Mercoledì, 11 Marzo 2009 23:45

Die Welle, regia di Dennis Gansel

Scritto da Beatrice De Sanctis
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CINEMA- Presentato con successo al Sundance 2008 e al Festival del Cinema di Torino, ha sbancato i botteghini tedeschi ed è pronto a farsi strada tra quelli italiani dal 27 Febbraio. La ragione cardine dell’esito positivo sta nel fatto che il film trae spunto da una vicenda realmente vissuta e dal conseguente impatto emotivo sul pubblico. Torniamo quindi al 1967 presso un liceo californiano: alcuni studenti non riuscivano a concepire come fascismo e nazismo avessero potuto prendere piede in Europa ed il professore Ron Jones decise di far capire loro, tramite la pratica, quanto l’uomo fosse portato alla sopraffazione.

Tuttavia l’esperimento di ricreare un regime dittatoriale, accolto dall’entusiasmo degli studenti, venne sospeso al quinto giorno perché rivelatosi più pericoloso di quanto tutti avrebbero potuto pensare.
Da questo episodio è nato prima il romanzo di Morton Ruhe e poi l’omonimo film Die Welle, ambientato in Germania, scritto, diretto e interpretato da tedeschi. La pellicola si basa infatti sulla domanda: “La dittatura è ancora possibile nella Germania post nazista?, ossia, dopo che la Germania ha conosciuto le conseguenze della dittatura?” Se procediamo nel dettaglio vediamo che durante una lezione di autarchia il professore Rainer Wenger, interpretato da Jurgen Vogel, per dare scampo alla noia di un insegnamento puramente frontale, induce gradualmente la classe al cameratismo, all’uso della disciplina e all’uniforme. Viene scelto un nome, l’Onda, con rispettivo saluto, quale codice di accesso al gruppo. Nel corso del film vengono alla luce allarmanti segnali di un percorso malsano dal finale dirompente.

La facilità con la quale dei ragazzi in una sola settimana arrivino a sottostare ad una dittatura è impressionante. Sicuramente il regista Dennis Gansel focalizza l’attenzione su personaggi smarriti, senza una famiglia alle spalle e senza un sentito senso di appartenenza, sui quali dunque può meglio attecchire una dittatura. Ottimo per il film quindi non generalizzare su una generazione di adolescenti allo sbando, ma lasciare spazio alle individualità, grazie alle quali si tinge dell’unica nota positiva possibile.
La regia, molto dinamica, rende lo spettatore partecipe, soprattutto grazie a riprese molto ravvicinate e all’interno di spazi chiusi come ad esempio un’aula, una macchina, una cucina o una piscina. Proprio in piscina e durante delle partite di pallanuoto la metafora visiva dell’onda si fa palese. Il regista arricchisce inoltre le scene di vita scolastica con riferimenti ad Internet, MySpace e FaceBook di cocente attualità, senza disdegnare la colonna sonora rock, che segue il ritmo del montaggio. C’è da dire che alle volte il film appare un po’ slegato e dai dialoghi carenti, senza tuttavia perdere la sua forza, esaltata dalle scene di gruppo.
Si concentra molto sul tema del cameratismo e sul fatto che l’uomo debole da solo si rinvigorisca in mezzo agli altri. Ma se i gruppi si formano naturalmente quando più persone si ritrovano ad avere interessi comuni e a condividerli, magari arricchendosi delle rispettive differenze, qui il gruppo viene creato a priori, è indotto, non si basa su alcun ideale, ma tende ad arginare le differenze, usando la violenza come mezzo di sopraffazione.
E se vengono citati i fattori che potrebbero portare ad una dittatura, quali crisi economica, disoccupazione, inflazione, senso di insicurezza per il futuro, diffidenza nei confronti del diverso, delusione nei confronti della classe politica, ci chiediamo quanto poco possa bastare per trovare un fertile terreno su cui attecchire.

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