Nasce in una Londra sempre più distante, eppure ci ricorda che siamo tutti sulla stessa barca, che ogni vita si assomiglia e che, in Inghilterra come in Italia, la disperazione, quando arriva, suona sempre le stesse riconoscibilissime note. Il folgorante talento britannico della parola Kate Tempest compone, il maestro della traduzione Riccardo Duranti adatta e la coraggiosa regista nostrana Giorgina Pi mette in scena. Si tratta di Wasted, spettacolo in cartellone al Teatro India di Roma fino al 26 gennaio 2020.

Tre giovani adulti si rivedono nella sala prove che ha ospitato i desideri e le passioni della loro giovinezza per “festeggiare” il decimo anniversario della morte del quarto componente della loro band, amico fraterno che con la sua scomparsa ha stravolto le esistenze di tutti loro. A dieci anni di distanza, i tre si trovano a fare i conti con le loro vite naufragate, con i sogni spezzati e con quelli ancora da distruggere. La periferia londinese diventa un contesto ambiguo adattabile a qualsiasi altro e la condizione esistenziale di questi 35enni rappresenta una fase della vita inevitabile e comune all’uomo in ogni luogo e in ogni tempo, perché tutti noi a un certo punto dobbiamo fare i conti con quella “selva oscura” che arriva nel “mezzo del cammin”. E se Dante dovette compiere un viaggio alquanto impervio, non meno ardua è la sfida per tutti coloro che nella classica crisi di mezza età iniziano a perdere ogni punto di riferimento, rivedendo solo gli infiniti fallimenti e trascurando gli altrettanti momenti felici e le sconfinate potenzialità che il futuro può nascondere.

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Perché la consapevolezza di non diventare mai la rockstar che si sognava da ragazzo è una presa di coscienza difficile che divora tutto il resto. Soprattutto considerando che i momenti di gioia stanno nelle piccole cose, più precisamente nei “dettagli” che troppo spesso si fatica a mettere a fuoco. Ce lo ricorda Gabriele Portoghese, che con la sua brillante e istrionica interpretazione, ci regala il personaggio più memorabile: un uomo sofferente e dai tratti dimessi, ma capace di ironizzare sulla sua condizione e di accontentarsi di quel poco che la vita gli offre. Suoi sono i momenti forse più alti di uno spettacolo che fa della varietà la sua cifra stilistica: classiche scene dialogate si alternano a intensissimi momenti poetici e piccoli ma non trascurabili inserti musicali.

Il Wasted portato in scena da Giorgina Pi perde inevitabilmente parte della potenza espressiva della scrittura geniale dell’autrice, ma restituisce con efficacia il messaggio di fondo. Un messaggio che viene letteralmente gridato alle generazioni che stanno affrontando a fatica l’attuale crisi del lavoro. È impossibile restare indifferenti alle potenti parole di Kate Tempest, che nascondono una verità purtroppo incontestabile, fatta di dolore e disperazione, ma che apre a improvvisi sprazzi di speranza. Una pièce che affronta direttamente la morte e il fallimento, ma che proprio in essi ritrova le chiavi per aprire al futuro con un inatteso ottimismo. Perché anche la vita più miserabile non merita di essere sprecata.

Che è possibile raccontare tematiche delicate con ironia e leggerezza ma senza sminuire la drammaticità degli eventi lo hanno dimostrato in passato film come La vita è bella e Train de vie. Ma il pluricandidato agli Oscar 2020 Jojo Rabbit di Taika Waititi decide di fare uno step successivo, sfruttando al meglio una delle armi più pericolose ma potenti che possiede un narratore: il punto di vista di un bambino. Jojo è un ragazzino decenne appartenente alla gioventù hitleriana sul finire della seconda guerra mondiale. Appassionato visceralmente del nazismo, venera il suo Fuhrer come un divo di Hollywood (con tanto di poster alle pareti) tanto da aver fatto di Adolf Hitler il suo personalissimo amico immaginario. Jojo crede ciecamente alle follie razziste e suprematiste che ha sempre sentito, ma lo fa con la semplicità del bambino che è, senza cattiveria, come quando si crede a Babbo Natale o agli unicorni (che non a caso vengono citati più volte).

