Giovedì, 28 Gennaio 2010 10:13

Circolo degli Artisti: Vinegar Socks, Rosalia De Souza, Quintorigo

Scritto da Paola D'Angelo & Francesco Di Cola
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[MUSICA]

podcast_iconcirco2ROMA- Come sempre il Circolo delgi Artisti offre una programmazione musicale di tutto rispetto. Come sempre gli artisti che si avvicendano sul palco di via Casilina Vecchia hanno tanto da dire e da dare al loro pubblico. Come sempre MArteMagazine è in prima fila...




VinegarSocks: non  sempre il cambiamento è innovazione

Vinegar1Le aspettative erano tante e i VinegarSocks sono sempre riusciti nell’intento di trascinare chi li ascolta verso immagini che scaturiscono emozioni. La data di prova del 15 gennaio al Circolo degli Artisti ha rivelato però le debolezze della band di Jordan De Maio e Paolo Petrocelli.
Succede spesso di legarsi alla musica di un gruppo emergente perché scopri in loro un’originalità rara, frutto di studio, ricerca e metodo. Se nei primi mesi di attività possedevano un’espressività semplice e accattivante, oggi, dopo la rinnovata line up, l’anima seducente e coinvolgente si è persa nella ricerca della perfezione. In origine erano un quartetto di soli strumenti a corda in cui l’accompagnamento del mandolino soffuso di Patrizio Petrucci caricava di emotività e dolcezza la composizione musicale. Adesso la band ha stravolto la formazione aggiungendo percussioni e sampler a discapito del prima citato mandolino.
Hanno intrapreso la strada della musica per il cinema collaborando alla colonna sonora di Dieci Inverni, nella cui ost figurano alcuni brani di Vinicio Capossela, e l’apprezzamento della critica è cresciuto a dismisura.

Ma durante tutto il live faticano a entrare in sintonia tra loro. Troppi momenti morti, poco patos eVinegar2 una insicurezza forse frutto della poca complicità.
Le romantiche e sognanti “Salesman In Love” e ”ChimneySweeper”, tratte dal loro primo riuscitissimo album omonimo, sembrano perdersi nel vortice del caos generato probabilmente da non pochi problemi tecnici.
Il violino di Paolo Petrocelli è come sempre perfetto ed efficace, pulito, dolce e trascinante, mentre Jordan De Maio prova, con molte difficoltà, a entrare in empatia con un pubblico un po’ scarico e più coinvolto da conversazioni personali.
I VinegarSocks sono un gruppo che ha del potenziale invidiabile, ma la precedente scelta stilistica era sicuramente più in sintonia con la particolarità dei brani e, a volte, decidere di tornare alle origini non significa per forza fare dei passi indietro, ma potrebbe apportare alla rinnovata collaborazione una maggiore ricchezza e consapevolezza.
Ascoltando il loro album d’esordio ci si ritrova all’interno di un mondo fantastico fatto di immagini e percezioni emotive rassicuranti, delle musiche senza tempo che creano un’atmosfera misteriosa e dei testi carichi di significato.
Calda, avvolgente e trasognante la loro musica non è semplice emozione, è un mondo fatto di suoni associati a immagini e di testi che riescono a raccontare qualcosa di profondo.
Sentiremo ancora parlare di loro e per molto tempo, una bravura così innata non si disperde in una scelta “sbagliata” o in un live non perfettamente riuscito. Noi attendiamo speranzosi…

Paola D’Angelo

 


L’Italia ama il Brasile: Rosalia De Souza

Rosalia1L’Italia ama il Brasile. Per quanto sia inspiegabile, è altrettanto certo. Sarà per quell’identità così ricca eppure così definita di un Paese grande quanto un continente, dai tropici giù a Sud per migliaia di chilometri: un posto che chiamano “casa” europei immigrati, africani importati, indigeni invasi.
In questi casi si parla di ricchezza e noi dovremmo percepirne le differenze. E invece il futebol e la musica, le più valenti ambascerie brasiliane e insieme i più pregiati prodotti da esportazione sembrano a noi che li osserviamo e li invidiamo il frutto di un ingegno solo.
L’Italia ama il Brasile. Dopo la nostra Nazionale, tutti seguiamo la squadra Carioca. E anche chi, distratto, non ascolta che l’autoradio nel traffico al mattino, si perde per un po’ nella musica che negli anni da lì ci è arrivata. Rosalia De Souza ama l’Italia – ci si è trasferita da molti anni – e l’Italia ama Rosalia.
Io l’ho vista in concerto molte volte negli anni e in molte città diverse. Dovunque club strapieni, pubblico appassionato e, al termine, felice.

