Sabato, 16 Aprile 2011 18:43

EXIT- Emergenze per identità teatrali

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 [TEATRO]
Locandina_DefinitivaROMA- Dal 4 al 17 aprile il Teatro Sala Uno (piazza San Giovanni 10) ospita la rassegna EXIT- Emergenze per identità teatrali. Otto compagnie si confrontano, tra autori classici, drammaturgia contemporanea e attività concertistica.


Due settimane di spettacoli pensati per accompagnare il pubblico nel fitto bosco teatrale e musicale romano, seguendo un unico sentiero: vedere il teatro come luogo d'incontro, di confronto, di emozioni e di pensieri, un teatro per tutti e di tutti, che abbia qualcosa ancora davvero da dire. E noi di MArteMagazine non possiamo che appoggiare la causa, unirci alle buone intenzioni, quelle di rendervi partecipi di un’emozione che abbiamo vissuto noi in prima persona…



La musica di Mephisto

Una sala con due pianoforti, uno di fronte all’altro, neri e brillanti, un auditorium gremito e scalpitante, le luci si spengono e la musica inizia, leggera e frizzante. Sono le note di Wolfgand Amadeus Mozart, sonata in Re Maggiore k 448. La serata inizia a riscaldarsi, la partenza è quella giusta. Stefano Caponi e Lucio Perotti sono gli artefici del successo del secondo appuntamento della rassegna EXIT – Emergenze per identità teatrali organizzata da FED.IT.ART presso il Teatro SalaUno di Roma dal 4 al 17 aprile 2011.

Lo scopo della rassegna vuole essere quello di offrire al pubblico partecipante una strada alternativa alla crisi culturale che ha investito soprattutto il teatro, attraverso una serie di spettacoli in grado di coinvolgere gli spettatori con testi originali ed estrosi, creativi al punto giusto. Non per un pubblico elitario.
Il duo Mephisto, ovvero i due pianisti che si sono esibiti lo scorso 5 aprile, è nato nel 2007, ha partecipato al progetto Musei in Festa curato dal Comune di Roma e continua ad incantare gli spettatori di tutti i teatri italiani, raccogliendo ovazioni e applausi davvero meritati. Entrambi di Roma e in comune la passione per il pianoforte, hanno alle spalle una lunga carriera concertistica individuale ma vederli suonare insieme è stimolante sotto ogni punto di vista. Si cercano con lo sguardo come due complici di un’emozione che elargiscono con grazia a chiunque assiste al loro spettacolo, quando lasciano le mani scivolare sui tasti abbiamo la chiara visione di ciò che solo la musica, l’arte riesce a creare: un’espressione alfanumerica di emozioni e armoniose visioni che travalicano ogni possibile scontro con la realtà.

Mozart apre la serata che prosegue con le favolose note di Maurice Ravel in Ma mere L’oye, una serenata che fa venire voglia di abbandonarsi all’ascolto delle onde del mare che cullano i nostri sogni di cui Morfeo ci fa dono.

Si continua con Capriccio (D’apres le bel masquè) del musicista francese Francis Jean Marcel Poulenc, un pezzo che viene eseguito dai due pianisti con maestria e devozione. Il pubblico continua ad applaudire e i due protagonisti della serata si divertono a conciliare professionalità e sorrisi smaglianti rivolti alla platea.

L’ultimo brano, prima del bis concesso dagli artisti, è Scaramouche di Darius Milhaud, amico di Poulenc con cui fece parte del Gruppo dei sei, assieme a Georges Auric, Arthur Honegger, Louis Durey e Germaine Tailleferre, un gruppo di artisti formatosi nel 1920 circa a Parigi, i quali si dichiararono avversi all’impressionismo di Claude Debussy e al wagnerismo.
L’ esibizione di questo ultimo pezzo è stata davvero fantastica, entrambi i pianisti hanno suonato sullo stesso pianoforte, una scelta che esalta la loro passione e ardore nei confronti della musica, un coinvolgimento estasiante esaltato dalla musica che risuona nelle mie orecchie anche dopo la fine dello spettacolo.

