Venerdì, 29 Marzo 2019 16:43

Buon compleanno, Metropoliz! In evidenza

Scritto da Oriana Rizzuto
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Festa al MAAM Festa al MAAM MAAM PAGINA UFFICIALE FB - Giorgio De Finis

In occasione del 10 anno di METROPOLIZ, abbiamo raggiunto al Macro Asilo Giorgio De Finis, l’ideatore e il promotore del MAAM, il Museo dell’altro e dell’Altrove all’interno di Metropoliz, città metticcia.

Siamo al Macro Asilo, insieme al suo direttore, in cui si festeggia il 10 compleanno di Metropoliz.
De Finis, un tuo pensiero.

Oggi ricordiamo la nascita dello spazio occupato dell’ex salumificio Fiorucci sulla Casilina, che già nel nome che si era dato conteneva un’idea di città e che è stato capace di ospitare un “Viaggio sulla Luna” prima, e poi il Museo dell’Altro e dell’Altrove, il MAAM, che è e rimane ad oggi un’esperienza unica, e cioè quella di essere un museo abitato con oltre 500 opere d’arte e 200 persone che lo abitano, lo vivono, lo attraversano, lo proteggono (e viceversa, perché anche il museo protegge gli abitanti!).
E quindi oggi festeggiamo una data importante perché questa comunità, e cioè gli ultimi degli ultimi degli ultimi, le vite di scarto di cui parla Bauman, è stata capace in 10 anni di accogliere l’arte, il cinema, l’architettura, la performance, la musica. E questa realtà ha creato più energia per la città di Roma di tanti altri spazi deputati a questo, anche con budget importanti.

Metropoliz, MAAM, Macro Asilo: c’è un fil rouge, giusto?

Sì, certo! Il Macro Asilo nasce dall’esperienza del MAAM: io sono qui al Macro non per il mio curriculum ma per il merito di aver creato il MAAM, traducendo quell’esperienza in uno spazio più istituzionale, ma quindi continuiamo a navigare insieme, allo stesso scopo e stessa impostazione: spazi aperti, luoghi comuni, in cui si può incontrare e creare liberamente.

Che significato simbolico ha questo compleanno di Metropoliz?

Con questo anniversario stiamo ancora qui a riflettere sulla battaglia di Metropoliz, oltre a quella del MAAM: parlo di quella del diritto all’abitare, il diritto ad una città che tuteli le figure più deboli, il diritto (art. 5 del Piano Casa che nega la residenza e i diritti civili a chi vive in spazi occupati). Quindi tutti i diritti civili sono negati a chi vive in spazi occupati, e quindi si continua a emarginare, tutti i diritti vengono negati, ed dunque una spirale verso il basso: se io non i documenti andrò in giro senza, guiderò senza patente, mi beccherò altre condanne, andando quindi in una direzione spietata del genere umano del tardo capitalismo.
Noi invece vogliamo una città per tutti, lottiamo per una città che sia democratica (le democrazie si tarano in base a come si relazionano con le fasce più deboli), chi non ha potere contrattuale deve essere tutelato dalla democrazia. Quindi è un giorno ed un periodo importante perché oltre a festeggiare ci sono i processi e udienze contro Metropoliz, è sempre un festeggiare ma è un combattere.
E’ compito di tutti noi farlo, gli artisti stanno partecipando, e venendo al MAAM hanno sposato pienamente questo principio.

Cosa ti auspichi per i prossimi 10 anni? Cosa vorresti che diventasse Metropoliz?

Io vorrei una città per tutti che, pur essendo una somma di particelle private, rimane sempre un bene comune; la città è l’habitat in cui noi viviamo e quindi dobbiamo viverci bene e avere la possibilità di starci tutti.
Per Metropoliz spero che questi 10 anni di fatica, 10 anni di spada di Damocle sulla testa, prima o poi cesseranno di essere motivo di preoccupazione. Spero che i bambini che vivono lì, che comunque sono cresciuti in mezzo all’arte, in spazi dove correre anche se in condizioni difficili, spero che questa loro condizione di precarietà (sapere che potrebbero arrivare le ruspe da un giorno all’altro e che potrebbero trovarsi in mezzo ad una strada, non ci fa stare tranquilli).
Però in questi anni sono proprio i bambini che hanno imparato ad amare Metropoliz, hanno imparato a non vergognarsene, hanno imparato a farla conoscere ai loro coetanei (anzi, loro dicono: “Io abito nel museo!), è una cosa che mi provoca orgoglio e piacere perché quello era un ghetto, un luogo che il quartiere rifiutava, che temeva, che era visto con tanto pregiudizio.

Mi auguro che prima o poi possano risolvere un’emergenza cronica, e che riescano a farlo nell’autodeterminazione invece che in un modo convenzionale e avere una casa popolare in mezzo al nulla. Costruire insieme quel pezzo di città e quella comunità che si è aperta alla città, e che ha regalato alla città tante cose (ricordo che ogni sabato ci sono incontri, bellezza, cultura). E’ qualcosa di miracoloso: il sogno è questo, che possa davvero diventare più sicuro, abitabile, più protetto.
E se si riuscisse a mantenere questa dimensione pubblica di Metropoliz, oltre che a preoccuparsi della giusta dimensione privata dei suoi abitanti, sarebbe perfetto!

Auguri!

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