C’è una caratteristica della musica popolare brasiliana che non credo appartenga a nessuna altra tradizione in altre parti del mondo: tutti suonano e cantano le canzoni scritte da tutti. È un movimento, un flusso: Vinicius de Moraes scrive, Joao Gilberto compone, Caetano Veloso canta. Ma anche, Gilberto Gil compone, Tom Jobim suona; o Toquinho suona, Bebel Gilberto scrive, Maria Bethania canta. Nasce un’idea musicale, diventa un movimento culturale – al limite anche rivoluzionario, in anni più tristi di quelli attuali - si trasforma in un club decennale in cui si entra per talento, per nascita (molti sono fratelli o figli di altri) e poi si tramanda per eredità. Con animo identico e forme diverse.
Rosalia è la nipotina dei totem degli anni ’50 e ’60. Un’ambasciatrice (Caetano direbbe “un apostolo”) della musica della sua terra. Eppure, nel 2010, ricantare la bossa nova, il samba di cinquant’anni fa sarebbe altro che non avanspettacolo poco migliore del piano bar?
Dieci anni fa, il movimento brasiliano trova nuove forme: la musica elettronica, per esempio. Rosalia2Meravigliose Fernanda Porto o Cibelle, tanto per dirne due. Rosalia fa di più. Nella vita, determinanti sono gli incontri. E se la musica coincide con la vita? Rosalia incontra Nicola Conte. Al patrimonio brasiliano si sommiamo il jazz all’europea. Fatto? Ora volgetelo all’elettronica. Sono stati gli anni del club La Palma: per molti, un santuario.

Ma i movimenti, per definizione, non vivono dell’immobilità. E allora ancora avanti, e anni dopo, Rosalia è ancora nuova e ancora la stessa.
Canzoni in italiano, una formazione jazz ricca e mutevole: sempre di flusso si tratta, no? Impensabile immaginare quattro musicisti lì sul palco.
Rosalia è la Yemanjà della sua band: tutti rispondono, spontanei, al suo volere. E noi lì a guardare e ad ascoltare…
Ah, dovevo parlarvi del concerto all’intimo Circolo degli Artisti. Molto bello…

Francesco Di Cola


QUINTORIGO: l’acidità nella classicità

Quintorigo_2009-1_bnseppiaVenerdì 29 gennaio sul palco del Circolo degli Artisti di Roma riecheggiano suoni acidi e distorsioni incalzanti. E’ la musica dei Quintorigo, probabilmente una delle migliori band della scena nostrana che, con Le Origini Tour, ci riportano ai loro esordi ripercorrendo il meglio dei primi tre album: Rospo, Grigio e In Cattività. La loro particolarità risiede nella tecnica e nell’originalità di comporre una musica aperta a qualsiasi contaminazione. Non è semplice racchiuderli in uno stile e il termine eclettico si sposa benissimo con tutto ciò che, con intelligenza e sensibilità, producono.

Al romano Luca Sapio affidano l’arduo compito di “rimpiazzare” la splendida voce di John De Leo e, senza alcuna esitazione, possiamo affermare che la prova è superata.
Il concerto si apre con “Nero Vivo” e “Purple Haze” di Jimi Hendrix, in cui Sapio, ex Area, dà una prima dimostrazione di come la voce possa diventare uno strumento musicale.
Lui, uno dei massimi esponenti di “throat singing”, fa di ogni brano un caldo ed energico richiamo al black sound del rhythm and blues mentre i quattro romagnoli procedono con vertiginose scorribande aspre e distorte. Le molte improvvisazioni del sax di Valentino Bianchi, a cui la band sorride divertita, diventano una piacevole distrazione dalla perfetta esecuzione.

La scaletta è piena e il pubblico mai sazio. Durante “Bentivoglio Angelina”, “Kristo si” e “La nonnaquintorigo_color_25_DSC01304 di Frederik lo portava al mare” è impossibile non cantare a squarciagola e i Quintorigo accompagnano i testi con una carica improvvisamente rinnovata, è proprio vero che spesso è il pubblico a dare energia all’esecuzione.La matassa si sbroglia velocemente tra i vocalizzi di Sapio, che riesce a ritagliarsi qualche minuto di semplici dimostrazioni tecniche che lasciano senza parole tutti i presenti, e gli archetti dei fratelli Costa e di Stefano Ricci che si muovono senza sosta.
I Quintorigo possiedono delle capacità ritmiche invidiabili. Riescono a far vibrare qualsiasi oggetto possa produrre un suono, compresa la catenella in stile anni ‘50 sui jeans.Si congedano con un solo bis, lasciando i presenti ancora affamati e imploranti in un altro encore.
Un gruppo all'attivo da più di dieci anni, ma che ancora si emoziona al suono dei meritati applausi e il verdetto finale è quello di un gig da annoverare tra i migliori di questa stagione.

Paola D’Angelo

Letto 3077 volte Ultima modifica il Mercoledì, 10 Febbraio 2010 12:04