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Paesaggi del Corpo Festival Internazionale di Danza Contemporanea prosegue, in diretta video sul canale YouTube del Festival, con il Focus danza e letteratura sul Cile. Il 20 novembre sarà trasmessa in streaming La Bailarina di Cia Pe Mellado (Cile), performance ispirata a Gabriela Mistral, poetessa e insegnante cilena, Premio Nobel per la letteratura.

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Quest’anno per la sua quinta edizione, il Summer Lab” approda in Puglia nello spazio della Cittadella degli Artisti di Molfetta dal 23 Luglio al 3 Agosto. Il “Summer Lab” è un percorso estivo pensato per i giovani che si affacciano con curiosità allo studio e alla professione del danzatore contemporaneo e per tutti coloro che vogliono mantenere il proprio training anche in estate.

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La storia del Velino Festival 2020 è una piccola fiaba di coraggio e amore per la cultura. Ai margini estremi della provincia Rietina, a un tiro di schioppo dall’Abruzzo, la compagnia Ondadurto Teatro e il direttore artistico Lorenzo Pasquali sono stati i primi in Italia a non arrendersi alle stringenti norme per l’arte dal vivo portando a compimento un weekend all’insegna del teatro, della danza, della musica e, soprattutto, della sicurezza.

Nunzio Perricone è un ballerino e coreografo catanese che è riuscito a trasformare la sua passione per la danza in un lavoro grazie a tanto impegno e sacrifici, ma soprattutto grazie alla sua capacità di lasciarsi ispirare da tutto ciò che lo circonda. Le sue performance sono in grado di raccontare storie ed emozioni in modo autentico e del tutto personale. Dopo aver girato il mondo con le sue creazioni, a dicembre è stato il vincitore della sezione danza di MArteLive, concorso nazionale per artisti emergenti.

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Dopo il successo del Corviale Urban Lab, giunto ormai alla sua ottava edizione, arriva il festival spin-off Corviale Buskers Festival. Il 7 e l’8 dicembre al teatro San Raffaele, a un paio di chilometri da Corviale, e lungo le strade del “Serpentone” oltre 20 spettacoli multidisciplinari liberamente aperti al pubblico: concerti, spettacoli di teatro, danza e circo contemporaneo, ma anche laboratori e lo street artist Moby Dick.

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Grande successo per l’anteprima speciale della BiennaleMArteLive 2019: sold out domenica 1 dicembre allo Spazio Rossellini di Roma per IO di RezzaMAstrella. Lo storico spettacolo del duo Leone d’oro alla carriera ha aperto le danze a una rassegna di teatro e danza dal titolo esemplificativo: Performativa.

In un programma complesso come quello della BiennaleMArteLive con oltre 1000 artisti in decine di location in tutto il Lazio dal 3 al 14 dicembre, lo scopo di Performativa è quello di superare i canoni del teatro, della danza e della musica e concentrarsi su tutte le potenziali e infinite sfaccettature del corpo.

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Sabato 16 novembre allo Spazio Rossellini di Roma va in scena Juliette, ultima creazione della coreografa Loredana Parrella con i testi del giovane drammaturgo italo-albanese Aleksandros Memetaj ed in scena i dieci interpreti di Twain physical dance theatre.

Sono passati più di 400 anni da quando la storia di Romeo e Giulietta, l’amore di due giovani, ostacolati dall’attrito tra le rispettive famiglie, dai vincoli del buon costume e dal fato scaldava i teatri londinesi. È la storia che più di tutte le altre opere di Shakespeare ancora infiamma i cuori di giovani e meno giovani in tutto il mondo. C’ è quel fantastico momento, nel 5° atto, in cui Giulietta si sveglia e trova di fronte a sé i corpi morti di Paride e del suo Romeo, bacia quest’ultimo nella speranza di morire avvelenata tra le sue labbra, poi estrae il pugnale e si uccide. Ma se in quel momento Giulietta avesse fatto una scelta diversa? Se invece di uccidersi col pugnale di Romeo, avesse accettato l’invito del frate a fuggire? Se fosse scappata, lontano, da sola? Se fosse cresciuta, si fosse innamorata di nuovo, se fosse diventata madre?

Cartolina NID

Giulietta è morta ma Juliette decide di vivere, decide di strappare le pagine del libro che la chiudono in un vincolo eterno d’amore con Romeo. Decide di saltar fuori dalla storia, e scriverne una diversa, lasciandosi alle spalle la famiglia, il cugino defunto, la nutrice, Mercuzio, il frate, e pure il suo Romeo. Juliette inizia un viaggio alla ricerca della sua libertà ma c’è una storia che la reclama costantemente. Ci sono delle persone costrette a vivere la tragedia da cui lei è scappata. C’è il suo Romeo che continua a proteggerla e ad amarla ad ogni respiro, c’è Mercuzio smarrito nei suoi sogni d’amore, ci sono i genitori di Juliette, bloccati e ciechi come due pilastri che devono sostenere il peso di questa storia (di un mondo) le cui chiavi sono custodite dal frate, condannato eternamente in un limbo, come un moderno Virgilio, e costretto a convivere con la sua colpa. Non è la bella Verona, ma l’inferno di Frate Lorenzo la cornice di questo viaggio all’interno dei personaggi di Juliette. Tra antichi rancori ed eterni atti d’amore incosciente, Juliette trascina il pubblico all’interno del suo viaggio, fatto di ricordi, tensioni e amori che non finiscono. 

