Sabato, 16 Aprile 2011 14:23

Montecristo – Canzoni e vite

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il7Esistono progetti dalla lunga gestazione che quando emergono alla luce sanciscono tutto in una volta il ri-scatto di tutta una serie di idee, desideri ed emozioni coltivati in segreto e cresciuti nonostante le insidie e le offese subite da chi non aveva la sensibilità necessaria per dare loro spazio né l’onestà necessaria per farsi da parte e non creare ostacolo.


Sarà forse presentendo le future lotte contro le rigidità e le diffidenze del mercato che Giorgio Grasso si è scelto, per la sua veste di cantautore, lo pseudonimo Montecristo, non solo perché sin da quando era adolescente è rimasto affascinato sia dalle versioni sceneggiate cine-televisive de “Il conte di Montecristo” e poi dallo stesso romanzo originale di Alexandre Dumas e dal Montecristocarattere squisi-tamente romantico del suo protagonista. Quella di cantautore non è l’unica identità per Grasso, impegnato sin dalla più tenera età in fantasie sotto forma di narrazioni, disegni e poesie, che hanno costituito il prezioso humus per la crescita delle espressioni della sua creatività più matura, che lo ha portato ad essere vi-deomaker e regista, oltre che musicista. I suoi percorsi paralleli nel cinema e nella musica sono riusciti però a convergere in un momento particolarmente significativo, quello segnato dall’uscita del suo film “Replay” (dopo l’esordio con la commedia degli equivoci “La guerra degli stomachi”, del 2003): per questo suo se-condo lungometraggio Grasso scrive le tre canzoni originali della soundtrack, prodotte in trio con gli Ashtray (ora Inky Fingers). Ma per render conto della carriera cnematografica di Grasso, del suo sforzo produttivo autonomo (gli attori sono stati reclutati attraverso Internet e annunci vari), dei suoi lusinghieri risultati e della distribuzione (“La guerra degli stomachi” è stato proiettato all’Azzurro Scipioni, “Replay” al Politecnico Fan-dango e poi pubblicato su DVD), sarebbe più giusto dedicare uno spazio a sé. Per il momento ci limitiamo a gustare, più che ad analizzare, il suo primo disco in italiano, in vendita dal gennaio 2011, prodotto Montecristo_1dalla Ghiro Records di David Marchetti e distribuito dalla Halidon. Il titolo è “Canzoni e vite”, che coincide con quello di uno dei pezzi a cui Montecristo è più affezionato, ma soprattutto prepara all’ascolto di un album in cui, tra gli elementi autobiografici e le numerose citazioni letterarie e storiche, la musica sembra legarsi a filo doppio con tante esistenze, offrendoci una serie di messaggi in cui ognuno può di volta in volta riconoscersi o sem-plicemente riflettere. Il pezzo d’apertura si ricollega immediatamente al nome d’arte dell’autore e al discorso che accennavamo in apertura: è un brano che intende trasmettere, a chi si sente incerto sul futuro e sulle proprie possibilità, l’energia per raccogliere le sfide e togliersi i bastoni tra le ruote uno ad uno ricordandosi degli intralci che già siamo riusciti a rimuovere per arrivare fin lì. In effetti, chi arriva al punto di ostacolarsi da solo con l’autolesionismo o perdendo il senso delle proprie scelte, deve questo alle esperienze negative do-vute a favoritismi, scarsa professionalità e incompetenza, quando l’unica soluzione è fare “Buon viso” a cat-tivo gioco. Naturalmente il testo ha un significato generale che la musica porta ad avere valore universale: l’inizio è elettronicamente ipnotico, con un filo di piano intimista in un’atmosfera da sopravvissuti, e la voce, trattata, sembra l’eco grintosa d’un uomo ferito che risuona nella sua tana. La durezza