Eva Di Tullio


 

Politicamente bastardo


politicamente_bastardo_okIl 7 aprile, presso il  Teatro sala Uno di Roma,  è andato in scena Politicamente bastardo. Lo spettacolo, con la regia di Manuel Fiorentini, affronta il tema sempre attuale del rapporto fra realtà e finzione nei mezzi di comunicazione: puntando in particolare l’attenzione sulla tv come tagliacarne mediatico dagli effetti perversi ed inaspettati….così come gli stessi protagonisti dovranno ben presto accorgersi!
La storia è quella di Aureliano, produttore di fiction senza scrupoli e di Donatella autrice di sceneggiature ambiziosa, ma decisamente inadatta a far parte del gioco al massacro che è l’ambiente televisivo. Forte di una creatività illimitata, concepisce un copione in cui collocarsi, e convince il produttore a metterlo in atto. Nasce quindi Donà, malata terminale affetta da un morbo rarissimo, ignorata dalle istituzioni e dai media – ma non per molto – con forti tendenze omicide nei riguardi del Presidente del Consiglio, che considera unico responsabile dell’oblio in cui è confinata.
La scena, arricchita da interessanti inserti video funzionali alla storia, vede i protagonisti Fosca Banchetti, Marco Zordan, Paolo Ricchi e Antonia Fama, muoversi in questo giro di vite guidato solo dal successo anelato e dal non sense.
La rappresentazione pur dando spunto di riflessione anche agli spettatori più distratti risulta fin troppo prolissa e pecca, in alcuni momenti, di una recitazione fin troppo accademica, che poco spazio lascia alle vere emozioni.
Uno spettacolo che vuole riflettere sulla tv, ma che sembra, ahinoi, subire la stessa autoreferenzialità che denuncia.

Angelo Passero



 La disdicevole vicenda di tre amanti e un pianista loro conoscente

 la_disdicevole_vicendaContinua la rassegna EXIT – emergenze per identità teatrali presso il Teatro SalaUno di Roma e questa volta vogliamo presentarvi lo spettacolo La disdicevole vicenda di tre amanti e un pianista loro conoscente della Compagnia Overlook andato in scena l’8 e il 9 aprile.

Diretti da Enrico Antognelli e Massimiliano Zeuti, i quattro personaggi che danno vita allo spettacolo interpretati fantasticamente dagli attori Greta Bellusci, Corrado D’Ippolito, Bruno Governale e Patrizia La Forte, ruotano attorno ad storia quanto mai intricata, di cui ognuno rappresenta una chiave di lettura, una diversa interpretazione dei fatti che sembrano concatenarsi scena dopo scena.

C’è una donna, una vedova allegra che ostenta sagacia e finto perbenismo, la quale si innamora di un giovane, un ragazzo poco maturo e tanto avvezzo alla passione che finisce per essere inghiottito dal tunnel dei sentimenti.
C’è un’adolescente, rossa ed impertinente che con le sue provocazioni fa impallidire il ragazzo poco maturo, il quale finisce per avere una storia con la ragazza maliziosa e tenace. Fin qui nulla di strano. Il problema nasce quando ci si rende conto che l’adolescente è la figlia della vedova e il ragazzo intrattiene rapporti con le due donne contemporaneamente, nella stessa casa dove tutti e tre vivono alla luce del sole.
E poi c’è un pianista, timido quanto basta ma sempre pronto a dare una mano, un segno di conforto, un appoggio ai personaggi che ruotano sul palco: è lui ad accompagnare le azioni servendosi delle emozioni degli attori per suonare sul suo bel pianoforte bianco.
E poi c’è il ragazzo poco maturo e poco scaltro nel passare da una storia all’altra, il suo trovarsi al centro di due storie, di una contesa che mette di fronte mamma e figlia, due soggetti fatti della stessa determinazione di cui il ragazzo è la vittima. Soprattutto la storia diventa oggetto di pregiudizi e pettegolezzi da parte del vicinato. Specialmente due individui, un uomo ed una donna, sembrano ricamare storielle ed aneddoti circa la vicenda disdicevole dei tre amanti. Eppure essi sono parte integrante dello spettacolo, appaiono e scompaiono così improvvisamente, ma sono proprio loro a raccontare le vicende e lo svolgimento della trama. Sembrano a tratti goffi ed impacciati, ma sono il ponte tra gli attori e il pubblico, come un lettore che si rivolge ad un pubblico e racconta una storia mettendoci un po’ di suo. Bugie, inganni, ripicche grottesche condite con un po’ di musica sono il condimento di questo spettacolo che va avanti tra narrazione, travestimenti e dialoghi pungenti.