Nel corso del film, grazie all’incontro con una ragazza ebrea più grande di lui, Jojo dovrà riconfigurare la realtà che lo circonda, prendendo atto della verità che fino a quel momento gli era stata nascosta: non esistono mostri da combattere, ma solo persone del tutto simili a lui, capaci di renderlo accettato, felice e di fargli sentire le farfalle nello stomaco. Il percorso di formazione di Jojo, il conflitto tra quello a cui hai sempre creduto e la realtà dei fatti, si manifesta nel suo confronto con l’amico Hitler, interpretato istrionicamente dallo stesso regista, un personaggio sopra le righe che incarna tutta la ingenua e parzialissima visione del mondo che può avere un bambino a cui è stata imposta fin dalla nascita la folle ideologia nazista.

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Ma Hitler è uno solo dei tanti personaggi secondari che oscillano tra il grottesco e il farsesco, tra cui brillano per interpretazione lo splendido Capitano nazista di Sam Rockwell e Scarlett Johansson, nei panni di una madre coraggiosa che è valsa all’attrice la seconda candidatura agli Oscar nella stessa edizione. Proprio nel personaggio della Johansson riverbera il messaggio di fondo del film, nella sua dolcezza, nella sua visione del mondo ottimistica che travalica l’odio e il dolore, nel suo desiderio di danzare e di sorridere, nonostante tutto. Le due donne della vita di Jojo, la madre e la nuova amica ebrea, rappresentano l’unico appiglio alla realtà del film: ci ricordano il valore della vita e dell'amore che in quegli anni disperatissimi era stato dimenticato e che ancora oggi si continua assurdamente a mettere in discussione. 

Il velo assurdo, a tratti surreale, che riveste l’intera pellicola si sposa alla perfezione con l’argomento che viene trattato. La follia maggiore, infatti, non è parlare con un Hitler immaginario o scrivere un libro per descrivere le mostruosità degli ebrei, ma è tutto quello che è accaduto in Europa in quel ventennio, e che continua a riecheggiare fino ai giorni nostri. Jojo Rabbit mette il nazismo alla berlina senza farsi scrupoli con la consapevolezza che più si spinge in alto l’asticella della provocazione più l’effetto di smascheramento sarà dirompente. Waititi, nel suo adattamento dal romanzo originale e nel suo brillante lavoro di messa in scena, riesce perfettamente nell’intento di offrirci un film fuori dal comune, che tiene in perfetto equilibrio la comicità e il dramma, la realtà storica e la fantasia più sorprendente. Un film fresco e attuale che diverte con onestà, che sa quali corde toccare e che ci lascia con un messaggio semplice ma importantissimo, soprattutto di questi tempi: credere nel razzismo è un po' come credere nell'esistenza degli unicorni.

Bettino Craxi, padrone dell’Italia negli anni Ottanta, leader del PSI, colui che ha sfidato la super potenza americana di Reagan con l’episodio di Sigonella, in Hammamet è un uomo anziano, malato non solo fisicamente, ma anche e soprattutto di amore e rabbia verso il suo paese, contro chi gli ha voltato le spalle. Ci si aspetta di vedere un film che racconti i fatti politici, il contesto storico di un’Italia ormai lontana, ma il film altro non è che un’analisi profonda, a tratti angosciante, di una personalità tra le più complesse del quadro politico di quegli anni. Il film di Gianni Amelio, uscito nelle sale il 9 Gennaio, a dieci giorni dal ventennale della morte di Craxi, è il crepuscolo del leader del Psi, nei suoi ultimi mesi di esilio-latitanza ad Hammamet, nella villa tunisina. Inseguito da due condanne dalla magistratura, è accudito principalmente dalla moglie e dalla figlia. Proprio nel rapporto con la figlia (cui viene dato il nome di Anita, come la moglie di Garibaldi) si trova il punto iniziale per comprendere l’intento del film.

Siamo infatti davanti a un confronto tra padri e figli, tema caro al regista che non a caso è presente nei suoi altri film. Il primo con Anita, che lo accudisce fino all’ultimo, con cui ha un legame forte, indissolubile, nonostante i modi bruschi e il carattere prepotente inasprito dalla malattia e dall’esilio. Un Re Lear nel suo rapporto con la figlia, che combatte strenuamente per riabilitarlo, senza successo. Il secondo con Fausto, figlio di un suo vecchio compagno di partito morto suicida, che penetra di notte nella sua villa avvicinandosi al sovrano ormai decaduto, con cui crea uno strano rapporto, vestendo quasi i panni dell’antagonista. La presenza di Fausto rallenta un po’ tutto il racconto, soprattutto nel finale, forse troppo romanzato, ma sicuramente permette al personaggio Craxi di aprirsi a più sfaccettature psicologiche e caratteriali. Idealmente la presenza di Fausto può aiutare a comprendere la tragica situazione in qui verteva l’Italia in quel preciso momento, situazione di cui non si parla mai nel film, se non attraverso una televisione nel salotto sempre accesa: persone morte suicide, altre ancora in galera, un partito distrutto la cui eredità politica andrà in mano a un giovane Silvio Berlusconi (colpa che i socialisti non perdoneranno mai a Craxi) e una gioventù che già vedeva sgretolarsi la possibilità di un futuro certo, tradita negli ideali da una classe politica già corrotta. Ma come dice il Craxi di Hammamet: la democrazia ha un costo.

