Martedì, 23 Novembre 2010 23:50

S. Ricci Lempen, Una famiglia perfetta

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copertinaLIBRO- Ci sono libri che ti capitano tra le mani esattamente nel momento in cui devono, libri che tenevi in disparte e che ti riprometti costantemente di leggere. Fino a che un bel – o brutto, perché deve essere per forza bello? – giorno li apri e ci trovi il pezzettino di realtà che aveva iniziato a bruciarti la pelle come quando spegni una sigaretta e per sbaglio ci metti sopra i polpastrelli: identicamente inatteso.

Una famiglia perfetta di Silvia Ricci Lempen (Iacobelli) è stato sul mio comodino per settimane, fino a quando, qualche giorno fa – oserei dire – quelle pagine mi hanno chiamato; fino ad allora ne leggevo spesso un paio, slegate, senza tuttavia riuscire davvero ad entrare nella storia, perfettamente riassunta nel titolo, di questa famiglia italiana borghese – mai aggettivo fu più azzeccato – in cui tutto è esattamente come e dove deve essere, in cui il rispetto per gli schemi di funzionamento delle relazioni sfiora la perfezione. Ma tutto questo costa il sangue della verità mai detta, il desiderio semplice di una carezza che non arriva mai, se non per premiare ardui successi tuttavia dati per scontati.
A raccontarcene la storia di – autobiografica – odiosa perfezione, Silvia Ricci Lempen, che insieme al fratello Alberto è l’oggetto doloroso di quell’aspirazione universale, che inquina le loro vite sin dall’infanzia. Complice silenziosa, la loro madre, forse un aguzzino ancora più crudele del padre, perché soffre con i figli quell’eterna insoddisfazione attribuitale dal marito e compagno: non essere mai abbastanza potrebbe essere il dolore più atroce in assoluto.

Gemella inseparabile di quel non essere mai abbastanza è la menzogna: non sarò mai come tu mi vuoi, tu mi vuoi perfetta – dice la figlia al padre –, ma io sono piccola e fragile, e per cercare di esserti all’altezza sono costretta a mentirti. A mettere in scena la me che tu ti aspetti, sempre pronta forte e risoluta, una perfetta bugia che cammina.
E questo accade, fino alla fine, fino al momento in cui quella figura terrorizzante e potente diventa un vecchio malato e bisognoso di cure: ancora una volta, però, impone il suo modo di essere curato, perché lo ritiene il migliore possibile, perché è il suo.
L’uomo al centro di questo romanzo – e che ne è il vero, gigante, protagonista – è tuttavia infinitamente debole e timoroso: terrorizzato dall’imperfezione del tutto che vede aggirarsi intorno a lui e ai suoi cari, che vuole a modo suo proteggere. La ragione cartesiana in cui tenta di imprigionare la mutevolezza delle cose però è più lacerante del caos irrazionale che egli rifugge, e per cui sottopone sua moglie e i suoi figli a una corsa incessante verso quell’obiettivo irraggiungibile. E questi ultimi li vediamo affannarsi, corrergli dietro, costruirsi maschere credibili per non dargli lo schiaffo in viso della verità difettosa del mondo.
Il confine tra ciò che si fa per sé e ciò che si fa per l’altro si assottiglia pericolosamente, quando si ama davvero.

Silvia Ricci Lempen, Una famiglia perfetta, Iacobelli Edizioni, pag. 264, € 14

Chiara Macchiarulo

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