Juliette è una lente di ingrandimento che mette a fuoco i tormenti dei padri e la fragilità delle madri, dona luce ai vani sogni dell’essere umano e ai suoi continui tentativi di cambiamento, rende onore al coraggio di chi parte e alla sofferenza di chi è costretto a rimanere.

Info e prenotazioni
Spazio Rossellini
Via della Vasca Navale 58 – 00146 – Roma
tel. 06 45426982 / 3452978091
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.spaziorossellini.it

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Quante volte ci siamo sentiti costretti a rispondere “bene” alla tanto automatica quanto vuota domanda “come stai”? Perché su Instagram postiamo solo selfie di noi sorridenti a una festa o in vacanza o tra gli amici? Dove nascondiamo l’ansia delle nostre incertezze, i fantasmi del passato, i timori del futuro, il dolore del presente? Una risposta la dà, senza pronunciare una parola, il Leone d’Oro alla Biennale Danza 2019 Alessandro Sciarroni con il suo Augusto, lo spettacolo andato in scena l’8 e il 9 settembre al Teatro Argentina di Roma nell’ambito della XIV edizione di Short Theatre. Tra tutte le possibili interpretazioni di questo complesso spettacolo, infatti, la più calzante probabilmente è quella che indaga sui più reconditi meccanismi sociali che ci riguardano tutti.

Un palcoscenico bianco e vuoto. Nove performer che uno dopo l’altro entrano in un cerchio, camminando senza sosta, senza meta, senza senso, in un loop infinito. Camminano e si guardano sempre alla stessa distanza restituendo allo spettatore la fortissima sensazione che quella possa essere una ricostruzione credibile della nostra società: in cui ci si scruta un po’ di soppiatto, né troppo lontani né troppo vicini, in cui si agisce per imitazione, omologazione o moda, in cui si gira a vuoto inseguendosi a vicenda, al posto di andare avanti spalla contro spalla verso una direzione e verso una crescita.

E poi arriva, prendendoci di soppiatto. Ribolle, stancamente per minuti interi, e infine esplode cristallina. La risata. E non smetterà più. Questo è il momento in cui Sciarroni instaura il rapporto con il pubblico e, come sempre nei suoi spettacoli, gli chiede di partecipare. Perché nel silenzio del teatro, le risate dei performer, sempre più forti, buffe e grottesche, richiamano inevitabilmente quelle degli spettatori, in un continuo gioco di rimandi tra palco e platea. Fino a quando non è chiaro a tutti, che quella forzata goliardia (enfatizzata dalla corsa degli attori, che senza smettere la loro perenne rotazione, si inseguono come bambini al parco) nasconda qualcosa di molto diverso.

1. augusto alessandro sciarroni

Mentre in questi giorni Joker, Leone d’Oro a Venezia, e IT, campione d’incassi in tutto il mondo, ci dimostrano che la risata del clown può essere qualcosa d’inquietante e doloroso, Sciarroni cita fin dal titolo l’Augusto, il clown che nella tradizione si oppone al duro e severo “bianco” rivelandosi come una figura fallimentare e tragica. La sofferenza dunque, quella che fa parte di noi, che non possiamo rifuggire e che, però, non vogliamo mostrare a chi ci circonda. In quella risata perenne c’è la nostra vita di tutti i giorni, la cordialità, le ipocrisie, le maschere sociali, e al tempo stesso c’è un impulso primordiale di sradicamento.

Questa inquietudine soggiacente risulta palese quando, proprio a metà spettacolo, si sentono le prime note di una melodia tutt’altro che lieta. Lo spettacolo diventa più compatto, introduce la musica e anche una coreografia, ripetuta anch’essa senza sosta. Ma è una danza che sa di macabro, che trasforma i corpi in burattini sofferenti, costretti a seguire un ritmo che non gli appartiene, crollando e rialzandosi faticosamente, senza mai togliere dal volto quel sorriso, senza smettere di riempire l’aria, ormai satura, di risate vuote.

E allora capita che quella risata diventi un urlo di rabbia o un pianto disperato, ma solo per pochi secondi. Alla fine, questi brevi momenti di ribellione vengono sempre ricondotti allo stesso risultato, a quella risposta unica e ineluttabile. Sotto gli scroscianti applausi della platea al termine dello spettacolo, ci rendiamo tutti conto che siamo anche noi incastrati in quelle regole, in quella finzione che è la società che ci siamo costruiti attorno. Insomma, che siamo tutti clown nello spettacolo crudele della vita.