rock degli scontri con i lupi è garantita dall’arrangiamento chitarristico e da una precisa sezione ritmica su cui la voce severa e disincantata dell’interprete si professa pronta a dare il suo cuore fino in fondo su una pagina, ma non al-trettanto a far sempre “buon viso”, da buon romantico indomabile. “L’innominato” si presenta invece da subito come una ballata a base di chitarra acustica, al servizio di un monologo, o forse, vista anche la den-sità della traccia vocale, è il caso di dire letteral-mente un flusso di coscienza, anzi della coscienza di un individuo simile al personaggio manzoniano che però si converte diventando simile ad un nuovo supereroe con un passato dark: una redenzione è sempre possibile anche per chi ha commesso molti errori: il tono si alleggerisce con dei vocalizzi da disimpegno (“za-za-rom-za-za!”) e con la comparsa di una tromba free jazz a celebrare inMontecristo_2 modo disinvoltamente jazzy la riscoperta di “quello che ho perso”. “Linfa” ha un magnifico attacco progressive con la batteria impetuosa, trionfante e irregolare con l’uso dei piatti a sottolineare l’erom-pere dell’emozione, mentre un’effettistica chitarristica visionaria riflette l’eccezionale qualità di certe manife-stazioni umorali: quando l’amato/a, l’essere che ci è complementare, ci invade come linfa, lasciarsene tra-scorrere è un’esperienza che attiene al sublime, fisica e spirituale insieme, e questo testo lo testimonia in modo originale, lasciando che si alternino fasi di cristallina purezza a rombi possenti di stampo indie-rock in cui l’onda d’energia sembra davvero poter “riemergere da tutto”. Con una cadenza regolare ed iversi come perle di una collana di filosofia nata dall’osservazione e non dalla speculazione, “Pianeta Terra” è il com-pendio recitato da un cantastorie giramondo, di tutte quelle considerazioni dolce-amare che ci investono se riusciamo a vivere non di corsa: felicità, verità, fortuna, amore e guerra vanno saputi trattare ognuno a suo modo, o diventano impostori, motivi per cui “ci si perde nella vita”; soprattutto il delicato solfeggio al piano, ma anche l’arpeggio dell’acustica ed un ampio, globalizzante tappeto di tastiera, si spartiscono il prezioso accompagnamento, e nel ritornello ci si stupisce della compresenza magica di tanti elementi in questa sfera azzurra in cui quello che difetta è un po’ di consapevolezza in più. “Orlando”, al di là del riferimento letterario, è la partecipe raccomandazione, offerta con tonalità morbida, quasi crucciata, di non cedere agli impatti col-laterali dell’amore; anche il più valoroso degli eroi può perdere la testa, se ha ritenuto di non dover tenere a bada il sentimento. La strofa  ha una morbida tensione, sottilmente ascendente, poi osserva una pausa alludendo alla caduta, e riparte col ritornello ammonitore, orecchiabilissimo grazie alle rime. Si può finire a combattere le ombre, “io che ero così fiero e imponente”; l’Ariosto affidò ad Astolfo il compito di recuperare il senno di Orlando sulla Luna; più realisticamente dev’essere “la forza indubbia della mia intelligenza” a pre-valere sugli inganni di fanciulle il cui amore non è stilnovistico, cortese o neo-platonico, ma che, con le loro facce nascoste, tentano di far perdere gli eroi. Il video del brano è molto intelligente ed ironico, con un Or-lando, spaesato in armatura, che vaga lento tra i boschi dove era solito inseguire i Saraceni, e le strade delle nostre città, alla ricerca di quel volto, e di una risposta, nel labirinto dei consumi, mentre tutti i passanti lo guardano, e mentre il cantautore lancia il suo monito con sguardo severo degno di quell’”ira funesta”…