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Senza dubbio la metamorfosi emotiva di Pierfrancesco Favino ha dello straordinario, l’attore, infatti, restituisce un perfetto e decadente Bettino Craxi, nelle movenze, nella voce, nei gesti. Un’interpretazione shakespeariana che fa di Favino una perla del cinema italiano contemporaneo.

In sostanza Hammamet è la parabola non di un vincitore ma di un perdente, di un eroe tragico che guarda alla storia sconfitto ma orgoglioso, una metafora sul potere e sul tramonto di un'epoca, come nelle intenzioni del regista. È da elogiare la regia di Gianni Amelio che decide di concentrarsi sugli ultimi mesi di vita del leader del Psi. Una commistione di realtà e fantasia, in cui i toni del noir si alternano a quelli onirici e grotteschi. Non c'è mistificazione, ma solo l'urgenza di indagare la dimensione più umana e privata di una delle pagine più controverse della nostra storia, come solo il cinema può fare.

Nonostante sia stato distribuito nelle sale italiane dal 18 novembre, la maggior parte di noi ha visto questo film su Netflix dal 6 dicembre, si tratta di Marriage Story, in italiano Storia di un Matrimonio, anche se in verità il titolo più adatto sarebbe “Storia di un divorzio”. Raccontare un rapporto d'amore partendo dalla sua fine, o meglio dal suo fallimento: il film diretto da Noah Baumbach fa esplodere questa ambiguità fin dalla prima memorabile sequenza, un’incalzante e dettagliata presentazione dei due protagonisti e del loro contesto familiare attraverso la voce degli stessi. Un’idea semplice ma efficacissima per un incipit solo all’apparenza didascalico che rivela in verità tutte le contraddizioni intrinseche del matrimonio come istituzione sociale. Charlie e Nicole vengono presentati fin da subito come una coppia affiatata e funzionale, che condivide le stesse passioni e che si fonda sul rispetto reciproco. Nonostante tutto ciò, il loro matrimonio è in crisi, una crisi alla quale forse si potrebbe porre rimedio, ma che invece precipita in una spirale di frustrazione e orgoglio dalla quale non si potrà più fare ritorno.

Marriage Story nel suo complesso si configura come una critica severa all’abietto business dei divorzi negli Stati Uniti. Non è un caso, infatti, che l’incidente scatenante del film sia l’incontro di Nicole con una spietata avvocatessa (ruolo che ha appena regalato il Golden Globe a Laura Dern) che la convince a usare il pugno di ferro laddove invece si era deciso di procedere pacificamente. L’inserimento degli avvocati nell’equazione porterà a un risultato di per sé folle con l’inizio di una causa legale insensatamente dispendiosa e agguerrita. Il film si scaglia dunque contro questa pratica diffusa che fa dilapidare patrimoni e che invece di gestire un processo delicato e sofferente come quello del divorzio mette il dito nella piaga, generando ostilità laddove magari non esisteva in precedenza.

È su questo conflitto che si basa il film, facendo presa sua una struttura drammaturgica a dir poco perfetta. La sceneggiatura scritta dallo stesso regista segue un’impostazione teatrale fatta di lunghi dialoghi e alcune scene madre in cui il confronto dialettico tra i personaggi è la chiave per l’evoluzione della storia. Avendo presentato l’intera situazione nei primi intensissimi minuti, Baumbach si permette di concentrarsi esclusivamente sui suoi protagonisti e sul loro dramma sentimentale e relazionale.

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Sorprendente è il crescendo finale con una serie di scene scritte con intelligenza ed eleganza: la scena del litigio, già diventata un classico per il suo realismo nell’attraversare numerosi stadi emotivi, la sequenza del confronto con l’assistente sociale, con la caduta (fisica e morale) di Charlie anticipata da quella simbolica del figlio Henry, le semplici ma struggenti scene della canzone e della lettera. Tutti esempi di scrittura drammaturgica sopraffina, ma che esplodono in tutta la loro energia grazie alle grandissime interpretazioni dei due attori protagonisti, che si sono già giustamente meritati una doppia candidatura ai Golden Globe e che diranno la loro sicuramente anche nella lotta ai premi Oscar.

