Sabato, 16 Aprile 2011 14:38

La vera lotta è quella con il duende

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[L'ILLETTERATA]

evakentE’ una passione il flamenco. Una passione che ti nasce nel cuore e travalica le onde sonore dello sbattere i piedi e del trovare il compàs con le mani. E’ un ritmo interiore, il fluire di un’anima errante, che vaga alla ricerca dell’espressione di sé, quel duende di cui si sente parlare e che non trova quasi mai il pertugio giusto per uscire fuori.


Il flamenco non è una passione posticcia ed appiccicata lì per caso, per quella forte spinta esotica che sembra esercitare sugli stranieri che si avvicinano per capire. Nonostante la lontananza di tradizioni, nonostante il passo da compiere sia difficile, a volte controverso ed estremamente elitario, il flamenco risulta avere una forte componente trascendentale, una spinta emozionale che vive di vita propria e si manifesta a modo suo, anche in chi è lontano, diverso, e mai, nella sua vita, potrà aspirare a sentire nelle sue vene scorrere sangue gitano.
La ricerca ossessiva che anima Jason Webster nel suo Duende. Viaggio alla ricerca del 014_piatto_Duendeflamenco, edito da Neri Pozza, è un percorso dannato alla ricerca di quell’anima gitana che è il fondamento del flamenco, ma che sembra esserne anche la limitazione più forte.
Il racconto che ne fa Webster è il racconto di un percorso importante, di scelte diverse, che portano all’estremo e allo stremo ogni sensazione: un inglese che parte dalla sua terra per approdare in Spagna alla ricerca del flamenco, per comprenderne l’anima, per sentir vibrare nel corpo quel ritmo, quell’ossessione musicale che strappa il cuore e lo ricuce.
Un libro affascinante, ma realistico e crudo, che ci porta alla memoria tanta letteratura di genere che vuole la Spagna terra di toreri e d’onore, di donne calienti e d’amore, eppure allontana tutto ciò in un solo battito di ciglia e ce la rende meno banale e più verace, più vera e forse inaspettata.
La vicenda si snoda tra Alicante, Madrid e Granada, in un tempo feroce e veloce, in un modo semplice ed accattivante: tra lezioni di chitarra che fanno sanguinare le dita, e vita al massimo in un gruppo gitano di flamencos, dove i coltelli, la droga e i furti d’auto divengono il terreno minato da attraversare per arrivare a capire, comprendere appieno, il significato della parola duende.

Al lettore europeo medio, il duende forse appare come una parola esotica dal chissà quale significato astruso. E in italiano il dizionario la riporta come traducibile con “folletto, spiritello”. Per Federico Garcia Lorca, uno dei maggiori poeti spagnoli: “il duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare. Ho sentito dire da un vecchio maestro di chitarra: «Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi». Vale a dire, non è questione di facoltà, bensì di autentico stile vivo; ovvero di sangue; cioè, di antichissima cultura, di creazione in atto. Questo «potere misterioso che tutti sentono e nessun filosofo spiega» è, insomma, lo spirito della terra…”. Ed è la terra riarsa di Spagna, quella terra di mori e conquistatori, che parte alla conquista di se stessa, attraversando il dolore, attraversando l’amore, attraversando il tempo e la sua caducità, “con il suo rifiuto della mondanità, dell’ordinario, della vita dell’uomo comune” per arrivare intatta a raccontare di sé attraverso la voce di un “estraneo”, ma malato di flamenco, della sua estrema passione, della naturale tendenza celestiale. Battere la terra, essere radicato nella terra per arrivare ad innalzarsi al cielo: “le mani come colombe. Su il mento! Le braccia come le ali di un’aquila. Avanti! Credi in quello che stai facendo. Separa le anche dalla vita. Petto in fuori. Di più! Come le corna di un toro”. Più che insegnare alla mente è insegnare al corpo. Più che imparare a fare è imparare a sentire, anche se di quel dolore originario non è rimasto quasi nulla, se non l’orgoglio, la volontà effimera di trovare un pertugio attraverso il quale affermare se stessi.
Chissà cosa ne rimane poi di un’anima tormentata quando approda alla danza flamenca, feroce, assassina, danza di sangue e di polvere, con musica celestiale e melliflua. Un angelo ed un demone che fanno l’amore… forse è questa la vera intuizione: “devi renderti conto che il flamenco è tuo, è mio. Appartiene a chiunque.
- Cosa vuoi dire?
- Voglio dire che devi decidere che cosa significa per te. Non puoi continuare a tirarlo giù dallo scaffale, già preparato da altri. Devi scoprire il tuo flamenco
.”
Buona lettura…

Jason Webster, Duende. Viaggio alla ricerca del flamenco, Neri Pozza, pag. 344, € 16.50


Eva Kent (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

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