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La danza è un’arte complessa eppure semplicissima. Capace di essere astrusa e al tempo stesso diretta e viscerale. Il Kilowatt Festival di Sansepolcro (AR), la cui XVII edizione si è appena conclusa, e il suo direttore artistico Luca Ricci offrono al pubblico un grandissimo spettro di possibilità per entrare al meglio in questa disciplina così peculiare, dimostrando quanto uno spettacolo di danza possa riuscire a comunicare, emozionare e divertire il pubblico. Il 20 luglio 2019 sono andati in scena due spettacoli molto diversi, quasi antitetici per tono e pretese artistiche. Si tratta di “Redo” e “Graces”: struggente, intimo, adrenalinico il primo; ironico, aggraziato, giocoso il secondo.

Redouan Ait Chitt è un famoso breakdancer olandese, che con il supporto registico di Shailesh Bahoran, mette in scena le proprie evidenti malformazioni fisiche, raccontando gli enormi sforzi compiuti per inserirsi nella società. Le sequenze iniziali di “Redo”, titolo che accenna inequivocabilmente all’autobiografia del danzatore, ci introducono alla disabilità del protagonista in una maniera delicata eppure profondamente intensa: la mano sinistra con solo tre dita, l’ammasso di carne deforme con cui termina il braccio destro poco dopo l’attaccatura del gomito, la protesi che occupa la quasi totalità della gamba destra sono immagini inevitabilmente forti per lo spettatore, che dopo un primo disorientamento resta semplicemente di stucco nel notare la forza e il dinamismo con cui il danzatore inizia a riempire l’intero spazio scenico. La musica cresce, come in una cavalcata inarrestabile, e Redouan non smette un attimo di danzare in una lotta straziante con il proprio corpo. Cade e si rialza, e poi ancora, cade e rimbalza, in un’impennata che sfrutta la forza del braccio più debole. E poi ancora e ancora, in un crescendo di energia e rabbia che si riversa sulla scenografia (decine di lanterne appese al soffitto) e che infine esplode, lasciando il ballerino esausto e sudato e lo spettatore piacevolmente sconvolto.

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“Graces” di Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti prende una strada completamente diversa. La Gribaudi, pluripremiata performer e coreografa, mette in scena assieme a tre ballerini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) un’interpretazione danzereccia delle Grazie di Antonio Canova, riuscendo a trattare tematiche delicate come la bellezza, la grazia e il rapporto con la natura senza mai prendersi sul serio. La postura aggraziata, i corpi atletici e longilinei dei tre ballerini fanno da contraltare alle curve della Gribaudi, al suo corpo tozzo e imperfetto, in un gioco di contrapposizioni auto-ironico spesso esilarante. Su una scena completamente bianca, tra lo sbocciare di fiori e lo scorrere dei fiumi, si attua un ribaltamento di genere che ci fa ragionare sulla delicata bellezza della natura che riverbera anche nel corpo umano.

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La visione quasi consequenziale di questi due spettacoli non può lasciare indifferenti: si entra nel dramma personale di un uomo che supera con determinazione battagliera i limiti che il destino gli ha imposto e poi si ride con una donna capace di mettere in mostra la propria fisicità imperfetta e sfiorita in un inno giocoso alla vita. Il tutto attraverso il mero utilizzo del corpo in movimento.
La danza diventa così uno strumento potentissimo, ai limiti della perfezione, per trasmettere emozioni, per veicolare messaggi, per ricordarci che alla fine di tutto, qualunque siano le vite che portiamo faticosamente avanti, rimaniamo solo noi, con i nostri corpi, tutti egualmente stupendi e imperfetti.

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“Tu, solamente sollevati”: sembra il verso di un qualche poeta, di quelli che piace citare un po’ a caso sui social network. Invece si tratta del nuovo assonante claim di Dominio Pubblico_la città agli Under 25, il festival multidisciplinare che da sei anni ormai fa parte integrante della vita culturale della Capitale e che tornerà ad animare gli spazi del Teatro India per due weekend consecutivi dal 14 al 23 giugno. In accoppiata con l’hashtag #sollevatidp19 e alla struggente grafica disegnata dalla street artist Alessandra Carloni, che raffigura un gruppo di mongolfiere in volo sopra la città, la metafora scelta dalla giovanissima direzione artistica under 25 per questa nuova edizione è quanto mai lampante. Citando le parole del direttore artistico Tiziano Panici: “Elevarsi è una condizione naturale per l’uomo propria non solo dello spirito e del pensiero.(…) Questo desiderio, soprattutto da giovani, ci spinge a sollevarci e a puntare verso il cielo per riuscire a trovare la propria strada, cercare di vedere le cose con più distacco e maggiore nitidezza, qualità propria delle grandi altezze”. Sollevarsi dunque, planando sopra il pantano di un paese sempre più inviso all’arte e alla cultura, elevandosi oltre le difficoltà che a volte sembrano insormontabili, soprattutto per quei giovani che fanno fatica a vedere con chiarezza il loro futuro.

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