Venerdì, 16 Gennaio 2009 19:28

Fabrizio De Andre': "Il pescatore" di sogni

Scritto da Federica Cardia
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[MUSICA]

Su De Andrè si è scritto, detto e ragionato tanto. I suoi testi e le sue musiche sono diventati parte di quel prezioso patrimonio culturale che l’Italia mostra con fierezza al resto del mondo. Le sue riflessioni poetiche, dedicate in gran parte ai “vinti” e a quelle figure marginali che abitano gli angoli più bui e remoti delle città, sono state citate e utilizzate nei contesti più disparati. Il suo modo di fare pacato ed equilibrato, la sua spiccata tendenza al perdono e al pacifismo sono diventati bandiera e consolazione per briganti, prostitute, ribelli e sconfitti.

Faber, come venne affettuosamente soprannominato dall’amico d’infanzia Paolo Villaggio, è oggi per noi questo e molto altro ancora: il suo assiduo lavoro di artista, poeta e cantautore si è condensato attorno a quindici album, che racchiudono suggestioni e personaggi del mondo reale e di terre immaginarie, salvo difendere, con i denti e con le unghie, quei pochi punti fermi che sono diventati poi i tratti distintivi della sua poetica: il mare, i luoghi di vita, la religione, l’emarginazione sociale.

E così, tessendo trame intricate su armonie semplicissime, De Andrè ha raccontato la Genova sotterranea, quella nascosta all’occhio distratto del semplice passante, la Genova della notte, delle puttane e dei pescatori. E dalla terra natale si è spostato a descrivere i paesaggi aspri del Supramonte, che furono la sua prigione, ma che lui ricordò sempre con un misto di sentimenti contrastanti, provando una sorta di attrazione per il popolo sardo, vittima di dominazioni sociali e per questo vicino alla condizione dei nativi americani.
Ci ha parlato della morte e della droga, di amori ciechi e di amori perduti, di suicidi e di guerre, raccomandandosi di aiutare sempre e comunque chi si lamenta per la sete o la fame. E che a chiedere il pane sia un assassino non è poi un dettaglio così rilevante.

L’affetto e la gratitudine nei confronti del cantautore genovese sono oggi talmente condivisi che, in occasione del decennale della sua morte, la mobilitazione è stata pressoché totale: a Torino l’Accademia dei Folli, presso il Circolo dei Lettori, ha omaggiato Fabrizio De Andrè con una ricca scaletta di appuntamenti di musica e poesia; Nuoro ha intitolato all’artista l’anfiteatro, il luogo dove il cantautore tenne il suo ultimo concerto in Sardegna, terra a lui cara nonostante il sequestro; a Roma, nella prestigiosa cornice del Parco della Musica, si è tenuta una serata speciale durante la quale grandi artisti del jazz italiano come Stefano Di Battista e Stefano Bosso hanno arricchito l’opera di Faber con inedite ibridazioni musicali. Ma il grande evento dell’11 gennaio è stato il saluto pensato da Fabio Fazio e inserito all’interno del format Che tempo che fa, una trasmissione-tributo con tre ore di musica intervallate dai racconti della moglie Dori Ghezzi, presente in studio, insieme a numerosi interpreti come Gianna Nannini, Nicola Piovani, Ivano Fossati, Vinicio Capossela (con un’interpretazione de “La città vecchia” da pelle d’oca), PFM e Franco Battiato. E i dati Auditel parlano chiaro: 8 milioni di telespettatori sono rimasti incollati allo schermo per un risultato finale pari al 30% di share, il miglior risultato di ascolti per Rai Tre dall’inizio della stagione televisiva.
In definitiva la giornata dell’11 gennaio ha confermato ancora una volta la presenza di De Andrè in tutti gli aspetti della nostra vita di italiani ma soprattutto di uomini: una colonna sonora dolce o amara, ipnotica o umorale, un rifugio musicale sicuro per anime perse, sognatori e poeti.

Letto 2315 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Maggio 2009 14:54