Scarlett Johansson torna finalmente in ruolo di grande spessore con la sua migliore interpretazione dai tempi di Match Point (ormai quasi 15 anni fa), se si esclude l’eccellente performance di doppiatrice in Her. Adam Driver si distingue ancora di più e veste la parte del mattatore. Liberatosi dal giogo di Kylo Ren, conferma di essere uno degli attori più talentuosi della sua generazione, come appare palese nelle scene sopracitate in cui la sua intensa capacità nell’esprimere rabbia, dolore e spaesamento è essenziale per l’efficace riuscita delle stesse.

Noah Baumbach firma in sostanza uno dei film migliori della scorsa stagione cinematografica, dimostrando di avere le idee chiarissime su tutta la linea: dalla scrittura, al casting, alla regia. Dietro la macchina da presa l’autore, infatti, opta per una regia classica nelle scene cruciali e decide di farsi notare solo in alcuni memorabili momenti, restituendo con immagini semplici e dirette il dramma dei due protagonisti e di come la vita si sia messa di traverso al loro amore: il montaggio accelerato nel momento in cui i due ormai ex chiudono assieme un cancello, dandosi simbolicamente addio; oppure il sapiente gioco di inquadrature e messe a fuoco che li lega nel momento più forte del processo, in cui gli avvocati danno il loro peggio nel rinfacciare gli aspetti più intimi del matrimonio; o ancora il montaggio della sequenza iniziale con tante immagini che tornano frequentemente nel corso del film, tra cui il simbolico gesto di cura e di affetto del chinarsi ad allacciare le scarpe dell’altro.

A prescindere dalla critica allo sfruttamento giuridico ed economico dei divorzi, Marriage Story ci racconta che matrimonio e amore non sono destinati per forza a procedere a braccetto e, laddove uno finisce, non è detto che lo faccia anche l’altro. Nella vicenda di Charlie e Nicole capiamo che sì, l’amore può durare per sempre. Il legame che unisce due persone può resistere alle vicissitudini quotidiane, alle reciproche frustrazioni e alle incomprensioni. Quanto al matrimonio, beh questa è tutta un’altra storia.

Che valore diamo al nostro tempo? Quanto lo diamo per scontato? Al Teatro della Cometa fino al 1 dicembre andrà in scena 7 anni apprezzatissimo spettacolo diretto Francesco Frangipane, che mette in scena con la solita maestria un testo di José Cabeza e Julia Fontana.

In una serata carica di tensione i quattro soci di un'azienda di successo devono decidere chi pagherà per un crimine commesso. Per salvare gli altri e l'azienda solo uno dei quattro si dovrà assumere la colpa e scontare sette anni di carcere. Ma chi lo farà? E perché?
Il conflitto alla base di questa pièce, seppur estremamente semplice, permette un approfondimento dei personaggi di primissimo livello, grazie soprattutto a un efficacissimo artificio narrativo: l’inserimento di un quinto personaggio esterno al gruppo chiamato appositamente per fare da mediatore e aiutare i protagonisti a decidere chi sarà il martire che si sacrificherà per il bene comune. Inizia così una vera e propria partita a scacchi, o meglio una sorta di gigantesca seduta psicanalitica, in cui meriti, colpe, bugie e tradimenti verranno a galla pian piano, fino a un climax di tensione in cui il labile equilibrio costruito in decenni di amicizia e collaborazioni lavorative verrà definitivamente messo alla prova.

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A prescindere dalla solidità della drammaturgia, capace di scavare con eleganza nella psiche dei personaggi, rivelazione dopo rivelazione, ciò che rende questo spettacolo tanto accattivante è la credibilità delle interpretazioni che gli attori mettono al servizio della messa in scena. Raramente si è visto un casting tanto azzeccato, ma, si sa, il regista Francesco Frangipane in questo è un vero e proprio specialista. I caratteri si sposano alla perfezione con le fisionomie e le personalità degli attori: da Giorgio Marchesi nel ruolo del brillante CEO fino a Massimiliano Vado in quello del frivolo account manager, passando da Pierpaolo De Mejo, Serena Iansiti e, per ultimo, lo splendido Arcangelo Iannace nei panni del mediatore, personaggio di cui non sappiamo altro che il nome ma che l’attore campano riesce a rivestire di ironia e umanità, caratterizzandolo con un modo di parlare e muoversi che lo rende forse il personaggio più memorabile.

