Giovedì, 12 Marzo 2009 09:23

Artifex

Scritto da Ambra Postiglione
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[TEATRO]

L’operazione normalmente compiuta dalle giovani formazioni rispetto alla drammaturgia antica consiste nel rielaborarne il linguaggio per renderlo moderno ed attuale. Il percorso effettuato dalla Compagnia Ambrogi-Viti procede, invece, nella direzione opposta proponendo un testo che, pur essendo inedito, presenta una matrice estremamente classica.

Che si condivida o meno il tentativo, questo non può che definirsi coraggioso perché ci si espone al rischio di trascinare con sé tanto i pregi quanto i difetti degli stilemi di riferimento.

Lo spettacolo, in effetti, perde a tratti la propria fluidità restando invischiato negli echi più farraginosi del dramma antico ma riesce, al tempo stesso, a creare un’atmosfera evocativa ed affascinante soprattutto grazie alla colonna sonora – composta dallo stesso autore del testo Davide Ambrogi – che valorizza il felice uso interattivo dello spazio predisposto dalla regia di Velia Viti.
La rappresentazione, infatti, inizia già dal foyer del teatro, dove il pubblico viene accolto ed introdotto nella dimensione archeologica della finzione. La scenografia si estende oltre i limiti del palco ed avvolge lo spettatore in un triclinio in cui, tra cuscini e tappeti, è mollemente adagiata la corte dell’imperatore in attesa che ciascuno prenda posto per assistere alla messinscena. Sia i costumi che gli arredi – comprese le caraffe con cui viene offerto il vino agli astanti – contribuiscono a ricostruire efficacemente le atmosfere di quell’epoca romana in cui la vicenda è situata.

Tornato in patria dopo il lungo viaggio in Grecia e consapevole della sua imminente caduta, Nerone – nel corso di una celebrazione nella Domus Aurea – decide di mettere in scena i momenti salienti della propria esistenza, cogliendo l’occasione per riflettere sui legami tra la condizione del regnante e quella dell’artista.
La figura del monarca, dunque, si frammenta nella pletora di personaggi che – sotto la sua direzione – articolano la sua storia in quattro quadri, attivando uno schema di rispecchiamenti ed inversioni speculari. Il gioco metateatrale si disloca sui due piani della scena integrando al dialogo l’uso di ombre e di proiezioni.

Pur reiterandosi più volte nel corso dell’opera, il nucleo tematico non riesce ad imporsi in maniera incisiva ed esplicita restando spesso intrappolato tra le maglie di una recitazione che – soprattutto nel caso del protagonista Massimiliano Frascà – appare estremamente canonica ed impostata. Al contrario, la prova di Giulia Pietrosanti rinuncia a pause e rallentamenti superflui conferendo al proprio ruolo una dialettica più dinamica e convincente capace di valorizzare i percorsi logici del testo.

Letto 1789 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Maggio 2009 23:49