Lunedì, 20 Febbraio 2012 09:27

La rovesciata, il gioco di rifrazioni, il sorcio

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il7Tra fine 80’s e inizio 90’s nel mio quartiere era, parlando di street soccer, un’ala guizzante, anarchica, fisicamente esuberante, che appena possibile tentava la rovesciata, ma veniva chiamato Ciccio o Cicius, e con noi formava, immodestamente, una coppia esplosiva, ma stavolta dobbiamo accontentarci di parlare di Gigius, che pure non è poco.



Anzi, pur non avendo di lui una conoscenza diretta, dobbiamo subito correggerci: come potremmo dire che ci accontentiamo, riferendoci ad uno che non si accontenta mai? Gigius scrive canzoni da 20 anni, ma dopo in un periodo in cui si è ritrovato privo di un gruppo, è ripartito dalle sue motivazioni, si è dato un appuntamento per un colloquio, si è autovalutato con sguardo freddo mentre esprimeva le sue idee “con vigore e voglia” ed infine ha GIGIusaccettato la sua candidatura e si è lanciato in una nuova avventura, tirandone fuori finora un EP ed un disco completo, frutto della trasformazione del tempo di una vacanza in una full immersion nello studio di registrazione casalingo, con una media di 30 gradi all’ombra, senza condizionatore d’aria e senza altri condizionamenti escluso quelli di una insegnante di canto, Milla, e del “Signore dei dischi” a cui già si son appellati gli Skiantos “per entrare in classifica, scalare la hit parade”. Infatti Gigius non si è accontentato dell’output del suo primo CD, ma con due mesi di lezioni di canto, un software più potente e tante altre ore di lavoro è approdato ad una second edition del suo “È finita la crisi”, mentre la prima – racconta l’artista – è stata declassata da Standard & Poor’s al rating di Demo A+! Ma si guarda avanti, il valore dell’album, come detto, è stato riportato al top con quella manovra di restyling di cui sopra, che si è impegnata sul presente, forte della consapevolezza che il Tempo è “strano da capire, è li-neare ma tu fai salti avanti e indietro per adattarti”. Se è per questo, tutti noi zampettiamo avanti e indietro anche nello spazio, e lui lo sa, ad esempio “L’amore sta in cucina” (brano di apertura del disco) chissà poi dove se ne andrà. L’arrangiamento è sciolto e orecchiabile, la quotidianità sembra il ripeno d’uno stile che si diffonde negli altoparlanti con una chitarra alla Santana, mentre la voce di Gigius è talmente presa dal testo, dalle briciole sulla tavola e dalla presenza femminile di cui canta, da non preoccuparsi di mostrare il proprio scollamento svagato dalle tonalità richieste dall’ortodossia musicale; piuttosto lo mette in mostra intenzio-nalmente forse per sottolineare il modo di stare al mondo di chi, pacioso come pochi, confida nella possibilità di non stare mai lontani da quei “capelli oro e rame” nonostante “i pensieri e gli impegni quelli di oggi, quelli di ieri”. L’arrangiamento utilizza nelle strofe il frizzare continuo di un tamburello sintetizzato ed una chitarra ritmica di base, utili a tratteggiare un’artigianalità modulata, con grazia e ritmo andante, nello studio di regi-strazione come fosse una dote di spontaneità da non sprecare. Nato in provincia di Milano, Gigius dopo un inizio da DJ, ha fondato il gruppo hard rock oratoriale dei Black Church, la formazione rock L’ultima stagione, ed i Blupank, gruppo punk rock con cui arriva alle semifinali di Emergenza Rock, quindi l’artista non teme di doversi spostare e reinventare, come fanno i politici ritratti in “La ballata del Parlamento”, un’avanzata schi-tarrante, un po’ folk negli accordi, verso quei simboli dei partiti che stimolano il qualunquismo in chi guada-gna mille euro al mese e ha qualche difficoltà ad affrontare ad affrontare le spese, “e non è mica molto per le vostre offese”. Qui la cadenza serrata da lavoratore-trottolino che crede di fare il punk con le sue tiritere simil-rap favorisce l’adesione dell’ascoltatore al lamento “militante” di chi si limita a protestare in funzione della propria sopravvivenza economica e psicologica. “Mi ritroverò” è un blues fiducioso “perché la vita lo permette e ti mette in condizione di migliorar davvero sei volte su sette anche se la scelta che ho fatto non ha prodotto alcun effetto”; appunto un simpatico e molle ottimismo d’accatto, la volontà di costruire un per-sonaggio sulle apparenze da pugile dilettante in disarmo sul divano (si veda l’ironica copertina minimalista) incoraggiano un po’ tutti a cercare il proprio “Lieto fine”, sapendo che l’attenzione, l’arguzia e una sensibilità cantautorale non piagnona, se assecondate da spunti strumentali ben rifiniti, possono confezionare una proposta lieve ma con occasionali pieghe dolorose, come quando, tra gli arpeggi fitti e leggeri di “Lungo-tevere Ostiense” si ascolta: “sembrava una ferita che s’era già assorbita, ad un certo punto un’eco la riporta indietro”. Il canto fluisce libero, si lancia su tonalità suggerite dai testi esistenziali contemporanei creando uno straniamento sballato tra maturità dichiarata strumental-testuale e sbomballamento vocale che sembra risenta della crisi anche dopo la fine della stessa, in “È finita la crisi”, sorta di riscrittura falsamente lieta e sottilmente depressa di una ballad dylaniana, stinta sia per l’esasperazione dovuta al protrarsi delle ver-gogne istituzionali, sia per il reiterato annuncio che malgrado i propositi di sposarsi con la propria bella, ha qualcosa in effetti di poco credibile… “è finita ieri; non ci credi…”.