Ad un certo punto la storia sembra non riuscire a trovare la sua fine, come accade nel romanzo di Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore, gli attori sembrano incastrati, sono fermi, come il nastro di una catena di montaggio che gira a vuoto. Tante possibili soluzioni oltre a quella proposta sul palco, quella in cui la fanciulla seducente sposa uno dei suoi tanti pretendenti. Li salverà il pianista, ancora lui porrà fine all’incantesimo togliendo loro la parola e lasciando un punto interrogativo nella mente dello spettatore che assiste ad uno scambio di ruoli tra narratori e protagonisti: gli attori si ribellano al suo creatore, all’artefice di questa storia che attrae e conquista gli spettatori presenti.

Eva Di Tullio


ChopiNostalgie: la vita e la morte tra musica, danza e parole


chopin_darteLe compagnie teatrali LABit e Dartè sono salite sul palco del teatro SalaUno di Roma per la rassegna EXIT – emergenze per identità teatrali, presentando lo spettacolo chopiNostalgie andato in scena il 10 e l’11 aprile, una rappresentazione tratta dalla lettura dei diari e delle lettere dell’artista.

Ispirandosi alla vita del compositore polacco Fryderyk Franciszek Chopin, gli attori Andrea Vaccarella, Simona Forlani, Elisabetta Di Fonzo, Manuela Formicola, Giorgia Manno e Marta Valeri, hanno voluto rendere omaggio alla sua passione, all’ardore e alla travolgente musica che egli è riuscito a comporre seppur nella sua breve esistenza.
Attraverso il ricordo della figura di Tytus, amico del musicista e interprete della storia, vengono ricostruite alcune tappe fondamentali della vita di Chopin, un vero e proprio omaggio teatrale che si avvale di parole, musica e danza, forme artistiche che creano sul palco una perfetta sincronia di immagini da gustare con tutti i sensi di cui siamo dotati.

L’esistenza del compositore, così come ci ricorda la trama dello spettacolo, è stata contrassegnata dai suoi vari spostamenti, quelli dalla quiete della campagna polacca ai successi nei teatri di Vienna, passando per il soggiorno in Germania e il suo arrivo a Parigi, la città che lo consacra uno dei maggiori interpreti della musica romantica e raggiungendo fama e successo in tutti gli spettacoli in cui si esibisce, ma anche nei salotti dove viene invitato a partecipare anche solo come ospite. La capitale francese è anche il luogo dove chiude la sua carriera, è la città dove egli va incontro alla fine dei suoi giorni, nel 1849, a causa della tubercolosi che lo tormenta sin da bambino. Ma Parigi rappresenta per Chopin soprattutto l’incontro con la donna che amò più di ogni altra e che alimentò la sua creatività, la scrittrice George Sand, la quale con il suo spirito anticonformista si innamora del compositore e rimane con lui anche durante il periodo di debolezza fisica, quello contrassegnato dai sintomi più cupi della malattia dell’artista che lo spingono a cercare riposo a Maiorca. Insieme vivono una storia d’amore intensa, travolgente e turbolenta come raccontano le cronache. E come sappiamo la vita di Chopin è contrassegnata da dolori e lutti, come la morte della sua amata sorella Emilia portata in scena con fervore artistico.

Lo spettacolo viene inondato dall’intensità delle composizioni dell’artista che riecheggiano sul palco, come i suoi famosi notturni e preludi, i quali accompagnano la danza delle ballerine che interpretano fantasticamente ogni accordo, seguite dalla grazia dei loro movimenti che sottolineano la disperazione di alcuni momenti così come il ludo in altri, divertendo il pubblico che assiste.
C’è complicità tra le due compagnie che si esibiscono, gli attori sono mossi dalla passione con cui si racconta la vita di questo grande genio della musica, che rivive in ogni momento della rappresentazione. Ci si inebria della sua musica travolgente e passionale come la sua vita d’altronde, sempre protesa verso la bellezza dell’arte, in ogni sua manifestazione che su questo palco trova se stessa.

