Martedì, 26 Giugno 2012 23:04

Kyuss, grandi anche con un Homme in meno

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[MUSICA]

KyussCIAMPINO- Avrebbe potuto esserci tranquillamente un cartello con scritto “Vietato l’ingresso agli under 30”. E’ chiaro che chi conosce i Kyuss non solo per Josh Homme viene direttamente dall’epoca del “prestami il cd che lo copio su cassetta”, dagli anni in cui Billy Corgan era con certezza il bambino di Super Vicky, dai giorni in cui Courtney Love aveva ancora un carciofo morto al posto del naso.



Un’epoca in cui la musica era un fenomeno contemplativo privato, e non un file di sottofondo da far partire durante l’utilizzo del pc. Il segno musicale poteva permettersi notevoli complicature e distorsioni, perché il riascolto dell’intero nastro era d’obbligo, e l’orecchio avrebbe avuto modo di abituarsi a tutte quelle dissonanze noise, stoner e grunge.
Ma naturalmente quella sera a Ciampino, lo scorso 5 giugno, non c’era alcun cartello. Per cui oltre a una pletora di alternativi nineties ormai stempiati c’erano anche quelli della generazione musicale di Internet, molti di loro facilmente riconoscibili dalla T-Shirt dei Queens Of The Stone Age. Che a livello di buon gusto è un po’ come presentarsi a un concerto di Blaze Bailey con una maglietta dei Maiden, o andare da Jackie Onassis con un ciondolo a forma di fucile (come diceva un altro grande mito di fine anni ‘80).
Ma distinzioni di questo genere (vecchi sfigati vs downloader di discografie) sono un fenomeno più sociale che musicale. Lo stile dei Kyuss resta comunque quello, con le sue cadenze blues distorte, con le sue sonorità acide, con quella carica viscerale che vibra su un chakra differente da quello con cui normalmente ascoltiamo musica.

In un Orion strapieno, esattamente ventiquattr’ore prima delle littoriche incursioni Poundiane, il primo pezzo ad annunciare la sessione di pogo è Hurricane. John Garcia parla poco, e raramente introduce le canzoni, ma la sua voce è esattamente identica a quella di vent’anni fa. Poco movimento sul palco da parte sua, a cui fanno da contraltare basso e chitarra, grondanti di sudore sin dall’attacco di “One Inch Man”. E alla batteria un Brant Bjork inarrivabile. E nonostante tutti gli anni, nonostante la pancia di John, le pessime luci, le sue pause ogni due canzoni, nonostante tutti quei pochi elementi che ci ricordavano quanto tempo fosse passato dalla prima volta che abbiamo ascoltato “Wretch”, il trasporto sul pubblico è stato devastante. Magliette in volo, fiumi di carne pogante, urla di ragazzi esaltati. Il meglio di tutto ciò che ti aspetti da un concerto alternative rock era lì. Poi parte “Green Machine”, e arriva il delirio.
Più di due ore di puro stoner vecchio stile, che seppelliscono definitivamente grandi Antichi del calibro di Tad o Cop Shoot Cop. Certo, pesa sempre l’irriducibilità del nerd musicale, quella che non accetta l’esistenza di una band simile senza Homme e Oliveri. Un’irriducibilità che, ammettiamolo, spesso viene manifestata da bocche che nemmeno conoscevano la band prima di “Song For The Deaf”, e che avrebbero trovato ben più di un motivo per tacere, se quella sera fossero passati da Ciampino.

Giampiero Amodeo

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