Lunedì, 14 Giugno 2010 10:27

Il Lago dei leoni

Scritto da Rossana Calbi
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[TEATRO]

Nel_lago_dei_leoni_3ROMA- La sperimentazione teatrale nell’estasi di una Santa. Questo in sintesi lo spettacolo Il Lago dei Leoni della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, presentato fino al 15 maggio 2010, che ha chiuso la stagione teatrale dell’Arvalia di Roma.

Ma la sintesi per questo spettacolo, pieno di richiami di emozioni grazie soprattutto alla strepitosa bravura dell’attrice Maria Luisa Abate, è assolutamente fuori luogo.
Ogni attimo di questo spettacolo è una domanda e una sorpresa, uno sprone per il nostro sentire  e per la nostra spiritualità. A partire da quell’impalcatura metallica, idea di Daniela Dal Cin, che è la sola scenografia dello spettacolo. Un’enorme sedia che mantiene sospesa la minuta Maria Luisa Abate. Lei è la Santa, lei con il suo tailleur crema e il basco troppo grande per la sua testa, ancora più striminzita nella pettinatura che le tira ogni capello, è la Santa delle Estasi, lei con le scarpette penzolanti nel vuoto, e le gambette che si attorcigliano a quell’inquietante struttura metallica è Nel_lago_dei_leoni_1Maria Maddalena de’ Pazzi.

Nulla del contesto storico è riportato, tutta l’estasi della Santa, nata Caterina nella seconda metà del ‘500, è riportata in modo vivo e corretto, forse come fecero le sue stesse consorelle. Le carmelitane che osservavano la Santa presa dai dialoghi perenni con se stessa o con la Divinità. Dialoghi assurdi che vedevano la giovanissima Caterina interloquire con la Santa Trinità e che le consorelle appuntavano, cercando di seguire, nonostante, l’incedere veloce e concitato.
Le espressioni sulla bocca di Maria Luisa Abate sono forti e travolgenti. I suoi occhi grandi sono contenitori perfetti per le parole di una Santa. Arrivano dritti allo spettatore, come la sua voce che si modella e si modula a seconda del mordente e del suo interlocutore, Dio, Lo spirito Santo. Lei culla e fa la ninna al Figlio di Dio, con quella bocca che adesso si chiude in un bacio e poi si apre in una smorfia incomprensibile al sentire contemporaneo.

Un coraggio notevole, quello della Compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, di lavorare su testi antichi e carichi di spiritualità religiosa sconosciuta.
Il ‘500 filosofico fiorentino è tutto presente nel testo rielaborato da Marco Isidori, anche regista dello spettacolo. “Le creature infinite” a cui si rivolge la minuscola Maria Maddalena anelano ad un “amore ansioso, e un amore saziativo”. L’estasi e la tensione filosofica tocca forme di panteismo in espressioni  come “l’umanità supera l’eternità”, che hanno i richiami alla cultura neoplatonica e alle onde ferme di Botticelli.
Latino e parole curiose, per il primo Maria Luisa Abate è seria e solenne, ma mentre dice “tutto fonde in caccolse polverine” stringe le spalle, e storce quella bocca che è un ricamo su quella faccia modellante e modellabile. Se la sua faccia è mobile e duttile, le maschere metalliche del Nel_lago_dei_leoni_6Coro delle Monacelle, Paolo Oricco, Stefano Re e Anna Fantozzi, sono prive di una vera espressione, e sottolineano la vita di questa fanciulla di una delle famiglie più potenti di Firenze, che a sedici anni donò al sua vita alla meditazione e che trascorrerà la sua vita nel Lago dei Leoni, il luogo che la teneva lontana da Dio, in un’esistenza stessa, quella concreta e materiale, falsa perché lontana da Dio, nell’estasi è la sola verità, perché è nell’estasi che “chi possa capire capisca, qui potes capere capiat.

I Marcido non sono nuovi alla ricerca e alla sperimentazione,  nella loro città, Torino, sono tornati nei primi di giugno con Happy days in Marcido’s field da Samuel Beckett. Nel loro lavoro traggono il moderno dall’antico, facendo una tipologia di spettacolo non di facile fruizione. Il palcoscenico occupato da sole quattro figure quasi statiche e il pubblico che gremisce la sala, incantato da una scenografia possente di solo metallo e da interpretare come le parole stesse della Santa. Estasiato nel seguire la voce Maria Luisa Abate, attento. Questo il successo di uno spettacolo difficile e coraggioso, ma se si ha il coraggio di osare e di puntare sulla qualità evitando il piattume dominante, si riesce ancora a vincere. Perché, in fondo, nonostante tutto “le creature sono infinite” e aggiungiamo, tendono all’Infinito.

Rossana Calbi

Letto 1279 volte Ultima modifica il Lunedì, 14 Giugno 2010 21:33