse l’unica comprensione e gli unici momenti in cui poter essere semplicemente sé stesso. E sorridere. Dopo una cena a casa di lei, la notte riserva una sorpresa al vecchio prof: uno dei suoi alunni (Giuseppe Sartori) lo ha cercato fino a casa con una scusa che malderamente maschera  semplicemente la voglia di stare assieme ad un uomo più grande che può lui solo aiutarlo a capire certe sensazioni che lo inquietano. La notte inaspettata non allevia comunque l’amarezza di tutta una vita di negazioni e giudizi e lo stanco professore, in una scena che richiama circolarmente quella iniziale, va incontro al suo destino morendo nel sonno e uscendo di scena dolce e somesso, come la sua vita e il suo amore che fu.

Francesca Paolini



Gender

Il 22 giugno, al Teatro Belli in Trastevere, all’interno della rassegna di teatro omosessuale curata da Rodolfo Di Giammarco, è stata la volta di Isabella Ferrari con il reading Gender - oltre le frontiere dell’identità. Testi e autobiografie di storie transessuali.
Al centro della rappresentazione la metamorfosi dolorosa di un uomo che diviene donna.  Un percorso difficile, gremito di ostacoli, che trova anche in un’inaspettata paternità un motivo in più di sofferenza e incomprensione da parte del mondo circostante.
Il protagonista, infatti, consapevole della propria “vera” identità non trova altrettanta comprensione negli amici e nella famiglia. Pochi sembrano capire quanto pregiudizi, cliché e barriere sociali possano segnare indelebilmente la vita di un “diverso”, ma come tanti, colpevole di ricomporre liberamente la propria identità come un involontario bricoleur alle prese con 1000 e più frammenti a cui dare coerenza.
Il testo, tratto da Il grande mago di Vittorio Moroni, affronta il tema della transessualità con grande delicatezza, riuscendo allo stesso tempo a restituirne le molteplici declinazioni emotive. E la Ferrari, energica e passionale, domina la scena con un’interpretazione empatica e di rara sensibilità.

Angelo Passero

 



Il caso Braibanti

Formica azzurra, formica azzurra. Questo l’incipit del Caso Braibanti, fino al 26 giugno al Belli di Roma per la rassegna Garofano verde – scenari di teatro omosessuale.
E come un percorso tracciato da laboriosi insetti si snoda il testo di Massimiliano Palese, con la regia – puntuale quanto essenziale – di Giuseppe Marini.
,Qui si intrecciano le vicende di Aldo e Lorenzo. Poeta il primo, giovane ribelle il secondo. Entrambi legati da un sodalizio artistico che li vede in un continuo viaggio che non è mai fuga, lontano dai luoghi comuni e dalle piccolezze della società italiana degli anni Sessanta.
Sullo sfondo rimane il loro sentimento. Quel nomignolo affettuoso dato dal Braibanti al compagno. Formica azzurra, formica azzurra. Una promessa di eccezionalità che porterà entrambi a tragica fine, tra accuse di pederastia e plagio, carcere e ospedali psichiatrici.
La cultura messa sotto accusa, ebbe a dire Moravia di questo caso/scandalo che sconvolse le cronache nonché le coscienze dei baciapile di allora. Puritani peccatori contro l’arte e la libertà di espressione. Contro la più genuina affermazione di sé e contro l’amore. Forse, quest’ultimo, il vero imputato nell’assurdo processo di vivisezione del genio.

Quel Braibanti che, per bocca di Fabio Bussotti, canta fino alla fine – sulle note di un malinconico Mauro Verrone – la sua utopia di un rifugio lontano per lui ed il suo Lorenzo (Mauro Conte), dove anche gli infimi abbiano il loro pezzo di terra da edificare. Piccole formiche che non rinunciano al cielo…

Angelo Passero

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