7 anni è uno spettacolo dotato di un ritmo trascinante, un dramma da camera costruito con cura in tutte le sue componenti. Si tratta di una di quelle rare opere che, al termine della visione, ti lasciano svuotato e arricchito al tempo stesso, grazie alle emozioni autentiche che ti fa provare e ai quesiti morali, etici e umani che continuamente vengono stimolati. Lo spettatore non potrà che rivalutare il valore che dà al proprio lavoro, alla propria libertà e al proprio tempo. Con la sola certezza che l’ora spesa per guardare 7 anni non è stata di certo tempo sprecato.

Vengono dalla Germania, girano il mondo da oltre vent’anni e rappresentano una vera e propria garanzia. Si chiamano Familie Flöz e sono una delle compagnie teatrali più apprezzate a livello internazionale. Il loro punto di forza sta nel produrre un tipo di teatro di figura che non ha bisogno di alcun tipo di parola e che comunica esclusivamente tramite linguaggi prettamente teatrali: i corpi, i costumi, le maschere, le scenografie, le musiche e, su tutto, le idee. Per mandare avanti una narrazione di questo tipo, infatti, servono idee, tante, e la compagnia berlinese non fa altro che gettarle in continuazione addosso al pubblico, in un crescendo di risate ed emozioni.

Fino al 17 novembre 2017 al Teatro Sala Umberto per la prima volta a Roma si potrà ammirare uno dei classici del loro repertorio, Teatro Delusio, che, a 15 anni dal debutto, non sembra avere minimamente esaurito la propria carica vitale. Lo spettacolo, infatti, è un immenso gioco che ruota attorno al mondo del teatro, riuscendo a comunicare in maniera attiva col luogo che lo ospita. Un dialogo metanarrativo tra realtà e finzione che riverbera in continuazione fin da prima dell’inizio dello spettacolo. Lo spettatore, appena arrivato in sala, si trova davanti a un retropalco in piena attività: un backstage teatrale ricostruito nei minimi dettagli che invade la scena appropriandosi in un certo senso di quello spazio, il palcoscenico, che per definizione gode delle luci della ribalta.

Protagonisti sono tre tecnici alle prese con il lavoro quotidiano dietro le quinte di un teatro. Per aumentare il realismo metanarrativo, i tre inizialmente non sono mascherati e, mentre gli spettatori prendono posto in sala, lavorano con tale nonchalance da passare quasi inosservati. “Ah, ma è già iniziato!” si sente dire a un certo punto dal pubblico, a sottolineare l’efficacia della trovata. Poi le luci in sala si spengono ed entra in scena il primo personaggio mascherato: una sorta di burattino fantasma che prenderà possesso dei tre portandoli nel mondo grottesco e magico di Familie Flöz, un mondo fatto di maschere dalle fattezze caricaturali, continue gag slapstick e un elegante velo di poesia a connettere il tutto.

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I tre attori vengono sostituiti dalle loro controparti mascherate: anch’essi tecnici teatrali che entreranno in una spirale ritmatissima fatta di avventure oltre il limite della surrealtà. I personaggi sono ovviamente muti, ma nel giro di pochi minuti i loro caratteri sono già chiarissimi, più di quanto si potrebbe fare con inutili e didascalici “spiegoni”. E qui sta il vero, stupefacente talento di questa iconica compagnia: nella capacità di raccontare storie e personaggi, descrivere situazioni e veicolare messaggi in maniera apparentemente semplice ma che in verità nasconde una sensibilità nei confronti degli strumenti teatrali unica nel suo genere. I tre attori interpretano ventinove personaggi in rapida successione, momenti esilaranti, inquietanti, sognanti si alternano senza soluzione di continuità in un tripudio di invenzioni sceniche che trascinano lo spettatore fino alla fine dello spettacolo.

Anche il finale stesso riserva una sorpresa dietro l’altra, lasciando la sensazione di un teatro che non vuole smettere di autoalimentarsi, celebrando quella macchina magnifica che da secoli riprende vita in ogni parte del mondo sempre uguale a se stessa eppure sempre diversa.

Chiunque ami il teatro dovrebbe partecipare alla sua celebrazione, prendendo un po’ del proprio tempo e dedicandolo alla visione di questo spettacolo sublime. Teatro Delusio, infatti, si configura come un omaggio all’infinita compagine di umanità che ruota intorno al palcoscenico. Tecnici, operatori, attori, registi, artisti di ogni sorta: seppure coperti da maschere tanto grottesche, tutti impareranno a riconoscersi nei personaggi un po’ stereotipati messi in scena da Familie Flöz.