Eva Di Tullio



PIL: discariche abusive del cuore


pil4Una luce soffusa che irrompe nel buio e spezza il silenzio del Teatro Sala Uno, una voce fuori campo che arriva da lontano e che viene controbilanciata da una seconda voce narrante all'altro capo della sala: sono le voci del regista Marco Maltauro e dell'autore (drammaturgo e filosofo) Pier Paolo Fiorini che danno così inizio a questo spettacolo andato in scena il 12 e 13 aprile scorso.
Un dialogo informale tra due voci, un gioco di parole che si innesca automaticamente e che "anticipa" teoricamente quel che certamente non sarà, proprio perchè PIL, titolo dello spettacolo e sigla che tutti conosciamo come Prodotto Interno Lordo, potrebbe trarre in inganno e far pensare che tratti di economia. Invece PIL è una commedia che più che di 'produzione interna' è una produzione interiore: tratta dell'animo umano, dei sentimenti, le storie, le sensazioni e le emozioni aggrovigliate e appese a situazioni in bilico  dalla quale poi scaturiscono a catena, si susseguono incontenibili vicende e comportamenti.

PIL, con Rossana Bellizzi ed Elisa Faggioni, le interpreti in scena, è una storia - agli occhi dello spettatore - dalle mille sfaccettature e prospettive e che sembra avere un senso e un suo perchè da qualunque lato lo si guardi, dritto o capovolto esprime sempre un messaggio. Perchè di fatto è la storia di vita di due donne sole che si trovano a condividere uno stesso appartamento a Roma e costrette dunque a non stare sole per necessità evidenti e che lo spettacolo palesa chiaramente.
Due donne che vorrebbero una vita diversa da quella che conducono e che invece devono fare i conti con le difficoltà economiche che incidono inevitabilmente su questa convivenza e che porta le due in un perenne conflitto. Un conflitto che si trasforma poi in una dipendenza, che scivola e si confonde nel rapporto tipico di madre e figlia. Due donne diverse, con tempi e interessi diversi, che tanto le allontanano quanto le avvicinano. Ma nel suo essere intrinseco, PIL non è solo questa storia così com'è stata portata in scena, perchè in realtà parla di tutto.

Da questa vicenda guida si sviscerano, per caso o per volontà, argomenti e problematiche a cui siamo sottoposti quotidianamente e con le quali dobbiamo confrontarci il più delle volte per sopravvivere e non per vivere. La performance infatti tocca, mescola, confonde, gira e rigira, con il suo linguaggio teatrale, tematiche sociali, politiche ed economiche partendo da un elemento fondamentale: i rifiuti che nell'immaginario dell'autore non sono solo fisici, ma soprattutto mentali. Rifiuti quali angosce, paure e preoccupazioni inutili, che quotidianamente produciamo 'intossicandoci' e di cui non riusciamo a liberarci; per poi abbracciare il tema dei rapporti sociali interpersonali e/o familiari, le convivenze forzate che degenerano in ristrettezze, mentali e fisiche, le speranze, i sogni, l'economia familiare e quindi generale; l'ambiente, l'aria pulita, la morale. Dunque un' aspirina effervescente che potrebbe curare questi 'mali influenzali' da cui non siamo immuni e che a guardar bene potrebbe far riflettere. E nella sua drammatica ironia, c'è del vero.

Maria Logroio



 L’ultima notte di Cesare Pavese

 l_ultima_notte4La Compagnia Abraxa Teatro ha partecipato alla rassegna portando in scena il 14 e 15 aprile lo spettacolo dal titolo L’ultima notte, una dedica insolita alla vita di uno dei più grandi scrittori italiani dello scorso secolo, Cesare Pavese. Attraverso la vicenda di due personaggi, un uomo e una donna, gli attori Massimo Grippa e Ilaria Cenci hanno cercato di ripercorrere le ore dell’ultima notte della vita dello scrittore piemontese, il quale a soli 42 anni si tolse la vita il 27 agosto del 1950 in una stanza d’albergo a Roma, portando via con sé l’ardore e la passione di un’esistenza immersa nella scrittura e devota all’insegnamento.

