“Giusto la fine del mondo” è la storia autobiografica di Jean-Luc Lagarce, uno dei drammaturghi francesi più rappresentati di sempre nonostante la morte prematura. È proprio sulla malattia che lo strappò alla vita neanche quarantenne che ruota lo spettacolo di Francesco Frangipane che ha debuttato al teatro Piccolo Eliseo giovedì 13 febbraio. Il regista calabrese porta avanti il suo teatro fatto di interni soffusi, di tavole apparecchiate e di conflitti familiari, ma lo trasla su un livello diverso affidandosi a un autore unico nel suo genere, molto più concentrato sullo stile che sulla mera drammaturgia.

Per settimane si è parlato di Boycott Sanremo e, diciamo la verità, tutti avremmo voluto boicottarlo. Ma poi quando il martedì della prima settimana di febbraio, ogni anno, arriva il fatidico giorno, siamo in pochi a resistere alla tentazione di accendere la televisione e assistere al carrozzone carnevalesco che si svolge sul palco dell’Ariston da ormai settant’anni. L’ironia sta nel fatto che non lo abbiamo mai visto neanche quando i nostri genitori lo guardavano pedissequamente e ora ci siamo trasformati in loro e ci piace dirci che no, non è per la musica,

Che è possibile raccontare tematiche delicate con ironia e leggerezza ma senza sminuire la drammaticità degli eventi lo hanno dimostrato in passato film come La vita è bella e Train de vie. Ma il pluricandidato agli Oscar 2020 Jojo Rabbit di Taika Waititi decide di fare uno step successivo, sfruttando al meglio una delle armi più pericolose ma potenti che possiede un narratore: il punto di vista di un bambino. Jojo è un ragazzino decenne appartenente alla gioventù hitleriana sul finire della seconda guerra mondiale.

Bettino Craxi, padrone dell’Italia negli anni Ottanta, leader del PSI, colui che ha sfidato la super potenza americana di Reagan con l’episodio di Sigonella, in Hammamet è un uomo anziano, malato non solo fisicamente, ma anche e soprattutto di amore e rabbia verso il suo paese, contro chi gli ha voltato le spalle. Ci si aspetta di vedere un film che racconti i fatti politici, il contesto storico di un’Italia ormai lontana, ma il film altro non è che un’analisi profonda, a tratti angosciante, di una personalità tra le più complesse del quadro politico di quegli anni.

Nonostante sia stato distribuito nelle sale italiane dal 18 novembre, la maggior parte di noi ha visto questo film su Netflix dal 6 dicembre, si tratta di Marriage Story, in italiano Storia di un Matrimonio, anche se in verità il titolo più adatto sarebbe “Storia di un divorzio”. Raccontare un rapporto d'amore partendo dalla sua fine, o meglio dal suo fallimento: il film diretto da Noah Baumbach fa esplodere questa ambiguità fin dalla prima memorabile sequenza, un’incalzante e dettagliata presentazione dei due protagonisti e del loro contesto familiare attraverso la voce degli stessi.

C’è chi ancora si ostina a rinchiudere la proficua carriera di Renée Zellweger nella trilogia dedicata a Bridget Jones. Un successo clamoroso di pubblico e un personaggio simpaticissimo e iconico che però sminuisce il talento di un’attrice davvero speciale. Dopo il premio Oscar per il ruolo da non protagonista in Ritorno a Cold Mountain, ottenuto nel 2004 alla terza nomination consecutiva, sono seguiti 15 anni in cui la sua carriera sembrava essere stata consumata da progetti sbagliati e avventate operazioni chirurgiche.

Le storie più le raccontiamo più diventano vere e ci rendono ciò che siamo. Scary Stories to Tell in the Dark, film tratto dalla serie di libri di Alvin Schwartz, parte da un presupposto che non possiamo ignorare, soprattutto in un periodo in cui l’equilibrio tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Seppure il nuovo film diretto dal regista norvegese André Øvredal, habitué dell’horror, sia ambientato ben 50 anni fa, il quesito non cambia, anzi genera un parallelismo estremamente attuale tra due realtà politiche inquietantemente simili. Gli Stati Uniti di Nixon e del Vietnam e quelli attuali, di Trump, della Turchia e della Corea.

Scelto come film d’apertura della 14esima Festa del Cinema di Roma, Motherless Brooklyn è un film destinato a far parlar di sé, soprattutto per la presenza strabordante di Edward Norton in veste non solo di attore protagonista ma anche di sceneggiatore e regista. Nel mondo di Hollywood, si sa, Norton non è mai stato un attore facile con cui collaborare, a causa di un pessimo carattere e di un’inarrestabile smania di controllo. Non è infatti un mistero che il suo lunatico personaggio in Birdman (che gli è valsa la terza candidatura all’Oscar) sia ispirato proprio a lui. Dopo alcuni anni di latitanza dalla scena decide dunque di risolvere il problema a modo suo, producendo, adattando, dirigendo e interpretando un film letteralmente Norton-centrico che si ispira al bestseller di Jonathan Lethem.

Poteva essere un disastro. Poteva, ma così non è stato. Gli adattamenti dal teatro al cinema sono spesso molto rischiosi, soprattutto quando lo si fa per la prima volta. L’esperimento portato avanti dal regista, drammaturgo e attore Gabriele Di Luca e dalla sua compagnia Carrozzeria Orfeo con il film Thanks! risulta però molto ben riuscito, seppure con diverse criticità.

