Lunedì, 05 Dicembre 2011 10:51

Billy Bat: il mostro dietro ogni complotto

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[STREAP-TEASE: FUMETTI MESSI A NUDO]

diegociorraA volte è tremendamente difficile distinguere il giusto dallo sbagliato, il bianco dal nero, una cosa dal suo contrario. Anzi, togliamo pure quel “a volte”: è sempre difficile fare la scelta giusta. Soprattutto perché non c’è niente della nostra esperienza che ci dia certezze reali su quale sia la giusta fazione presso cui schierarsi.



Al 90% dei casi ci muoviamo per induttivismo: il cowboy col cappello bianco è probabilmente più affidabile di quello col cappello nero.
Ce lo ha insegnato chiunque, nei fumetti. Chester Gould ha mostrato la differenza tra Dick Tracy (mento BillyBat1squadrato, lineamenti certi, tutore dell’ordine persino nei suoi tratti somatici) e Pruneface (tratti deformi e traballanti per un’anarchia fisica e spirituale). Bob Kane ha distinto Batman, un bell’uomo vestito da pipistrello, da Oswald Cobblepot, un Pinguino vestito da uomo. Poi ci sono Reed Richards con quel povero freak dell’Uomo Talpa, Capitan America col nazicomunismo del Teschio Rosso, tanti altri.
Naturalmente abbiamo anche casi in cui il Bello è diventato obbligatoriamente cattivo, mentre il Brutto inequivocabilmente buono (prendete un Dylan Dog a caso: se c’è un mostro il colpevole è la ragazza). Ma al di là della digressione estetica su come l’aspetto diventi avatar di questa o quell’altra virtù (spiacenti, ma frenologia e antropologia criminale funzionano solo nel mondo della narrativa), il vero intrigo si crea nel momento in cui buono e cattivo coincidono completamente.
E’ il caso tipico delle Spy Story: femme fatale e doppiogiochisti ci danno puntualmente versioni dei fatti da stravolgere man mano che la trama va avanti. Ammettiamolo, se c’era qualcosa che ci dava ai nervi di X-Files, era proprio il fatto che in ogni puntata si rischiava di veder contraddette tutte le rivelazioni dell’episodio precedente. Eppure era lo stesso identico elemento a tenerci incollati alla poltrona, quella stessa morbosa curiosità che ci fa rallentare quando vediamo un incidente. Quell’irriducibilmente maligno da cui si genera l’amore per il mostro, il brutto (per dirla alla Umberto Eco).

Naoki Urasawa conosce alla perfezione questi stilemi, e ci racconta la storia di Billy Bat a partire da un incontro BillyBat5bizzarro: nei primi anni ’50, a cavallo tra il dopoguerra nipponico e il controspionaggio statunitense, alcuni agenti segreti irrompono nell’appartamento di Kevin Yamagata, giovane comic artist newyorkese con la sfortuna di abitare in un posto perfetto per degli appostamenti. L’autore, figlio di immigrati giapponesi ma con regolare cittadinanza americana, non ha niente a che fare con lo spionaggio, e sta lavorando a quella che attualmente sembra essere la sua opera più riuscita: un fumetto a metà tra i primi Batman e il Topolino di Floyd Gottfredson, il cui protagonista è un pipistrello antropomorfe cartoonizzato, che fa il detective privato nel più classico dei contesti Chandleriani. Casualmente, grazie a quell’incontro, Kevin scoprirà che il suo Billy Bat rischia di non essere una creazione originale, e che in Giappone esiste da anni un personaggio esattamente identico al suo.
La sua fuga in terra nipponica darà così il via a un’escalation di misteri, complotti bellici, massonerie e sovrannaturale legati alla figura del pipistrello. Dagli intrighi politici della guerra civile giapponese, alle ombre dietro al tradimento di Cristo da parte di Giuda, passando naturalmente per Lee Oswald e l’omicidio Kennedy. Tutto ciò che la nostra storia ha bollato presto o tardi col nome di complotto, sembrerebbe essere irrimediabilmente collegato alla figura totemica del pipistrello. In pratica, la storia di tutte le storie complottiste.
Ma la meta narrazione di Billy Bat non si limita solo a quello che potremmo definire “Danbrownismo spinto”: nei soli quattro volumi attualmente usciti per l’edizione italiana (a cura della GP Publishing), abbiamo quello che forse è il billy-bat-701822miglior esempio di metafumetto giapponese. Mai un manga si era proteso così tanto verso tutto il mondo della Nona Arte, coniugando la propria storia con la storia del fumetto statunitense e mondiale. Il pipistrellino Billy dagli occhi grandi ci racconta la genesi di tutta l’estetica nipponica, i cui personaggi (a partire da quelli di Osamu Tezuka) sfoggiano sguardo e tratti somatici tipici dei personaggi Disney, cui essi si rifanno (e per chi non lo sapesse ecco spiegato perché i personaggi dei manga non hanno gli occhi a mandorla).
Altra caratteristica inquietante di Billy è la sua ambiguità, dialettica e fisica: per tutta la narrazione viene sempre annunciato a mezza bocca la presenza di un pipistrello bianco, in apparente contrasto con quello nero. Ma sembrerebbe che i due siano perfettamente identici per aspetto e modi indiretti, rendendo così impossibile distinguere le intenzioni dei due, se non alla fine del loro operato.
Il dualismo di Billy si può quindi tradurre in molti modi: dai contrasti tipici della Guerra Fredda alla dicotomia dell’animo umano, in cui l’atto eroico può essere fine a sé o meramente interessato alla gloria.
E forse questo è l’elemento più interessante e realista di tutta la trama: l’impossibilità di scegliere tra il pipistrello giusto e quello sbagliato diventa così una riflessione sulla nostra impossibilità di distinguere chiaramente il buono dal cattivo, il bello dal brutto, una cosa dal suo contrario. E il cowboy buono avrà un cappello grigio, esattamente come la sua controparte malvagia.

Giampiero Amodeo

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