Seventh WillI Seventh Will allevano la loro espressività ricca tra i tormenti di una proliferazione di note al servizio di una proliferazione di identità e delle relative bugie, che appartengono alla sfera interiore del protagonista del loro concept album, ma che pure sembrano invitare ciascuno di noi a riflettere sul castello di gabbie incastrate l’una sull’altra che sono i ruoli in cui ci siamo incasellati, forse inevitabili costrizioni a cui pagare lo scotto per poter essere presenti nelle tante dimensioni in cui la realtà postmoderna, o la “società liquida”, per dirla alla Bauman si sfaccetta. Nel gioco di rifrazioni precipita un tale Will, prototipo dell’uomo inquadrato, di successo, dalla vita regolare, il giorno in cui, durante una pausa pranzo, si decide a fronteggiare, passeggiando fuori stagione lungo una solitaria spiaggia, le voci che sgorgano dal suo ego più segreto. Da quel momento, diver-se declinazioni del suo sé si impossesseranno di lui durante una notte dilavata da un diluvio invernale, fino a concedergli la consapevolezza finale vestendo gli abiti mentali del settimo Will, the Seventh Will, appunto. Il genere adatto a riflettere la sostanza esistenziale cangiante di questo gioco di specchi non poteva che es-sere il progressive rock, il genere più espressivo e aperto alla sfida della complessità e della contamina-zione, e comunque per venire incontro a chi volesse indagare ogni singola piega dell’animo di quell’uomo nel corso della notte fatale, il gruppo ha allestito un blog in cui buona parte dei testi, in inglese, sono tradotti ed accompagnati da storylines in cui in prosa si illustra cosa accade, capitolo per capitolo. “Ordinary li(f)e” inizia con un arabesco avvitato che pare un ghirigoro enigmatico per maniaci degli indovinelli esistenziali, poi c’è un secondo pattern sempre a cura di una chitarra molto tecnica, di seguito il brano incontra il suo assetto più stabile: accordi acuti e liquidi di tastiera rifiniscono sulla soggiacente struttura ritmica bassa, e la voce si alterna tra discorso in soggettiva e voce del narratore. Tutte le componenti del sound sembrano ben compenetrate nel progetto e la tessitura sa come perpetuarsi senza soffocare la linea melodica vocale, che a sua volta lascia spesso il proscenio per le tortuose elucubrazioni mental-sonore del protagonista, che può contare su interpreti dotati di gusto, che non gravano sull’appagante impalcatura con spunti metal, ma restano sul piano della piacevolezza virtuosistica d’ascolto. “Night Euphoria” si sviluppa nevrotizzante eppure brillante al seguito di un riff frastagliato, una serie di accordi che si dipanano a scatti con frazioni di silenzio tra i frammenti, coperti da voci e controvoci maschili e femminili in controtempo, impegnati, ci pare, in frasi altrettanto brevi, tanto per rendere le apparenze di una notte che luccica di un’euforica schizofrenia. Poi, la voce si leva su alte tonalità a disvelare una poesia disperata e struggente, corroborata da accordi incantati, ma poi di nuovo è un andirivieni dell’anima, giri di bassi, ansimi affannosi, intermezzi swing da night club perduti, echi suadenti, arzigogoli d’entusiasmo in cui crogiolarsi, tra le promesse di libertà di una seconda vita inebriante. “Ashes” è una ballad molle e preziosa, col piano, una chitarra acustica e riflessi di slide guitar a dividersi il plateau in mezzo al letto tra le ceneri di sigaretta o di canna che testimoniano col loro falso argento il caleidoscopio di sensazioni e barbagli di sogni e profumi di donna in cui Will si confonde felicemente, non trovando nell’oblio la voglia di chiedersi se dovrà pentirsi di quella morbidezza tra natura ed artificio. “Outside the rain”, anch’essa estremamente appagante, si apre con una classicheggiante elegia pianistica su cui la voce cerca, inzuppandosi di pioggia dopo essere uscito dall’ennesimo bar open all night, di indovinare quali saranno le somme da tirare, quali gli assestamenti definitivi: magari anche la strada della liberazione totale non era che un altro errore, riappropriarsi di sé vuol dire lasciare una traccia positiva negli altri; la chitarra solista assume la guida e porta il protagonista ad una estatica contemplazione dell’assoluta umanità che si rivela in tutto il suo vissuto. Di certo aderire alle esigenze delle tante piccole messinscene quotidiane alla Goffmann può essere percepito a volte come alienante, tuttavia il faro della nostra vera iden-tità non dovrà mai consentire che ci si perda nella ricerca di qualcosa di cui neanche conosciamo esatta-mente i contorni, perché tutti noi abbiamo diverse storie tra cui scegliere, volendo, e abbiamo “le nostre buone stelle, per quanto austere e distanti. Ma nessuno sa mai quando la nostra stella sta per cadere” (dal blog dei Seventh Will). Se tramonta in una luce livida o se ci casca in testa, possiamo star certi che rimpiangeremo di non essere rimasti a casa a guardare la televisione. Anch’io, visto lo pseudonimo che porto, mi voglio ripromettere di pensarci un po’, ogni tanto..!

