Martedì, 18 Marzo 2008 12:41

Amèlie Nothomb, Nè di Eva nè di Adamo

Scritto da Antonio Tropiano
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LIBRI- Accade talvolta, fra coloro che praticano il mestiere della narrazione, di cedere all’istintuale pulsione di servirsi della propria storia per appagare l’esigenza di raccontarne una. In questi casi l’esito è quanto mai incerto, e l’effetto altrettanto rischioso: nondimeno capita che il reale dipanarsi degli eventi si carichi di una valenza romanzesca tale, che il solo avvalersi della testimonianza di qualsiasi
furor poetico, lungi dall’apparire un patetico cedimento alla memoria, si impone come il naturale corrispondere alla vanità dell’arte. Non nuova a questo esercizio, Amélie Nothomb anche per questa sua ultima pregevole opera rovista con mano compassata nell’errabondo bagaglio del suo vissuto.

Dopo aver abbandonato il Giappone all’età di cinque anni, la scrittrice ormai ventenne decide di farvi ritorno col suo viatico di intenti e timori. Poco dopo il suo arrivo conosce Rinri, che a dispetto dell’evangelica assonanza onomastica, è un facoltoso e garbato studente animato da un certo interesse per la lingua francese. Prendendo a pretesto le lezioni i due instaurano una relazione fatta di condivisione e complicità, che li condurrà attraverso una suggestiva geografia di esotici piaceri (non pochi quelli gastronomici), di fuggevoli curiosità, e surreali luoghi del ricordo. Ma l’attrazione si sa, è una creatura bislacca che si nutre di tare, di imperfezioni e insostenibili storture: così, mentre il virgulto nipponico con paciosa e appassionata delicatezza cederà il capo alla lusinga amorosa, la sentenziosa Amélie ripagherà quell’onorevole slancio con l’afflato di una dilettevole amicizia, ricorrendo ad una fuga finale per sottrarsi all’improvvido proposito di essere inanellata.

Molte sono le riflessioni interessanti che questo romanzo offre, come dire, a fior di labbra, una sola però mi sembra meritoria di permanere anche a fil di penna, specie quando a suscitarla è una frase del tipo «Ci si sente più liberi a fuggire che a non avere niente da cui fuggire». Mi sovviene alla mente che in quasi tutte le lingue romanze il meccanismo dell’innamoramento esige una qualche specie di “caduta”: tanto in italiano, quanto in spagnolo o portoghese, la preposizione proclitica che si lega alla radice del termine restituisce proprio questa sorta di cessione circoscritta, di abbandono, che è massimamente chiarita nella forma francese di tomber amoureux, e in quella inglese di to fall in love. Addirittura, i latini per restituire il senso di una “cattura” nelle reti del putto alato usavano la locuzione alicuius amore capior (dove capior sta guarda caso per cadere prigioniero). Ebbene ogni forma di “caduta” presuppone uno smottamento delle difese, una sconfitta delle resistenze, un precipitare verso il soggetto che ha infranto questi argini. Al contrario il sentimento del koi evoca invece una dinamica differente, distensiva, evasiva se non addirittura elusiva.

A guardar bene la scrittrice si mostra inabile a capitolare di fronte alla spinta di trazione del suo koibito, e con stile sorvegliato e anche un po’ beffardo si produce in quella che vorrebbe essere una palinodia della fuga, ma somiglia più a una resipiscenza del controllo, a un gioco esorcistico della propria consapevolezza (si noti il tono dell’epilogo, è quasi rivelatorio). Pertanto il romanzo tutto assume l’aspetto di una sinopia preparatoria disposta sapientemente per l’addivenire del momento del distacco, del dileguo. Quest’acuto(a) Zarathustra, che nell’ascensione (l’inverso della caduta) delle sue vette si ritrova a languire nei paraggi del baratro (d’amore), si avvale della fuga per disfarsi non dell’oggetto erotico ma della propria inattitudine a cedere a quell’impeto, ad accogliere l’ansito del peccato primigenio.
E se invece di ghermire il pomo, Eva avesse atteso che da quell’albero cadesse un cachi?
-Banzai!
NB- sospetto che molti non condivideranno la mia lettura, ma gli stessi sanno bene che una cosa è capire, un’altra è càpere.

Amèlie Nothomb, Nè di Eva nè di Adamo,Voland, pag. 160
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