Lunedì, 13 Giugno 2011 20:39

La notte, le incrinature, Sophia e la sveltina

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il7Alessio Pistilli crea composizioni che, come il gineceo del fiore, accolgono la sensibilità alla poesia di chi ascolta come se fosse polline; sarà forse effetto della suggestione naturalistica portata dal suo cognome, ma il suo rock cantautorale emana effluvi botanici frutto di una floricoltura che garantisce sbocci musicali inebrianti.

In “Accanto a te” i tenui arpeggi di chitarra iniziali appaiono parentesi che si aprono come petali, per poter ridiscutere con una certa dolente pigrizia, di quelle che ci si è addestrati ad accarezzare e subito ripiegare ogni volta che riaffiorano, immagini, “parole sospese nel vuoto, promesse che fanno sognare, che sanno ingannare”, sarà giusto dimenticare? Poi la chitarra inizia a disseminare note trepidanti che insieme a quelle del delicato piano sono come vibrazioni di gocce di rugiada su fronde tremolanti per il vento; “lontano da questi ricordi che offuscano il Alessio_Pistillicuore” c’è la percezione più sicura delle prospettive su cui si spingono i nostri destini, ed infatti il ritornello si solleva su un tappeto di tastiera a distinguersi dalla massa di riflessioni e ricostruzioni che si son rese necessarie per “spingersi oltre” e conquistarsi l’amore, ed è solo accanto a Lei che ogni trascorso, ogni gesto ha un senso costruttivo (“In fondo ad un’anima pura c’è sempre il dolore di chi non sa odiare…”): il bridge è sagomato su dolci scariche adrenaliniche di fiducia, mentre la chitarra solista intesse con continuità una vibrazione di temperamento con un riff breve ad impulsi positivi. Così si ridimensionano “le difficoltà, le infelicità”, è una sublimazione. Vibratile chiosa affidata ad un violino, malinconico segno di una fragilità come attributo forse indesiderabile della bellezza interiore. “A notte fonda” è la felpata ricognizione della dimensione del silenzio e della quiete, ai più nascosta, e utilizzata da qualcuno per farsi del male; il suono dei grilli, effetti elettronici da eco misterioso e la cadenzata chitarra acustica sostengono l’evocazione dell’amore che “si veste o si sveste di complicità passionali o... di offerte speciali”, mentre le strade sembrano fiumi solcati da gatti solitari. L’onda cullante di chi sogna, ma “ad occhi aperti”, si gonfia, accoglie le poche e sentite parole (“per lei che non vuole capire”) di questa ballata che “di solito porta consiglio”, lietamente sonnambulica e, complice un assolo di chitarra sonoro, preciso, che raccoglie i fili degli acuti rintocchi ipnotici precedenti, porta ad intravedere “un mondo migliore” per l’alba che arriverà. “Storie” è un pezzo più dichiaratamente rock, già dal riff ripetuto, e con la batteria che si lancia al galoppo, da inno riassuntivo di tutti i “sogni che sanno di libertà”, il canto racconta una raccolta di mementi di varia estrazione, e poi si prolunga in l’assolo si avvita veloce, si snoda melodico e poi spiraleggia in pochi entusiasmanti secondi prima di riannodarsi alla struttura, decisa come la forza con cui si vuole leggere in ogni cosa la verità per restituire sapore di realtà anche ai risvolti più passeggeri trasformandole in “occasioni da non perdere”, cioè spunti di vita vera. “Amico mio nemico” è una diversa ballad andante, con voce quanto mai giustamente lamentosa, per un amico con cui si son condivise piccole grandi emozioni e che oggi appare “distratto da o-scure alchimie” e portato via da un’incomprensibile astio. Il piano iniziale, molto partecipe, strappa conside-razioni ancora oggettive sull’impulsività rabbiosa che prevarica “il buono che c’è in te”, ma vedendolo come “un uomo senza palle”, ottiene delle malinconiche e preziose rifiniture di fisarmonica, a suggello di quel cre-scendo governato dalle tastiere ariose che vorrebbe porre al bando l’orgoglio, per curare l’amicizia in un i-stante, magari con un effetto human chorus che accentua il lirismo umanamente sofferto della composizio-ne, congedo amaro ma anche sovranamente distaccato, da chi non ha saputo capire. “Saperti felice è la cosa che spero”, se vale lo sforzo. Progetto interessante, quello di Alessio Pistilli, dotato della giusta personalità vocale e di arrangiamenti ben calibrati tra discrezione dell’accompagnamento e coloritura delle im-pennate espressive, grazie anche a validi collaboratori (strategica l’importanza delle tastiere) che assicu-rano la corposità della proposta.

