Molti la considerano una costola della Festa del Cinema dedicata ai ragazzi, ma in verità Alice nella Città nasce tre anni prima e, con la sua 17esima edizione, è ormai prossima alla maggiore età. Anche quest’anno il festival ha selezionato decine di film e organizzato numerosi eventi per promuovere il cinema alle nuove generazioni, opere pensate per un pubblico di ragazzi ma non per questo prive di tematiche attuali e di spessore, tra le quali spiccano ovviamente quelle legate al mondo degli adolescenti. Seppure si tratti per la maggior parte di film indipendenti, di registi giovani se non esordienti, la qualità delle opere selezionate stupisce ancora una volta, offrendo uno spettro di conoscenza del reale ampissimo. Film di nicchia e artisti giovani si mescolano a grandi star internazionali, per una kermesse  che è stata premiata dal pubblico con un incremento delle visite del ben 26%.

In chiusura del festival, sabato 26 ottobre, la giovane giuria ha assegnato i premi dopo una valutazione tutt’altro che scontata. Il premio Miglior Film è andato The Dazzled dell’esordiente Sarah Suco, un film complessa ambientazione delle comunità religiose.  Il premio Speciale della Giuria va a invece Son-Mother della regista iraniana Mahnaz Mohammadi, capace di affrontare con intensità e gusto la difficile condizione di una giovane vedova in Iran costretta ad affrontare difficoltà economiche e pregiudizi per salvare la propria famiglia. Tra tutti, però, il film che torna a casa con più riconoscimenti è Cleo di Eva Cools, che dopo avere vinto il premio di MyMovies, vince anche il premio Tim Vision e il premio DO Rising Star per l’attrice protagonista Jager Yolanda Moreau, eccezionale nell’interpretare la diciassettenne Cleo nel suo difficile percorso di elaborazione del lutto.

la famosa notte degli orsi in sicilia

Poi c’è Lorenzo Mattotti, celebre fumettista e illustratore, che a 65 anni e al suo primo lungometraggio da regista si aggiudica il premio per la Miglior Regia per il fantastico film animato tratto dal romanzo di Dino Buzzati La famosa invasione degli Orsi in Sicilia. Mattotti, oltre ad essere l’unico autore maturo in questa lista è anche l’unico uomo ad essere stato premiato, segno di una nuova generazione di cineasti in cui finalmente viene dato ampio spazio alle voci femminili. Infine da segnalare il premio Raffaella Fioretta per il cinema italiano a Buio di Emanuela Rossi, il premio per i giovani talenti a Nora Stassi per la sua interpretazione in L’Agnello di Mario Piredda e il premio RG Casting a Beatrice Grannò per il ruolo in Mi chiedo quando ti mancherò di Francesco Fei.

Si conclude così Alice nella Città 2019, una 17sima edizione da record che prepara a un futuro ricco di possibilità. Chissà cosa potrà fare Alice una volta diventata maggiorenne. Non vediamo l’ora di scoprirlo!

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Le storie più le raccontiamo più diventano vere e ci rendono ciò che siamo. Scary Stories to Tell in the Dark, film tratto dalla serie di libri di Alvin Schwartz, parte da un presupposto che non possiamo ignorare, soprattutto in un periodo in cui l’equilibrio tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Seppure il nuovo film diretto dal regista norvegese André Øvredal, habitué dell’horror, sia ambientato ben 50 anni fa, il quesito non cambia, anzi genera un parallelismo estremamente attuale tra due realtà politiche inquietantemente simili. Gli Stati Uniti di Nixon e del Vietnam e quelli attuali, di Trump, della Turchia e della Corea.

Si percepisce lo sforzo di mandare un messaggio parzialmente politico, una visione del mondo che innalzi l’opera oltre il genere di appartenenza, quel classico teen horror che però fa capolino nella maggior parte delle scelte narrative. I cliché alimentano infatti l’intero film: un gruppo di ragazzi sul finire dell’adolescenza visitano una casa infestata e si imbattono in un’entità che li perseguiterà fino alla (presunta) morte, uno dopo l’altro. L’oggetto magico al centro della vicenda è un quaderno sul quale si imprimeranno, come dei veri e propri racconti dell’orrore scritti da una mano spettrale, le tragiche vicende dei protagonisti. La trama, la gestione dei colpi di scena e dei personaggi è ciò che di più lineare, diciamo anche scontato, si possa immaginare, un calco di tantissime cose già viste, in ultimo IT e Stranger Things, di cui copia il blossoming dei personaggi (il parallelo Charlie/Dustin è palese) e l’ambientazione nostalgicamente vintage. Il problema principale, nonostante gli accenni politici di cui sopra, sta in una sceneggiatura vittima di un ingombrante didascalismo, che sottolinea ancora di più la scelta di orientarsi verso un pubblico giovane che viene colpevolmente imboccato dall’inizio alla fine. Similmente la regia, al netto di alcune scene ben riuscite, non si impegna particolarmente a stupire lo spettatore, costruendo la tensione nella ricerca di jumpscare davvero prevedibili.