“Per il tuo sorriso” è un’elegia purissima che scavalca “questo senso d’amarezza” e prevede per chi ha cono-sciuto più volte la morte dentro, il sorgere di un nuovo viso per il proprio sorriso, un’aurora che si solleverà sulla morbidezza di un tappeto tastieristico, su cui i ricordi del vecchio circolo di “amore, odio e sesso” brilla-no come note pianistiche classiche mentre la voce di Montecristo plana come un Icaro più assennato, che non vorrà mai rinnegare i voli spericolati verso quel sole, “…che è stato anche bello nella sofferenza”, ma al contempo è consapevole che “un uomo diverso è quello che ti spetta”. “Canzoni e vite”, la titletrack, con un’andamento canzone mondo, si lancia a riepilogare tutta la tipologia di storie di vita che possono essere collegate alle canzoni, ed ottiene anche il risultato collaterale di mettere in un “mezzo di comunicazione” tutte le sfaccettature presenti talvolta in una singola storia, perché se a volte è vero tutto e il suo contrario, le canzoni che fanno male e quelle che ti entrano dentro sono le stesse che riconoscono che le vite ricomin-ciano, le canzoni ripartono, e se non ti “torna il conto”, meglio che “le lasci andare” lo stesso… Il pezzo, com-posto dall’autore intorno ai suoi 17 anni, resta uno dei suoi preferiti illustrando, come una sorta di “ma-nifesto”, il legame intimo, magico che sussiste “tra la musica e le cose che viviamo”, un nesso che emoziona e di cui l’album è pieno di esempi, ma “Canzoni e vite” emoziona perché animato da una sorta di trionfale fatalismo, segnato oltre che dal piano, dalle rifiniture di chitarra elettrica, in chiave di scampanìo o di ruvido innervamento in sottofondo, o di quella acustica, preziosa nell’arpeggio da cantastorie moderno. Montecristo_al_Fnac_10_marzo_2011_-_Foto_di_Silvia_Ferrari“La pecora nera” è l’illustrazione ritmata della metafora che vede la maggioranza allevata tutta con lo stesso foraggio, quello dell’ipocrisia, mentre l’eccezione, che ispira diffidenza con la sua diversità, appare dispersa tra i cento ritornelli sulla stranezza, cui l’autore risponde con altrettanti in cui ribadisce la stolida ottusità di ogni gregge che ignora o finge di ignorare il valore dei mondi segreti racchiusi dentro ai non allineati. L’intro elettronica apre per un groove da tiritera accattivante, colorito specchio di una logica da routine conformista, “sempre la stessa”, in cui “tu restaci dentro… se vuoi…” “Nausicaa” è un’altra trasposizione sonora di una vicenda let-teraria; il mitico episodio della storia di Ulisse fornisce un inquadramento psicologico umanissimo di quegli amori incidentali che nascono e si consumano quando la vita ci sbatte disorientati sulle coste di un approdo insperato. Si può non amare, “quasi per gioco”, chi ci tende una mano “e mi porta vicino al cuore del fuoco”? Probabilmente sì, ma “il cuore balbetta”, ed è difficile rifrangere i flutti in un attimo e tornare a combattere il destino ostile per raggiungere la nostra vita… “ma io amo soltanto la donna che fugge il tempo per me…” Appunto; sicuro di ciò che l’aspetta, Ulisse non può che salutare con affetto una tra le più vivide creature del-la poesia omerica e mondiale e riprendere… la sua Odissea, mentre Montecristo con l’attenzione del suo sentimento sfiora con frescezza il tema del soave idillio con un arrangiamento carico di sottili echi del mito e, al solito, di significative modulazioni vocali, senza gravare questa pagina con più pesanti malinconie. “Il re (ed il) Sole” è una parabola su chi, curvo ad amministrare freddamente le sue fortune e a magnificarle, a tal punto si crogiola nel culto sterile di se stesso da dimenticare di essere anch’egli sottomesso a leggi più alte a alla potenza di una bellezza che lo trascende. E soprattutto Luigi XIV non capisce “quanto vale la luce su un colore, la bellezza audace delle ore”. Qui la placidità dei raggi dell’astro sono suggeriti sia dal piano olimpico che sgocciola riflessi, che dal