C’è chi ancora si ostina a rinchiudere la proficua carriera di Renée Zellweger nella trilogia dedicata a Bridget Jones. Un successo clamoroso di pubblico e un personaggio simpaticissimo e iconico che però sminuisce il talento di un’attrice davvero speciale. Dopo il premio Oscar per il ruolo da non protagonista in Ritorno a Cold Mountain, ottenuto nel 2004 alla terza nomination consecutiva, sono seguiti 15 anni in cui la sua carriera sembrava essere stata consumata da progetti sbagliati e avventate operazioni chirurgiche.

Finalmente, però, arriva un’occasione di rilancio, e che occasione! In Judy la Zellweger veste i panni della diva di una Hollywood ormai scomparsa, quella Judy Garland che tutti ricordiamo con le treccine e le scarpette rosse nel colossal in multicolor della MGM Il mago di Oz. C’è poco da discutere: ci troviamo di fronte a una interpretazione da Oscar che regge l’intero film, valorizzando un progetto che senza di essa sarebbe un biopic come tanti altri. La regia del mestierante Rupert Goold, al suo secondo lungometraggio, non offre di certo un punto di vista autoriale, concentrandosi principalmente su un paio di momenti molto efficaci (il piano sequenza iniziale è da manuale) e sulla valorizzazione dei momenti musicali. Tutto è sulle spalle dell’attrice protagonista che, con il suo corpo e soprattutto la sua voce (canta tutte le canzoni!), porta in scena la sofferenza di una donna non ancora vecchia (soli 47 anni) ma ormai sul finire della propria vita, oltre che della propria carriera. Una vita interamente dedicata allo show business (la Garland iniziò a lavorare a 2 anni senza mai smettere) per un talento che è stato al tempo stesso una benedizione e una condanna. Una storia, insomma, che corre in equilibrio tra fama e solitudine, arte e sacrificio, gloria e dannazione.

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Magra, emaciata, incapace di mangiare, dormire, anche solo sorridere: Judy è l’antitesi di Bridget, e forse per questo colpisce ancora di più. Renéè Zellweger restituisce tutta l’umanità di un personaggio svuotato della voglia di vivere, che vorrebbe soltanto dedicarsi al suo ruolo di madre ma che si trova schiacciata dal mondo finto in cui ha sempre vissuto, un mondo in cui l’amore è di polistirolo proprio come le torte di compleanno. Il personaggio della Judy 16enne, impegnata nella complicatissima lavorazione del musical che la consacrerà, torna in maniera ricorrente e fa da contraltare alla Judy infelice e disillusa che barcolla sbronza su un palco di Londra. Ed è su uno di questi palchi che si chiude il film, con quel celebre inno di speranza che la protagonista intona in modo straziante. Arrivati sul finale, anche gli occhi dei più duri non potranno che inumidirsi pensando a quel “posto oltre l’arcobaleno” che la povera Judy Garland non è mai riuscita a raggiungere.

Le storie più le raccontiamo più diventano vere e ci rendono ciò che siamo. Scary Stories to Tell in the Dark, film tratto dalla serie di libri di Alvin Schwartz, parte da un presupposto che non possiamo ignorare, soprattutto in un periodo in cui l’equilibrio tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Seppure il nuovo film diretto dal regista norvegese André Øvredal, habitué dell’horror, sia ambientato ben 50 anni fa, il quesito non cambia, anzi genera un parallelismo estremamente attuale tra due realtà politiche inquietantemente simili. Gli Stati Uniti di Nixon e del Vietnam e quelli attuali, di Trump, della Turchia e della Corea.

Si percepisce lo sforzo di mandare un messaggio parzialmente politico, una visione del mondo che innalzi l’opera oltre il genere di appartenenza, quel classico teen horror che però fa capolino nella maggior parte delle scelte narrative. I cliché alimentano infatti l’intero film: un gruppo di ragazzi sul finire dell’adolescenza visitano una casa infestata e si imbattono in un’entità che li perseguiterà fino alla (presunta) morte, uno dopo l’altro. L’oggetto magico al centro della vicenda è un quaderno sul quale si imprimeranno, come dei veri e propri racconti dell’orrore scritti da una mano spettrale, le tragiche vicende dei protagonisti. La trama, la gestione dei colpi di scena e dei personaggi è ciò che di più lineare, diciamo anche scontato, si possa immaginare, un calco di tantissime cose già viste, in ultimo IT e Stranger Things, di cui copia il blossoming dei personaggi (il parallelo Charlie/Dustin è palese) e l’ambientazione nostalgicamente vintage. Il problema principale, nonostante gli accenni politici di cui sopra, sta in una sceneggiatura vittima di un ingombrante didascalismo, che sottolinea ancora di più la scelta di orientarsi verso un pubblico giovane che viene colpevolmente imboccato dall’inizio alla fine. Similmente la regia, al netto di alcune scene ben riuscite, non si impegna particolarmente a stupire lo spettatore, costruendo la tensione nella ricerca di jumpscare davvero prevedibili.