La trilogia composta da Thanks for Vaselina (2013),Animali da bar (2015) e Cous Cous Klan (2017)  è stata una delle più apprezzate e valide proposte teatrali degli ultimi tempi, con tour che girano l’Italia senza sosta. Un mix sapiente di comicità, elegante volgarità e spietata analisi sociale che la compagnia nata ormai dieci anni fa ha saputo replicare con sempre maggiore consapevolezza.

Il lettore mi perdoni l’uso della prima persona per questa recensione, ma chi scrive non può far finta di non essere nato e cresciuto a Palermo mentre prova a raccontare le emozioni offerte dal suo concittadino Franco Maresco nello splendido documentario La mafia non è più quella di una volta. Vincitore del Premio speciale della giuria a Venezia 76, il film di Maresco è piombato come un fulmine a ciel sereno sul pubblico, sui critici e sui giurati della Biennale, rivelandosi come una delle opere più rilevanti di tutta la Mostra.

Seppure in perfetta continuità con i lavori passati (da solo o in duo con il sodale Daniele Ciprì), e in particolare con il precedente Belluscone – Una storia siciliana (Premio della giuria nella sezione orizzonti e Miglior Documentario ai David), di cui rappresenta di fatto una sorta di seguito morale, questo ultimo documentario è un passo ulteriore nella sua filmografia, che brilla per coerenza, lucidità di visione e messa in scena. Evidentemente, il grande successo di Belluscone, nonostante le molte problematiche nella produzione, ha dato una maggiore consapevolezza artistica a Maresco. Sicuro dell’efficacia sia della materia trattata che della modalità con cui raccontarla, il regista si è buttato con determinazione su questo nuovo progetto, alzando l’asticella sotto tutti i punti di vista.

La mafia non è più quella di una volta ci riporta nel 2017, alla celebrazione del 25ennale delle stragi di Falcone e Borsellino. L’intero film ruota intorno alla contrapposizione di due realtà, rappresentate da due personaggi antitetici: la celebre fotografa d’inchiesta Letizia Battaglia e l’organizzatore di eventi di piazza Ciccio Mira, già protagonista di Belluscone. Intorno a queste due figure ruotano due diversi eventi di celebrazione: quello che tutti conosciamo, con le navi della legalità, le parate e la visita delle istituzioni; e un evento nascosto, un concerto di neomelodici di cui personalmente non avevo mai sentito parlare perché dedicato principalmente agli abitanti dello ZEN, quartiere popolare palermitano celebre per l’alto tasso di criminalità.

letizia battaglia

Ed è proprio nelle sequenze dedicate agli abitanti dello ZEN che l’anima più pura di questo film viene fuori. Emerge, infatti, uno spaccato di anti-legalità che impressiona per quanto sia ancora legato a modalità omertose di avversione aprioristica verso la res publica. Mentre infatti la mitica Letizia Battaglia incarna quella Palermo che ha vissuto e sofferto le stragi degli anni ’80 e ’90, e che ora guarda al passato come a un tragico ma inevitabile passaggio nella crescita della nostra società, Ciccio Mira guarda al passato con nostalgia, quella stessa nostalgia che si evince dalla frase che poi è diventata il titolo del film: “La mafia non è più quella di una volta”. Non è più potente come lo era in passato, non è più influente, intoccabile, ma è comunque presente, nelle strade della Sicilia e nella mente dei palermitani dei quartieri popolari.

Ciccio Mira si merita dunque il bianco e nero con cui Maresco lo ritrae per tutto il film (a volte scolorendo solo lui in post produzione): è un personaggio fuori dal tempo, ancorato al passato, e che vive il presente con colpevole e distaccata incoerenza, totalmente incapace di rendersi conto della totale insensatezza delle sue azioni: come cercare nel Presidente Mattarella, suo conoscente di gioventù, la grazia per un parente in carcere, oppure organizzare un concerto a favore di Falcone e Borsellino in una piazza dove è ancora vietato mostrare alcun segno di avversione alla mafia. I suoi artistucoli da piazza ne sono la controparte più grottesca. Privi di talento, privi di coscienza sociale e individuale, questi cantanti neomelodici vivono inseguendo un ideale di popolarità vuota, ancora più drammatica perché affonda le radici in una povertà senza vie di uscita.

Al termine della proiezione, a prescindere dalla complessità meravigliosa e dalla perfezione cinematografica insita in ogni singola scena, mi sono sentito incredulo e stravolto per essere entrato a contatto con una realtà che per decenni ho solo sfiorato senza mai capirla veramente. Al rinato rispetto verso Franco Maresco, Letizia Battaglia, Pino Maniaci e verso chi fa della lotta alla mafia il suo pane quotidiano, ho sommato una consapevolezza nuova, tragica, che mi farà vedere la mia città con occhi nuovi. D’ora in poi, quando sentirò tremare le finestre della mia casa di Palermo (che si trova a poche centinaia di metri dallo ZEN) a causa di una macchina che passa con la musica neomelodica a palla, non potrò più ridacchiare e far finta di niente. Maresco, con questo film, ha privato noi palermitani della possibilità di ignorare gli aspetti più nascosti della nostra città e, di conseguenza, di noi stessi.