The Anthony’s Vinyls sono sul myspace dall’11 Maggio 2010, ma è da molto prima che loro cercano di smaltire ilThe Anthony-s Vinyls carico di tutti quei vinili che attraverso i decenni li hanno rinforzati nella convinzione che l’indie rock ed il punk devono dialogare. E questo non perché loro intendano rivendersi a prezzo quadruplo tutto il loro patrimonio di LP; no, infatti loro ritengono che non sia vero che solo the more impassioned and reflective man nutre un amore autentico per i suoi piaceri e svaghi, come sostiene Carl Gustav Jung; no, anche un ri-belle scavezzacollo appena-appena un po’ estroverso capace di fiondarsi a bordo di un carretto di legno giù per un ripido garage a tredici anni per puro divertimento, è capace, per pura virtù simpatetica, di appassionarsi veramente a chi fa dischi di rottura vestito come uno che è scappato di notte da un cimitero inseguito dai licantropi sordi, e porta la cresta o il maglionaccio a righe rustiche, perché se anche questo non è detto che faccia lo sbruffone con la squinzia (lo fa, lo fa), però ha il merito indubbio di far sballare un botto di gente con la stessa rabbia sociopolitica che gli sgocciola dal naso col piercing! Il 28 Aprile scorso, quando li abbiamo recensiti la prima volta avevano solo “I wanna give it a try”, sul loro myspace, e ciò mi costrinse a supporre che questo brano rappresentasse tutta la loro discografia presente e anche futura, almeno fino al terzo CD, perché non vogliamo essere ingenerosi: il gruppo – così pareva di intuire – “vuole fare un tentativo”, “provarci”, o anche, tradotto più liberamente, “daje ‘na botta da pazzo”, a ‘sto star system. Ora le cose sembrano essere cambiate: “% points & 70 euros” inizia con un riff scazzato e sparato, con tre gruppetti di note a molla ed un quarto a mitraglia, con lo scalpello del basso a suffragare le impressioni di cialtronaggine, e poi una chitarra solista che distilla un urgenza espressiva allarmata dalle sue corde stirate, fino alla pausa in cui il sample inchioda, si ferma senza altro aggiungere, bloccato dalla paura del plagio, e mi chiedo se fa più danni il plagio o la paura dello stesso, ma il primo è causa della seconda, e quindi hanno ragione loro, gli Anthony’s Vinyls, e ti pareva! “I wanna give it a try”, comunque è ancora lì, e come scrissi l’hanno scorso, devo ribadire che questi ragazzi di Valmontone hanno messo su un riff da guerriglia urbana armati di bottigliette di Tuborg, e senza vergognarsi di sudare ci hanno dato giù e dentro come se avessero fatto un’indigestione di Viagra non avendone bisogno, e quando la carica chitarristica a molla in-contra lo snodo rinforzante della drum machine (convinta di essere anche una sex machine, magari a gettone), anzi-ché partire un uragano di suoni usciti da una fornace siderurgica (dove la notte fanno pure i cornetti, però), attacca un ritmo parente di un quattro quarti su cui la chitarra elettrica manipola delle dita pruriginose e la vo-ce abbozza delle strofe tra il cantilenato ed il minaccioso, derivate forse dall’ascolto distratto di “Run like hell” dei Pink Floyd, ma più