Di contro, non si può di certo criticare la valenza orrorifica che soggiace l’intera pellicola. Seppure edulcorata da elementi eccessivamente gore, le creature portate su schermo hanno un forte impatto visivo, grazie soprattutto alle illustrazioni originale dei libri e all’apporto di Guillermo Del Toro in veste di produttore. Le aspettative per questa versione un po’ meno pop di Piccoli Brividi sono alte, e il botteghino internazionale sta ripagando un investimento produttivo che non è stato particolarmente esoso. Insomma ci sono i presupposti per una serie di possibili sequel e il finale aperto rilancia dichiaratamente verso questa direzione. Il materiale di certo non mancherà, in quanto i racconti da cui trarre nuove “scary stories” sono davvero tantissimi, ciò che bisogna però trovare è una maggiore solidità nella scrittura, per creare un mondo horror che valga davvero la pena di tornare a visitare film dopo film. E, al momento, così non è.

Scelto come film d’apertura della 14esima Festa del Cinema di Roma, Motherless Brooklyn è un film destinato a far parlar di sé, soprattutto per la presenza strabordante di Edward Norton in veste non solo di attore protagonista ma anche di sceneggiatore e regista. Nel mondo di Hollywood, si sa, Norton non è mai stato un attore facile con cui collaborare, a causa di un pessimo carattere e di un’inarrestabile smania di controllo. Non è infatti un mistero che il suo lunatico personaggio in Birdman (che gli è valsa la terza candidatura all’Oscar) sia ispirato proprio a lui. Dopo alcuni anni di latitanza dalla scena decide dunque di risolvere il problema a modo suo, producendo, adattando, dirigendo e interpretando un film letteralmente Norton-centrico che si ispira al bestseller di Jonathan Lethem.

Motherless Brooklyn è un noir ambientato negli anni ‘50 a New York in cui un investigatore privato affetto da sindrome di Tourette (ai tempi non diagnosticabile) deve indagare sulla morte del proprio mentore, il detective Frank Minna, interpretato da Bruce Willis. Diciamo fin da subito che la particolare condizione del protagonista rappresenta al tempo stesso uno dei pregi migliori del film e uno dei suoi più grandi difetti. A Bailey (la vocina nella testa di Lionel che lo costringe a muoversi e parlare contro la sua volontà) sono affidati alcuni dei momenti meglio riusciti di tutto il film: infatti, un po’ come per la risata incontrollabile del Joker di Joaquin Phillips, le stravaganti battute, i giochi di parole fuori luogo e i vistosi tic generano numerosissimi momenti che oscillano tra la tensione, l’imbarazzo e il ridicolo. Il pregio sta nella grande capacità di Norton di rendere credibili questi momenti e nell’efficace effetto tragicomico che restituiscono. D’altro canto c’è da considerare anche che questa forte caratterizzazione del protagonista alla lunga tende a essere ridondante, soprattutto perché privata di un necessaria funzione a livello narrativo. Lionel è un personaggio emarginato ma dotato di una grande talento investigativo: una memoria di ferro e la capacità di porsi le domande giuste (non a caso la parola “se” è il suo tic principale). La sua condizione risulta però essere un semplice conflitto pregresso e irrisolvibile, un elemento di difficoltà fine a se stesso, insomma un’occasione sprecata.

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Per il resto, la confezione del film resta di spessore. Norton dirige con mano ferma e sicura, seguendo uno stile classico senza fronzoli che funziona alla grande soprattutto nelle scene di maggiore tensione. La fotografia e la colonna sonora fanno egregiamente il loro lavoro, così come i pregevoli costumi e le scenografie. E poi c’è un grandissimo cast di supporto che ruota attorno al protagonista: il già citato Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe e una convincente Gugu Mbatha-Raw.