Soraya_SantaI Soraya Santa fanno confluire in un meltin’ rock (la definizione è loro) influenze che vanno dalla psichedelia ed il rock anni ’70 alla scena alternative e indie internazionale ma anche italiana. I testi, non poco intrippati in tematiche perse, come l’anima e i sogni, sembrano entrare in comunione neuro-mistica con spinte powerful che derivano da una sezione ritmica possente ma anche creativa, che scava conche aride sotto alle atmosfere “spostate” e alle melodie sorprendenti cavate fuori da chissà dove da Tony Puglisi (voce e tastiera) e Fabrizio Petrolati – chitarre. “Cellulosa e piombo” germina da effetti e arpeggi insinuanti, la voce tranquilla sgrana i primi versi, ma la struttura si irrobustisce per poi placarsi di nuovo, e la strofa ritorna, accompagnata da miagolii acidognoli della chitarra solista, e di nuovo il sound si fa nerboruto e travagliato. “L.A.U.Z.I. ha ucciso Laura Palmer” è una rivelazione sullo scomparso cantautore ligure che ci riempie il cuore di strug-gimento, a quasi vent’anni di distanza dalla mitica serie televisiva, e infatti il trasognato tappeto sonoro, man-tenuto teso dalla vibrazione ritmica in una trance che è un travaso di reazioni represse al patetismo di certi spunti grotteschi della “realtà”, a metà brano lascia partire un tremulo assolo vitreo che dispone tutte le sce-ne più deliranti del telefilm in una prospettiva scolorita di pianto e mucillagine strumentale, che sfuma in un digradare di raggi gamma in un tesla coil costruito nell’orbita oculare di un ausiliario del traffico. “Distanze sospette” è una classicheggiante cristallizzazione di sfumature che in un attimo si distorce in foglie secche e parole che creano allergie dell’umore: l’elettronica collide con lo spasmo indie e con il lamento di catarsi burlesque che scoloriscono in un’attesa patetica. L’intensità è quella di scelte che dovrebbero lavare l’anima, e invece la coprono di un’insofferenza che si solleva nell’etere senza esplodere, ma solo per un pizzico!  Il suggestivo virtuosismo dell’ensemble rende il loro output idoneo per l’elettrificazione loose di un pubblico trasognato, con esigenze sonore avanzate e internazionali, benchè intrisi di smanie contorsionistiche ispirate all’agognata dignità finanziaria del giovane contemporaneo. “Fragile” è il nevrotico sottofondo di un addio ruvido negli effetti, ma lacrimevole nei contorni: “Devi essere forte e dura, non ti devi voltare mai; e non ti accorgi che sei fragile, sei fragile...” Un pensiero indirizzato a Soraya, la principessa triste? Lo smanettio di rabbiosa malinconia persevera fino in fondo, tranne un breve buco in cui le incrinature sul volto di porcellana rosa si mostrano, in una realtà la cui impalcatura sembra screpolarsi proprio nelle percezioni di chi la sente troppo...

