Martedì, 17 Febbraio 2009 14:32

Revolutionary Road, regia di Sam Mendes

Scritto da Alessia Grasso
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CINEMA- “Ascoltami bene: è quello che sei che viene soffocato, è quello che sei che viene negato e negato in questo genere di vita. Tu sei la cosa più bella e preziosa che c’è al mondo, sei un Uomo”.
I tempi sono ormai cambiati: le donne hanno raggiunto pienamente la loro emancipazione, riuscendo a volte a portare i cosiddetti “pantaloni” in casa, la libertà dell’espressione della parola non ha più alcun limite e spesso si oltrepassa perfino quel confine concesso dalla comune decenza.


Ma se da un lato i pro nella lista sono aumentati, c’è da dire che si sta perdendo una certa sensibilità di pensiero: i principi umani sono ormai un optional e si soffre di una palese povertà di sentimenti.
Eppure se, gettiamo uno sguardo indietro, il genere umano ha fatto sempre dei passi falsi e non a caso Revolutionary Road, l’ultima pellicola di Sam Mendes, vuole colpire il perbenismo che regnava agli inizi degli anni ’50.

Frank (Leonardo Di Caprio) e April Wheeler (Kate Winslet) si sono guardati una sera, ad una festa, ed hanno parlato di vita, di sogni e di speranze, infine hanno ballato ed hanno capito di essere fatti l’uno per l’altra, di essere unicamente speciali.
Ma appartenere alla classe media e sprofondare nello stereotipo della vita americana degli anni ’50 creerà una crepa nella vita della coppia fuori dal comune, che con due figli a carico e una bella casetta bianca posta su Revolutionary Road, dovrà prendere una decisione vitale: fuggire dal vuoto della disperazione o continuare a fingere nella loro perfetta quotidianità.

Il regista Sam Mendes torna dopo la sua modesta ma dorata filmografia, tra cui è bene citare Road To Perdition (in Italia Era mio padre) e il pluripremiato American Beauty, presentandoci una pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Richard Yates: Revolutionary Road, che piomba sulle nostre vite come un quadro deprimente e realistico di una società totalmente impegnata ad apparire piuttosto che a vivere fino infondo la propria vita.
Le donne si vestono accuratamente, preparano i loro stuzzichini, fanno trovare al marito lavoratore la cena pronta e le loro giornate ruotano intorno alle più che comuni faccende domestiche, ma il personaggio di April tipicamente moderno e di una forza a dir poco affascinante, non riesce ad attenersi a questa eterna gabbia, cercando in tutti i modi di trovare una via di uscita nella bella Parigi.
La meta europea viene vista come una possibilità di reinventarsi, di prendere una boccata d’aria fresca, lontano dal modo di vivere Americano e un modo come un altro per dimostrare di sapere andare contro corrente, pronti a ribaltare le regole del gioco.
Non a caso il dilemma che viene posto da molti conoscenti della coppia Wheeler è come possa una donna mantenere un uomo mentre quest’ultimo rimane a casa ad “oziare”, quindi ritenendo impossibile un invertimento dei ruoli: “La nostra intera esistenza qui è basata sulla grande premessa che noi siamo speciali e superiori a tutto il resto, ma non lo siamo, siamo tali e quali agli altri. Abbiamo accettato la stessa, ridicola illusione, l’idea che uno deve ritirarsi dalla vita e sistemarsi nel momento in cui ha dei figli e ci stiamo punendo a vicenda per questo”, questo dice una convincente April ad un ancora immaturo Frank, fin troppo fragile per abbandonare il suo mondo fatto di stabilità e sicurezze.
Così l’idea di una Parigi lontana ravviva l’amore della coppia, fa restare fermo un Frank in stazione con il suo caffè in mano, mentre tutta la gente lo oltrepassa come un’unica macchia inconsistente e lo fa perfino saltare giù per la banchina ancora prima che il treno si fermi del tutto: perché quando si sta bene in prima persona tutto riesce a funzionare, come un meccanismo vecchio e impolverato di cui scopriamo d’improvviso la valvola di azionamento.
Si ama di più la famiglia, i colori della vita, la semplicità di un bacio dato in mezzo ad un giardino.
Dall’altro però si ha l’ipocrisia della gente, la paura di non volere ammettere la verità delle cose che incrina volutamente il prossimo, influenzandone pienamente il pensiero e dopo un po’ lo spettatore comune viene totalmente diviso, nell’inconsapevolezza del giusto e dello sbagliato.

Il regista così riesce facilmente a comunicarci la psicologia dei personaggi, attraverso le riprese profonde, i primi piani angoscianti e quei colori a tratti lugubri, a pastello, che ci riportano ad una materialità delle cose, come se tutto fosse finto ed irreale, simile ad una casa delle bambole.
I personaggi di April e Frank sono capaci di sostenere da soli intere scene, facendoci intensamente avvertire il soffocamento dei loro sentimenti, dei loro desideri più nascosti.
Ed è francamente bello, dopo undici anni, assistere all’unione vincente della coppia “Titanica” Winslet- Di Caprio, capaci di mostrarci come siano cambiati e maturati attraverso gli anni, non solo esteriormente (una rossa e l’altro biondo), ma nel talento innato di due attori destinati alla fila dei migliori.
Insieme a loro si aggiungono l’impeccabile Kathy Bates, sempre presente nel vecchio cast di Titanic, e la piacevole sorpresa del “disturbato mentale “ per eccellenza John Givings, che contribuisce a mostrare il lato più umano della comunità, considerato prettamente da “folli”.

Il tutto contornato dalle note del veterano Thomas Newman, che da sempre ha accompagnato Mendes nei suoi film passati (soprattutto nell’ammirevole colonna sonora di Road To Perdition), apportando il giusto spessore drammatico nelle scene della pellicola.
La gente spesso si autodistrugge, cerca una via di fuga o predica le proprie opinioni senza prima guardasi nell’animo, chiedendosi semplicemente il perché.
Noi possiamo abbassare il volume, ignorare l’udito e fare finta che le loro parole non esistano affatto, ma che ci scivolino semplicemente addosso come il nulla.
Tuttavia, resta solo una domanda: fino a dove può spingerci il rimpianto di una vita non vissuta?

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