Sabato, 14 Maggio 2011 11:11

Torno a casa a piedi

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Cristina Donà Cristina Donà Foto Musacchio&Ianniello

ROMA- Fino alla scorsa estate, mia ignoranza personale, non sapevo neanche chi fosse Cristina Donà. Poi, complice una notte di “Stelle buone”, mi sono imbattuta nella sua raccolta Piccola Faccia, ed è stato amore a primo ascolto.

Quel sound acustico così peculiare, essenziale, senza tanti orpelli e abbellimenti, mi ha preso dentro, lasciandomi intuire profondamente il senso di questa artista, così particolare eppure così estremamente diretta.
Ed è per questo che quando è uscito il suo nuovo disco a febbraio, Torno a casa a piedi, non hofoto_manifesto messo tempo in mezzo e sono andata subito a comprarmelo, così come, quando ho saputo della sua presenza all’Auditorium Parco della Musica, lo scorso sabato 7 maggio, ci tenevo proprio ad esserci.
Eppure, che sorpresa! Anche questa volta la Donà ha saputo regalare emozioni insospettate, che non avrei immaginato. Forse perché, a scoprire la sua versione elettrica sono rimasta colpita dall’energia che nasconde dietro quella facciata così placida e vagamente timida. Così come a scoprire l’ironia con cui sa colpire in primo luogo se stessa e le sue creazioni, interagendo col suo pubblico.
Incredibile Cristina Donà, che sa rimescolare i suoi ingredienti per arrivare a nuovi traguardi, insieme ad una band (Saverio Lanza- tastiere, basso e chitarre; Piero Monterisi- batteria; Andrea Moscianese- chitarra; Alessandro Gabini- basso; Francesco e Samuele Cangi- tromba e trombone) di grande livello.
Il suo nuovo album celebra una nuova vitalità che sfoga direttamente nei live del tour di presentazione del progetto: 20 anni al servizio della musica si sentono nella confidenza con cui la Donà abbraccia e rimaneggia le sue canzoni, nel modo in cui si permette il lusso (senza sbagliare) di introdurre intermezzi acustici in un live in cui sono la chitarra elettrica e le percussioni della batteria ad avere la meglio. Geniale l’introduzione dei fiati che nei nuovi arrangiamenti dei pezzi più vecchi danno nuova luce e nuova freschezza alle sonorità rock.

Tra ballate struggenti, dichiarazioni d’amore insospettate e ritmi d’impatto decisamente rock, le due ore e mezza del concerto scorrono veloci e incantano gli occhi (mirabili e geniali le scenografie corredate da proiezioni video a metà strada con il concetto di visual, un CristinaDona028po’ meno forse i giochi di luce con le strobo e i faretti puntati diretti contro il pubblico, che più che creare un effetto d’ensemble con lo spettacolo sul palco creavano uno spiacevole accecamento di massa), le orecchie e il cuore.
Diventa facile estraniarsi dal mondo quando si ascolta la Donà all’opera: è una sorta di incantamento difficile da interrompere, in cui il tempo si dilata a ritmo di ricordi e passioni sopite, ma mai dimenticate, in cui il ricordo di un Peter Frampton (“I’m in you”) si fonde con i classici della Donà (“Stelle buone”, “Universo”, “L’aridità dell’aria”, “Settembre”, “Mangialuomo”, “Nel mio giardino”) che a loro volta sfociano nei nuovi pezzi di Torno a casa a piedi (“Miracoli”, “Un esercito di alberi”, “Giapponese”, “Più forte del fuoco”).
Un piccolo miracolo che ricorda quanto la musica possa illuminare, riempire e rendere felice un CristinaDona041lungo percorso artistico come il suo, artista che si distingue nel panorama musicale contemporaneo per la sua voce intima, calda, eppure potente e aggraziata, melodica, in grado di “giocare” con diverse sonorità ed elementi espressivi.
Finale col botto all’insegna di ritmi quasi irrefrenabili di matrice rock: tutto il pubblico, solitamente così disciplinato dell’Auditorium, si riversa sotto il palco, ma “Niente paura”- dice la Donà alla Security- “il mio pubblico è rispettoso” e allora avanti fino al bis, prima a palco vuoto con la proiezione del video curioso che fa parte del Progetto PASTIS di Marco e Saverio Lanza che racconta la genesi e lo sviluppo di “Torno a casa piedi”, il pezzo che dà il nome al disco e poi di nuovo con la band al completo sul palco.
Una Cristina Donà in stato di grazia, spumeggiante, che non cede un attimo, tanto da rendere merito a chi la descrive più matura (nel timbro vocale), e a chi la vuole stilisticamente più innovativa: una perla preziosa che brilla e si riflette nei colori della città, o nelle luci sfuocate che si vedono da fuori attraverso i vetri, proprio quei momenti di intimità condivisa di cui parla nei suoi lavori, in cui i piccoli 'gesti' quotidiani fatti di normalità creano eventi straordinari. Per questa volta, fortunatamente, non torniamo a casa a piedi…

Edyth Cristofaro
Foto di Musacchio & Ianniello

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