Martedì, 08 Febbraio 2011 14:25

L’Arte dello scherzo: quell’Hirst che non c’era

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Dietro a una risata si celano molte cose, e non tutte possono essere piacevoli da scoprire. Molto spesso il riso è una prevaricazione legalizzata, un perdonabilissimo cavalcare le spalle di qualcun altro nel nome del buon umore.

Dai pedanti sfottò per un difetto fisico, alla semplice risata per lo scivolone di qualcuno: a volte l’ilarità sembra proprio essere figlia dell’innata cattiveria umana.  A questa categoria di gioia appartengono tanto gli scherzi quanto il buon vecchio umorismo nero, tipico della comicità inglese. Un umorismo che ride in faccia alla morte, fatto di satira e risate grasse, e che si riflette soprattutto nei suoi artisti più recenti: l’ironia dei graffiti di Banksy, così come l’impatto espositivo di Damien Hirst.
Hirst soprattutto è ben noto per le sue “necroprovocazioni”: la sua poetica si rese indimenticabile a partire dal 1992, quando con la salma di uno squalo tigre ci spiegò l’Impossibilità fisica della morte nella mente di un essere vivente.
Da sempre Hirst è un grande amico degli animali, soprattutto di quelli morti. Come quando due anni fa ricoprì la bicicletta di Lance Armstrong con vere ali di farfalla, o come quando immerse nella formalina un pecorella smarrita, per un’opera dal titolo Away from the flock (Lontano dal gregge).
Di recente, presso il Palazzo Vecchio a Firenze, è stato esposto uno dei suoi più grandi e attuali successi artistici: For the love of God: forse il suo memento mori più intenso, visto che l’animale For-the-love-of-god-hirst2morto messo alla berlina stavolta è un uomo. L’artista ha usato come modello un vero teschio del diciottesimo secolo, ricavandone una copia conforme in platino, tempestata con 8.601 diamanti. Un contrasto di opulenza e caducità così impetuoso che è impossibile da ignorare.
Collocato in una stanza completamente buia (presso lo Studiolo de’ Medici), il teschio era illuminato solo con un fascio di luce molto sottile, dando vita a un complesso riflesso di oltre un migliaio di carati. Un’inconsueta e costosissima palla da discoteca, con orbite cave e denti umani (staccati dal teschio originale e installati nella copia in platino), in un ambiente radioso e al tempo stesso funereo. Un’esplosione ottica irripetibile: la luce dalla morte, il buio dalla ricchezza.

Sì, forse ho un perverso senso dell’umorismo- aveva detto una volta lo stesso Hirst- Non lo definirei malato, anche se molta gente potrebbe farlo. Mi piacciono gli scherzi di cattivo gusto.”
Ed è proprio uno scherzo di pessimo gusto quello che ha reso Roma vittima predestinata dell’ilarità di qualcuno. “Dopo Firenze, anche la Capitale avrà il suo Damien Hirst”, titolavano parecchie testate. L’opera in questione, Love is love for beauty and to procreate and give birth in beauty,  sarebbe stata esposta presso Palazzo Venezia a partire dal 28 gennaio. Una scultura provocatoria e dalla forma inequivocabilmente fallica. Un inno alla fertilità tempestata d’oro e diamanti, per una misura (in lunghezza, naturalmente) di 27,6 centimetri.
Intendiamoci, l’irriverenza è di sicuro una delle doti più accentuate di Hirst, ma c’è sempre un filo conduttore che lega i lavori di uno stesso artista. E questa specifica opera ha troppo poche connotazioni con la morte per meritarsi un fondo di credibilità. Tuttavia leggere la stessa notizia da più fonti informative (cartacee e non), tende a renderci un po’ più induttivisti e meno disposti a confutare le verità forniteci dai media. Intanto il 28 gennaio è arrivato, e alle porte di Palazzo Venezia l’addetta alla biglietteria d’ingresso comincia a sentirsi presa in giro. Sono le 18, e praticamente è tutto il giorno che le chiedono di questo fantomatico pene di Hirst.  Lei, con sincerità, ammette di non saperne nulla, e che probabilmente i suoi interlocutori hanno confuso le esposizioni di Palazzo Venezia con quelle del Vittoriano.
Dopo una rapida ricerca in rete, salta fuori il comunicato originale relativo all’evento, inviato da un fantomatico ufficio stampa dal nome enigmatico: Press Art Office. I suoi recapiti telefonici sono del tutto inesistenti: un numero fa riferimento alla stessa biglietteria di Palazzo Venezia, un altro invece rimanda all’ufficio stampa della Armstrong Building Product (che, si legge sul suo stesso sito, è “uno dei leader mondiali nella produzione di controsoffitti acustici”).
A questo punto non ci sono dubbi: si tratta di uno scherzo, e nemmeno dei più spassosi. Ma pur non facendo ridere, non fa nemmeno arrabbiare, e a questo punto vale la pena di documentarsi ulteriormente. L’unica cosa che salta fuori è che lo scherzo non è neanche nuovo: già nel 2008 i ragazzi della Press Art ci provarono a Milano, annunciando l’esposizione del solito fallo brillantato presso una delle maggiori gioiellerie del centro. Insomma, il gioco si fa ripetitivo, o forse è proprio la ripetitività a divertire come in un gioco.

Tuttavia, stavolta lo scherzo ha assunto alcune valenze ironiche del tutto inattese. I titoli sul genere “Anche Roma avrà il suo Hirst” avrebbero potuto essere facilmente accompagnati da nuove e impudenti riflessioni (“Firenze ha avuto il teschio, a Roma invece un bel…”). Ma a parte qualche blogger intento ad avvertire i romani dello scherzo, in pochi sono tornati sulla questione.
A questo punto, ripercorrendo nuovamente i fatti di Palazzo Vecchio, non ci è rimasto che seguire il consiglio dell’addetta, e ci rechiamo presso il Vittoriano (almeno lì la mostra di Van Gogh è data per sicura). Arrivati alla biglietteria, non riesco a trattenermi, e chiedo comunque se sanno quando ci sarà l’esposizione del fallo di Hirst. “A partire da febbraio”, mi rispondono anche con una certa sicurezza (chissà, trattandosi di un’opera inesistente, forse intendono inaugurarla il 29, vallo a sapere…).
Non so se quest’ultima risposta mi era stata data per errore, o se mi hanno fornito di proposito una risposta sbagliata. Così come a mia volta non so perché chiesi dell’esposizione, una volta che avevo già appurato si trattasse di un falso. Ma forse la voglia di ridere degli altri nasce proprio così, da un piccolo barlume di follia che ci fa compiere un gesto d’interazione sbagliato e destabilizzante. Come se una vocina maligna in quel preciso momento ci destasse dai nostri consueti pensieri e ci sussurrasse un’unica, precisa parola: “Fallo”...

Giampiero Amodeo

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