Di contro, non si può di certo criticare la valenza orrorifica che soggiace l’intera pellicola. Seppure edulcorata da elementi eccessivamente gore, le creature portate su schermo hanno un forte impatto visivo, grazie soprattutto alle illustrazioni originale dei libri e all’apporto di Guillermo Del Toro in veste di produttore. Le aspettative per questa versione un po’ meno pop di Piccoli Brividi sono alte, e il botteghino internazionale sta ripagando un investimento produttivo che non è stato particolarmente esoso. Insomma ci sono i presupposti per una serie di possibili sequel e il finale aperto rilancia dichiaratamente verso questa direzione. Il materiale di certo non mancherà, in quanto i racconti da cui trarre nuove “scary stories” sono davvero tantissimi, ciò che bisogna però trovare è una maggiore solidità nella scrittura, per creare un mondo horror che valga davvero la pena di tornare a visitare film dopo film. E, al momento, così non è.

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Scelto come film d’apertura della 14esima Festa del Cinema di Roma, Motherless Brooklyn è un film destinato a far parlar di sé, soprattutto per la presenza strabordante di Edward Norton in veste non solo di attore protagonista ma anche di sceneggiatore e regista. Nel mondo di Hollywood, si sa, Norton non è mai stato un attore facile con cui collaborare, a causa di un pessimo carattere e di un’inarrestabile smania di controllo. Non è infatti un mistero che il suo lunatico personaggio in Birdman (che gli è valsa la terza candidatura all’Oscar) sia ispirato proprio a lui. Dopo alcuni anni di latitanza dalla scena decide dunque di risolvere il problema a modo suo, producendo, adattando, dirigendo e interpretando un film letteralmente Norton-centrico che si ispira al bestseller di Jonathan Lethem.

Motherless Brooklyn è un noir ambientato negli anni ‘50 a New York in cui un investigatore privato affetto da sindrome di Tourette (ai tempi non diagnosticabile) deve indagare sulla morte del proprio mentore, il detective Frank Minna, interpretato da Bruce Willis. Diciamo fin da subito che la particolare condizione del protagonista rappresenta al tempo stesso uno dei pregi migliori del film e uno dei suoi più grandi difetti. A Bailey (la vocina nella testa di Lionel che lo costringe a muoversi e parlare contro la sua volontà) sono affidati alcuni dei momenti meglio riusciti di tutto il film: infatti, un po’ come per la risata incontrollabile del Joker di Joaquin Phillips, le stravaganti battute, i giochi di parole fuori luogo e i vistosi tic generano numerosissimi momenti che oscillano tra la tensione, l’imbarazzo e il ridicolo. Il pregio sta nella grande capacità di Norton di rendere credibili questi momenti e nell’efficace effetto tragicomico che restituiscono. D’altro canto c’è da considerare anche che questa forte caratterizzazione del protagonista alla lunga tende a essere ridondante, soprattutto perché privata di un necessaria funzione a livello narrativo. Lionel è un personaggio emarginato ma dotato di una grande talento investigativo: una memoria di ferro e la capacità di porsi le domande giuste (non a caso la parola “se” è il suo tic principale). La sua condizione risulta però essere un semplice conflitto pregresso e irrisolvibile, un elemento di difficoltà fine a se stesso, insomma un’occasione sprecata.

norton 2

Per il resto, la confezione del film resta di spessore. Norton dirige con mano ferma e sicura, seguendo uno stile classico senza fronzoli che funziona alla grande soprattutto nelle scene di maggiore tensione. La fotografia e la colonna sonora fanno egregiamente il loro lavoro, così come i pregevoli costumi e le scenografie. E poi c’è un grandissimo cast di supporto che ruota attorno al protagonista: il già citato Willis, Alec Baldwin, Willem Dafoe e una convincente Gugu Mbatha-Raw.

La seconda opera registica di Edward Norton ci restituisce un autore fastidiosamente narcisista, di indubbio valore ma con ancora alcune lacune nella scrittura. Il film procede senza particolari sussulti, saltellando con pigra eleganza da un colpo di scena all’altro nel tentativo di fondere il plot principale e la sottotrama amorosa a una più generale, forse un po’ troppo scontata, critica verso il potere e chi lo esercita. Nella tradizione del noir, i vizi personali e le debolezze umane si rivelano il vero motore pulsante delle azioni di tutti i personaggi e il pacchetto finale risulta se non brillante, quantomeno coerente. Motherless Brooklyn è un film che si regge sulle interpretazioni e sulla messa in scena, ma pecca di un intreccio che sia davvero coinvolgente. Poco male, Norton avrà sicuramente tempo per migliorarsi e noi resteremo in attesa, curiosi di scoprire come e, soprattutto, “se” ci riuscirà.

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