probabilmente dall’introiezione “coatta” di modelli meticciati tra il post punk e il brit pop degli Oasis, finchè alza il tono per impressionare il tecnico del suono, e poi si prende una pausa di riflessione, lasciando campo libero agli altri musicisti, che perdono però l’occasione per fare come gli pare e continuano a ruminare note ruvide immaginando la sepoltura d’uno spaventapasseri con un sorcio in bocca! La chitarra solista in effetti si mette in luce, ma è una luce spettrale in cui il batterista intravede mostriciattoli tozzi e picchia duro quasi alla cieca riuscendo con spavalderia a portare il gruppo fuori dal videogioco discografico splatter appena un minuto prima che il lead singer perda le tonsille declamando, con grinta da Interceptor, che lui vuole provarci, stanotte. “Morning rain” vive di una coppia di chitarre paranoidi, l’una tesa a sgocciolare accordi ritmici robotici, l’altra a tessere in modo più continuo le elettriche lodi del risciacquo piovano, trovando una progressione di toni che fa compagnia al giovane che cerca l’energia anche in mezzo alle pozzanghere più torbide, ed infatti questo nelle strofe intermedie inizia a tirarsi su fino a farsi catturare nel ritornello da un’euforia animale, perché è proprio essendo com’è, che lui riesce a fare il randagio pazzo e felice anche senza ombrello in mezzo alla bufera notturna nella città ottusa dal sonno di chi il giorno dopo va al lavoro presto. “Sticky fingers” ha due pattern introduttivi di chitarra grezza e puntualmente sbrindellona, dopo i quali la voce, avvezza ad animare festicciole consacrate alla degustazione di “patatine” diciottenni o poco più, parla di dita appiccicose, sicuramente a causa di qualche nastro adesivo, come no!? La disin-voltura è infatti condicio sine qua non per attrarre l’attenzione di quelle simpatiche fanciulle specializzate nel rovinare le famiglie dei professori del college che non sanno tenere le “Sticky fingers”… clean, e se diciamo questo è perché crediamo che non siamo noi a dover essere processati per oscenità. Essendo il testo in inglese, lo scandalo di questi ragazzacci che si ribellano al galateo di Monsignor Della Casa farà ben presto il giro del mondo insieme al ruminìo inquietante, alle rullate deep e alla vocalità psycho-languida di “W.L.G.”, col suo riff ossessionante, la chitarra solista brulicante fin nella sua coda posseduta da qualche demone bi-strato coi capelli color carota e le giarrettiere di spugna; e chi deve capire capisca e si tenga alla larga, per-ché se il contratto non sarà più che buono, questa è gente pronta a fare un macello. D’accordo che dal vivo questo è materiale che trascina, ma prima che le forze dell’Ordine presunto ci trascinino via in catene dopo che in concerto ci siamo fatti arroventare le meningi da questi eroi dell’alternative punk, è bene che mettiamo le mani avanti rendendo loro il giusto merito con una recensione che non sia tutta perfettina, perché The Anthony’s Vinyls sono spartani e le educande le buttano giù dalla rupe!

il7 – Marco Settembre

 

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