Ma i due attori hanno voluto raccontare a tutti gli spettatori soprattutto quegli ultimi istanti della sua vita, trascorsi forse a rievocare i suoi successi, le sue opere che vengono recitate sul palco come i versi di Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, ma anche alcune battute de I dialoghi con Leucò, ovvero l’opera in cui lo scrittore ha cercato di stabilire un contatto con la mitologia e i suoi simboli, come l’amore, l’amicizia, la vita e la morte, tematiche fondamentali nella carriera letteraria di Pavese.
I due attori si rivolgono al pubblico in modo molto leggiadro e gli spettatori accolgono lo spettacolo restando in silenzio, ascoltando le parole che vengono proferite in sala, quelle del sottofondo che incorniciano la performance già corredata di musiche e danza che a loro volta sottolineano la ricercatezza linguistica delle opere dell’autore.

Un grande lenzuolo bianco steso tra il pavimento e il letto avvolge i due attori, come un abbraccio, un pensiero che si rivolge allo scrittore piemontese. Quali pensieri avranno tormentato la sua mente prima di togliersi la vita? Avrà forse ripensato alla sua storia travagliata, alle conquiste letterarie, all’incarico come insegnate, all’accusa di antifascismo e la successiva condanna, alla guerra e alla sua distruzione, forse all’adesione al partito comunista o magari al suo soggiorno a Roma. Ai suoi successi letterari, al  Premio Strega ricevuto per la pubblicazione di La bella estate? Tante sono le domande che affliggono gli attori e gli spettatori, anche loro ormai incagliati in questo labirinto di forte emozioni a cui non ci si può sottrarre. Pavese rivive in ogni parola che viene recitata, in ogni verso che proviene dall’alto, in ogni suono che accompagna lo spettacolo. E quando dei piccoli fogli rossi cadono sul lenzuolo bianco e sul letto dove si adagia il corpo dell’attore, vengono in mente migliaia di immagini come la solennità della morte, la sua tenacia nell’appropriarsi di una mente e di un cuore ormai silenti. O forse proprio la morte viene considerata come un nuovo verso, o una nuova prosa con cui essere ricordato. Tutto si è compiuto e silenziosamente si spengono le luci, mentre gli attori raccolgono l’applauso, meritato, da parte del pubblico.

Eva Di Tullio


 

Ma er titolo? Uno spettacolo di “teatro canzone”

salauno_titoloMa er titolo? Questo è il tormentone/titolo dello spettacolo diretto da Mimmo La Rana e con Sandro Scapicchio e Maria Cristina Fioretti. Siamo alle prove generali di una rappresentazione che avverrà giusto il giorno successivo, ma di cui i due mattatori non hanno alcuna idea di quale fisionomia avrà: quale il tema su cui puntare? Attraverso quali canzoni? Puntare sul repertorio classico o sperimentare nuove proposte?
Queste alcune delle domande che animano i due protagonisti, fra la paura di non piacere al pubblico in sala e l’ansia-rassegnazione di chi è abituato ad improvvisare lasciandosi trasportare dalle emozioni.
E così per tutto lo spettacolo i due attori non faranno che provare canzoni, motivetti, storie e aneddoti, attingendo soprattutto dal repertorio della canzone romana.
Un backstage in progress che regala allo spettatore divertenti momenti che possono solo in parte lasciar immaginare come nella realtà avviene la costruzione di uno spettacolo: il tutto arricchito da simpatici battibecchi e qualche momento più intimista che palesa paure, insicurezze e vere emozioni, di quanti intraprendono questo mestiere.
Gli sketch sono tanti e per gli appassionati di Gabriella Ferri & co. è di sicuro un amarcord piacevole che, non a caso, ha visto in sala più di un occhio inumidirsi. Piace molto Maria Cristina Fioretti, versatile e padrona della scena, ed anche Sandro Scapicchio, a parte qualche stonatura qua e là, risulta molto divertente. Del titolo, a chiusura di sipario, non è dato sapere nulla, ed anche per il resto la parola d’ordine sarà “improvvisazione”!
Da vedere.

Angelo Passero


Letto 5999 volte Ultima modifica il Mercoledì, 27 Aprile 2011 08:37