I romani Unmask accalappiano l’ascoltatore ed i pubblici del Nord Europa, a quanto pare, con delle strette cappiole Unmaskdi riff a mò di cravatta e lo trascinano dentro atmosfere opaleggianti in cui le percussioni si allen-tano e la chitarra solista ovalizza suoni spettrali, ma l’avanzamento riprende, accidentato, finchè il blocco non svanisce – “disappear!..” – e viene ristabilito il setting allarmante di partenza (“Unmask”). Un attacco rock piuttosto epico che intacca tutte le certezze di quelli che in macchina intasano la corsia di sorpasso a 50 lumache all’ora e li svillaneggia con un chitarrismo nervoso ma piuttosto variegato che crea effetti di sor-presa, slanci armonici, acuti vocali e assoli svettanti anche e soprattutto quando spiega quello che gli serve - “All I need” - per prodursi, già dall’attacco del basso, con decisione e autenticità liberatoria, dando fondo a due ugole invece di una (probabile sovrincisione), in una notte profonda come un filosofo che ha guardato nella fornace di Efesto. La chitarra formicola petrosa sotto la traccia vocale esemplare nell’epicità, la la coda di una distorsione serpeggia nel buio dopo gli stop & go, e la chitarra solista avanza intrepida e tranchant sul dirupo percussivo fitto del finale. Il progetto è un concatenarsi di atmosfere misteriose che si sviluppano tra paure ancestrali e amore per la conoscenza (sotto forma di una socratica Sophia, e “Sophia told me” è il titolo del recente CD) concepito nel solco di un neo-progressive meticciato con nuances psichedeliche, pas-saggi ambient e rombi metal, mostrando l’ambizione di produrre il corrispettivo sonoro del confronto rive-latore tra un uomo confuso e la propria coscienza in maschera, tema già affrontato dal gruppo in forma e-stesa in Mask Era, spettacolo multimediale sugli aspetti artefatti della realtà, primo fra tutti la detestabile ipocrisia. Gli Unmask vestono di un concept fosco il loro caleidoscopio atmosferico, che si inserisce nella gloriosa tradizione del genere ma vantando una sua cifra originale nell’ispirazione accigliata ma dall’ an-golazione profondamente etica (questione non trascurabile) rispetto a certe proposte di profilo più spic-catamente metal. La crudezza disperata di questi arrangiamenti tradisce infatti un’intensità, nella concezione musicale, che sarebbe diseducativo accostare alla disperazione di Lapo Elkann che non riesce a vendere i suoi calzini usati al prezzo fissato per la sua linea di sunglasses; ci sembra più adeguato parlare di un’ urgenza espressiva che si sovrappone al talento determinando atmosfere sinistre e avvincenti. Nel 2009 sul loro myspace trovammo anche “Teaser soundtrack”, sperimentale, un piccolo labirinto sonoro destinato for-se, se sviluppato ed esteso, a incidere nell’economia espressiva di un cortometraggio di Kusturica visto al contrario, mentre oggi troviamo altre due tracce dal CD, di cui quella di apertura, “Be twin(s)”, che si articola su un riff allucinogeno, per poi creare spazio alla melodia vocale tesa ma altamente espressiva; la sezione centrale si divide in rivoli allarmanti e dilatazioni temporali affette da squagli chitarristici di passaggio, fino all’acuto lunghissimo, dal quale riscopriamo la vecchia “Unmask” in una nuova veste, prodotta con ac-cresciuta sapienza: dopo le registrazioni ed il mixing in tre studi romani la masterizzazione è stata condotta a Londra dal Fluid Mastering, circostanza che ancora non basta purtroppo al gruppo per ottenere il giusto riconoscimento che spetterebbe ad una band simile che fosse stata prodotta da un editore europeo più attento al mercato del progressive. Dopo aver ascoltato anche “Voice of hush” si rinforza la sensazione di un linguaggio articolato, che rintraccia dimensioni ulteriori anche partendo da suggestioni più eteree e toni più elegiaci, cercando soluzioni espressive anche in raffinate partiture pianistiche, pur incastonandovi eruzioni prepotenti ben collegate alla complessiva identità enfatica. In ultima analisi, non ci sembra che il panorama musicale italiano possa fare a meno di dinamiche sonore come queste, che attraverso progressioni, arresti, squarci melodici e accelerazioni, esibiscono in ogni brano, com’è tipico del prog, una ammirevole abbon-danza di spunti, confezionati, per giunta, nella versione digipack, con un artwork di indubbio riguardo.

ArteficiGli Artefici avranno sicuramente in mano il loro destino, anzi staranno costruendolo da soli come un EP, ma temono evidentemente che qualche hacker gli scippi la magia o che un plotone di peers si scarichi i loro mp3 da demonoid, altrimenti avrebbero lasciato sul myspace qualche pezzo in più del solo “Sintomi post”, come anteprima del loro lavoro. Il quartetto comunque è noto sia per la variegata versatilità con cui confezionano i loro pezzi, per una proposta che risulta sia ricca di groove, grazie all’apporto di un drumming piuttosto crea-tivo, sia di significati, grazie alle parti vocali in italiano, talvolta recitate, del front man: Il gruppo manifesta una certa fluidità e comunicativa che non contraddice la qualità dell’elucubrazione sonora, la quale conta cambi di tempo, innervamenti emotivi ribellistici e coaguli di delirio, in dinamiche anguillari. “Sintomi post” prende l’avvio da un’arpeggio che tiene la frustrazione sotto traccia in considerazione della giornata che sembra pronta a peggiorare, adeguandosi al resto della vita, e invece la scelta di reagire prevale insieme al sarcasmo verso le proprie stesse “percezioni percettive” offese, ogni elemento dello scenario sembra un insulto, “il tempo (del tradimento) disegna sul mio viso sensazioni che disapprovo… ed il canto disegna sul tuo viso sensazioni che disapprovi”; dopo segue un delirio di nevrosi sciroppabile, l’assolo, su base ritmica a mitraglia cyborg, che inaspettatamente si placa in un esistenzialismo indie-jazzato con altre parole acide sputate in rapida sequenza, ma è solo il preludio dissimulato di una nuova scarica tecnica e irsuta di sfoghi “dissonanti” a cui il lead singer/autore del reading, brillantemente assecondato dagli altri componenti, sem-bra essersi fatto non il callo (perchè non si rassegna ma si adegua) ma calli isterici su tutto il cranio (dovuti alla testardaggine nello sbatterci il muso più di una volta), che lo portano ad imprimere su tutta la compo-sizione musicale “colpi di testa” non prematuri per quegli adolescenti impegnati a digerire devastazioni paradossali; quando queste sono situazioni oltre il grottesco in cui la Lei traditrice con sintomi post-sveltina finisce sbevazzata/semicatatonica come una “cavia da laboratorio, ed ora sarò io a sperimentarti… approfittando della tua stasi apparente” viene il dubbio che tutta la vita musicalmente smozziacata che verrà sarà una frattura scomposta multipla di pentagrammi grattuggiati! E lui allora: “Ti derido e sorseggio gintonic!” Alla salute!

il7 – Marco Settembre

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