La seconda opera registica di Edward Norton ci restituisce un autore fastidiosamente narcisista, di indubbio valore ma con ancora alcune lacune nella scrittura. Il film procede senza particolari sussulti, saltellando con pigra eleganza da un colpo di scena all’altro nel tentativo di fondere il plot principale e la sottotrama amorosa a una più generale, forse un po’ troppo scontata, critica verso il potere e chi lo esercita. Nella tradizione del noir, i vizi personali e le debolezze umane si rivelano il vero motore pulsante delle azioni di tutti i personaggi e il pacchetto finale risulta se non brillante, quantomeno coerente. Motherless Brooklyn è un film che si regge sulle interpretazioni e sulla messa in scena, ma pecca di un intreccio che sia davvero coinvolgente. Poco male, Norton avrà sicuramente tempo per migliorarsi e noi resteremo in attesa, curiosi di scoprire come e, soprattutto, “se” ci riuscirà.

Poteva essere un disastro. Poteva, ma così non è stato. Gli adattamenti dal teatro al cinema sono spesso molto rischiosi, soprattutto quando lo si fa per la prima volta. L’esperimento portato avanti dal regista, drammaturgo e attore Gabriele Di Luca e dalla sua compagnia Carrozzeria Orfeo con il film Thanks! risulta però molto ben riuscito, seppure con diverse criticità.

La trilogia composta da Thanks for Vaselina (2013), Animali da bar (2015) e Cous Cous Klan (2017)  è stata una delle più apprezzate e valide proposte teatrali degli ultimi tempi, con tour che girano l’Italia senza sosta. Un mix sapiente di comicità, elegante volgarità e spietata analisi sociale che la compagnia nata ormai dieci anni fa ha saputo replicare con sempre maggiore consapevolezza. Il primo spettacolo, infatti, non è forse il migliore dei tre, ma è senz’altro il più adatto alla trasposizione cinematografica. Thanks! è un film attuale, ambientato quasi interamente in un fatiscente appartamento in cui due giovani hanno allestito una coltivazione di Marijuana di primissima qualità con il sogno di portare la loro attività nella giungla del Costa Rica. Attorno a loro ruota una piccola galassia di personaggi afflitti da ogni tipo di disagio: c’è la madre ludopatica, la prozia con l’alzheimer, il padre transessuale e vittima di una setta religiosa, la ragazza sovrappeso e insicura e il suo fratellino con sindrome di down. Il protagonista stesso, interpretato da Antonio Folletto, soffre di una grave forma di agorafobia. Insomma, un corollario di sofferenze e difficoltà che vengono sdrammatizzate con sapienza e sensibilità dall’ironia di cui è pervaso l’intero film.

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Seppure dal sapore fortemente grottesco, il realismo di questa storia risuona nell’umanità di questi personaggi, nelle loro enormi difficoltà che sono un po’ le stesse che similmente tutti noi affrontiamo ogni giorno. Ad aiutare l’immedesimazione contribuiscono di certo le ottime interpretazioni attoriali, tra cui spiccano quelle di Beatrice Schiros con il suo straordinario tempo comico e di Luca Zingaretti, nell’inedito ma intensissimo ruolo di transessuale.

Indubbiamente il film spicca per la sua originalità nel contesto cinematografico italiano, anche se risulta decisamente meno inattaccabile della versione teatrale. In primis dispiace dovere sottolineare la scelta di edulcorare in parte il materiale originale, come già si nota dal titolo da cui è scomparso il riferimento alla Vasellina, elemento cruciale all’interno della storia. Lo stile crudo tipico di Carrozzeria Orfeo risulta più blando e meno efficace, smorzando quella carica comica che sul palco era praticamente irresistibile. Anche alcune dinamiche di trama sono state gestite in maniera un po’ frettolosa per dare spazio a personaggi e scene inedite, che originariamente erano solo accennate. Ma, a parte questo, va evidenziata la sensibilità registica di Di Luca che riesce a sottolineare l’intensità di alcune delle sequenze più drammatiche (e non sono poche), dimostrando un talento ancora più versatile di quanto già non fosse.

In conclusione, possiamo confermare che i rischi di questo progetto di difficilissima attuazione siano stati quasi del tutto scampati. Chi ama gli spettacoli di Carrozzeria Orfeo e la loro unica capacità di raccontare le sofferenze umane senza patetismi, ma con una cinica e lungimirante ironia, non potrà che essere soddisfatto da questa operazione. Thanks! è un film dotato non solo di piena dignità artistica, ma è il primo passo verso qualcosa di nuovo, che potrà magari portare a nuovi film capaci di replicare la complessità degli spettacoli teatrali con un linguaggio cinematografico definitivamente maturo.


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