violino di orchestrale classicità, ma nel ritornello l’ampiezza dell’incanto arioso della vita e della natura si dispiega su tastiere ed archi di struggente bellezza. “Canzone di Giuda” riabilita, con qualche fondamento teologico, la figura di Giuda, qui visto come qualcuno il cui ruolo è stato necessario per il compiersi del disegno divino. Oltre ad avere rinunciato ai trenta denari ed a suicidarsi, Giuda avrebbe anche sacrificato dunque il suo nome per offrire un’immagine negativa che fungesse da contrasto al Nazareno, che forse proprio per questo motivo lo scelse. Il brano è una ballata rock con ritmo percussivo –ed un ragguardevole assolo di chitarra elettrica nella seconda parte, che nelle strofe illustra in prima persona la personale ricerca di Giuda, per poi nei ritornelli mostrare l’appagamento del personaggio biblico per l’in-contro con chi ha veduto “mille lune dalle montagne” e non ha mai “trasgredito nemmeno un attimo il tuo cre-do”. Giuda finalmente capisce a fondo chi è, “un uomo che non sarà mai morto invano”. Montecristo si è Orlando_1do-cumentato per redigere questo pezzo, ma anche d’istinto è solito non giudicare troppo presto e non credere solo alle spiegazioni più scontate. La lettura che ne deriva forse è un po’ buonista, ma invita a considerare con attenzione le circostanze emotivamente particolari che sono alla base di tradimenti più o meno illustri. “Jeckill” nasce da un giro di chitarra blues che è anche un po’ noir, perché si addensa di quel mistero che appartiene all’aura del personaggio del romanzo di R. L. Stevenson. La scissione della personalità si contie-ne probabilmente gettando la maschera: “Dimmi tutto su me stesso!” Il sé distratto da qualche illusione ed il sé dottore daranno luogo ad un contrasto tra opposte manie da cui può nascere un interessante brainwa-shing da cui imparare prima del prossimo errore. Il groviglio emotivo è punteggiato da un piano che lascia sospesi, da effetti di chitarra insinuanti ed è soprattutto raccontato dalla voce di Montecristo che nelle sue affascinanti increspature timbriche sembra quasi affondare sofferto nel torbido o stabilire con chiarezza di giudizio i contorni del quadro clinico, affermando, al di là della fatale alternanza, l’assoluta responsabilità di Jeckill nel condurre l’analisi, con l’accompagnamento di maniacalmente precisi pizzicati acuti di una chitarra acustica in tensione. “La ragazza sul ponte”, ispirato alla nota e apprezzatissima pellicola di Patrice Leconte, (ma anche a Le notti bianche” di Visconti) è un brano fumoso, proprio come la ragazza, apparizione incantata ma dolente, sul bor-do d’un ponte tra passato e futuro a cui il giovane si avvicina non volendo sprecare quel momento; il pianoforte incessante dà alla grazia della scena una luce fantasmatica turbata da inquietanti tonfi come rintocchi nel buio del lungofiume; una luce spettrale a cui il giovane vuole sottrarre una vita la cui malinconia non è solo “una scusa”, come per lui. E nel rarefatto incontro di due anime in una solitudine invernale, stabilita dai soffi di vento gelido, una delle due si professa ferita, e l’unico balsamo che desidera è “un’anima gentile, che non mi faccia male, mai”. A patto che il salvatore non sia necessariamente Orlando_2un lanciatore di coltelli, e che lei non faccia sempre la stessa parte con tutti gli sciupafemmine del circo, non sembra una richiesta impossibile!

Con geniale semplicità, calibrata nei particolari, la voce di Montecristo coglie nel segno confrontandosi con tematiche tanto personali nell’ideazione quanto potenzialmente universali, e la sua musicalità ondeggia tra saggezza e levità restando sia in testa che nel cuore, con melodie rese sottilmente irregolari da un canto che indugia tra le righe lasciando trasparire tutta la sensibilità necessaria a ciascuno di noi per vivere i sottotesti con ironia e senso artistico.

Il7 – Marco Settembre

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