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Sabato, 16 Aprile 2011 11:16

F. La Torre, Grazie a Dio è venerdì

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Grazie-a-Dio-venerdi_copertina– Ma… fammi capire un’altra cosa. Il venerdì è festa per gli islamici, il sabato per gli ebrei e la domenica per i cristiani, vuol dire che anche venerdì e sabato non si lavora? Altro che Thank God it’s Friday, qui l’attesa del fine settimana comincia giovedì!

Con quella faccia che si illuminava di un sorriso pieno e beato, Bruno mi guardò sornione:

– Ma che hai capito? Non ti fare illusioni. Guarda che qui, praticamente, va a finire che si lavora sette giorni su sette, per non deludere nessuno e sempre se ce la fai!

Nonostante lo sembri da queste poche righe, Grazie a Dio è venerdì non è un romanzo: non racconta una storia inventata – purtroppo – e non ci sono personaggi più o meno ben costruiti, ma solo persone in carne e ossa, persone che però hanno fatto una scelta radicale decidendo di spendere le loro vite per un contributo alla questione del conflitto tra israeliani e palestinesi.
Non voglio lanciarmi in filippiche sul conflitto israelo-palestinese. Non voglio sottoporvi una questione di politica internazionale che si trascina da decenni e che affonda le sue radici nelle millenarie fedi che in quelle terre sono nate; anche perché oltre a non averne conoscenza sufficiente, rischierei di fornire un quadro parziale e immancabilmente schierato, perché nessun punto di vista può mai dirsi oggettivo. Inoltre, per quanto possa suonare ovvio, la situazione reale è infinite volte più complessa di quanto appare e soprattutto le colpe sono ben mischiate e intrecciate da entrambe le parti.
Appellarsi a chi abbia innescato il congegno perverso dell’intolleranza è una strategia inefficace, perché sarebbe una specie di nuova versione dell’eterna diatriba sul’uovo e la gallina.

Grazie a Dio è venerdì (edito dalla Iacobelli) parte da un assunto simile e in parte lo sottintende, e l’intenzione comunicativa dell’autore si completa anche con la collocazione del volume nella collana Frammenti di memoria: il libro è una sorta di diario, un po’ documento un po’ romanzo, il cui autore Franco La Torre è stato per anni impegnato in progetti di cooperazione e sviluppo in quella terra divisa e martoriata. Perché il dolore, la miseria, la morte non hanno nazionalità o colori politici. Quello che La Torre ci racconta è un mondo in cui la tensione fa parte della vita quotidiana, quasi come andare a pagare le bollette, uno spazio in cui ogni angolo ha una storia secolare rivendicabile con gli stessi – o quasi – diritti da ogni gruppo etnico; il suo punto di vista riesce a essere allo stesso tempo interno ed esterno alle vicende rappresentate, in quanto egli ha vissuto direttamente quelle terre per un decennio, ma le ha vissute da funzionario di associazioni non governative.
Emblema della divisione è la città di Gerusalemme e la descrizione che di essa ci fornisce l’autore: una descrizione storico-politica dettagliata quanto basta da non rendere inappropriate le romantiche riflessioni sui tramonti che arrossano le case della Città Vecchia, i suoi vicoli, i colori dei suoi innumerevoli mercati, i visi e l’umanità della sua gente. Gerusalemme è divisa in due da un muro, com’era un tempo Berlino: sembra che la storia non insegni proprio niente.

Franco La Torre, Grazie a Dio è venerdì, Iacobelli, pag. 211, € 14

Chiara Macchiarulo

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Chiara Macchiarulo

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